Pertini, l’antifascismo italiano come pensiero e come azione

La pipa, le bizze. L’esultanza al Santiago Bernabeu nel 1982 per la vittoria azzurra, accanto al monarca spagnolo impassibile. E la presenza tra le macerie dell’Irpinia con l’accorato «fate presto!», condito di rimproveri per il ritardo dei soccorsi, e per il pericolo di nuove ruberie, come al tempo del Belice. Ecco, nella memoria degli italiani più giovani e meno giovani, Sandro Pertini è stato soprattutto questo. E ben per questo, fu «il presidente più amato». E nondimeno, a vent’anni dalla sua morte, occorre ricordare di Pertini qualcos’altro, che rischia di andare smarrito, nella deriva di memorie e identità della nostra Italia. Tre cose in particolare: il tratto eroico della sua figura, la giustezza ex post delle sue idee politiche, e la svolta che seppe imprimere al ruolo della Presidenza della Repubblica.

Cominciamo dal primo aspetto. Ebbene Pertini fu uno di quegli eroi nazionali, veri e in carne ed ossa, da far sembrare ridicoli tanti presunti eroi retorici o di celluloide che hanno invaso l’immaginario delle generazioni del dopoguerra, a cominciare da quelli di Hollywood. Coraggio fisico strepitoso, irrequietezza senza pari, inventività senza riposo. E capacità di sopportare il disagio e il dolore, anche morale, senza eguali. Strano che la Rai, le Tv commerciali o il cinema italiano non se ne siano mai accorti! Eppure sentite qui. Medaglia d’argento sull’Isonzo, nella Grande Guerra da ufficiale socialista e interventista, che si scaglia contro le mitragliatrici austriache e fa un mucchio di prigionieri col suo reparto. Altro che il Sergente York! Infinite aggressioni subite (e rintuzzate) coi fascisti che gli spezzano un braccio a Savona e a Stella, dove nacque da famiglia possidente nel 1896. Esule in Francia e braccato dal Tribunale speciale, imbianchino, lavatore di taxi, comparsa di cinema, operaio, cospiratore dall’estero.

E poi di nuovo in Italia
, traversatore del mare in tempesta, dal Levante alla Corsica, con Turati, Rosselli e Parri, per portare in salvo il primo. E poi ancora catturato, e in manette, a Milano, Roma, Santo Stefano, Turi (dove consola Gramsci), Pianosa, Ponza, Ventotene. Angariato dai carcerieri, infuriato con la madre che chiedeva la grazia. E non finisce qui. Perché, liberato il 7 agosto 1943, è a Porta San Paolo, protagonista di una rocambolesca a fuga con Saragat da Regina Coeli. E di nuovo sul campo a Firenze in armi e a Milano, dove arriva via Aosta e Torino, dopo aver traversato il Monte Bianco in teleferica, e il «mar di ghiaccio» sugli sci. Per esser poi presente all’insurrezione e guidarla dalla radio, mentre tenta di braccare Mussolini che incrocia in Prefettura, pentendosi di non averlo riconosciuto, per potergli sparare (dirà in un moto d’ira). E se non è questo un’eroe, senza stanchezza dopo 13 anni di prigionia, chi mai è un eroe?

Perciò, atleta morale e fisico dell’antifascismo. Ma c’è dell’altro. C’è Pertini dirigente operaio, vicino a Nenni e figlio di Turati, e però contrario al Fronte popolare, ostile al Saragat scissionista del 1947, critico col primo centrosinistra che poteva rendere subalterni i socialisti alla Dc. E insieme critico anche verso il Pci e la sua ambivalenza verso Mosca. Persuaso che la sinistra dovesse superare la scissione di Livorno, nel segno della slogan del suo grande amico e compagno Carlo Rosselli: niente giustizia senza libertà, e viceversa. Niente socialismo senza democrazia, e viceversa. Niente autonomia socialista senza rapporto col Pci e le sue masse, ma nessuna chance per il Pci senza rispetto del ruolo di punta socialista. Già, Pertini fu uomo di forti endiadi: regole democratiche e decisione politica.

Coraggio senza limiti e realismo, protagonismo al vertice e rifiuto della demagogia populistica. Qui dunque, enumerate le sue scelte politiche giuste al futuro, comincia la «sua» Presidenza della Repubblica. Dal 1978 al 1985: il suo settennato. Settennato rivoluzionario, caldo, che ribadisce nell’antifascismo la cifra fondante e «discontinua» della Repubblica. E quindi, avversario acerrimo e senza sconti della P2, anche se contro il Psi. Felice di conferire l’incarico a Craxi, nel 1979 e nel 1983, ma sempre all’erta su un uso improprio e contundente – in funzione anti-Pci – di quella presidenza del Consiglio. Denunciatore senza pari del malaffare e delle inefficienze pubbliche, e polemico fino all’inverosimilie contro tutti quelli che tendevano a confondere camorra e napoletani, mafia e siciliani. Uomo della fermezza contro il terrorismo rosso, non smette mai di segnalare gli inquinamenti della continuità post-fascista in Italia. E si rifiuta da Presidente della Camera di stringere la mano al questore Guida, dopo la strage di Piazza Fontana e al tempo di Valpreda. Di quello stesso Guida che fu il suo tormentatore nel carcere fascista di Pianosa, e che era ancora lì 28 anni dopo! Se ne andò Pertini nel 1990, dopo essersi dimesso anzitempo il 29 giugno 1985. Fece in tempo a diventare un personaggio da imitazioni affetuose e da «strips», come quelle di Andrea Pazienza. Ma era molto di più, benché non lo si sappia fino in fondo. Il meglio di noi italiani.

Bruno Gravagnuolo

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