Adriano Olivetti, le utopie al potere

Era solito ricordare a sé stesso, e talvolta anche ai suoi operai, «cercate prima il Regno e la giustizia di Dio e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte». Cattolico inviso a molti cattolici, per alcuni suoi retaggi protestanti, marxista dileggiato dai comunisti, socialista ma liberale, elitista e democratico, Adriano Olivetti fu imprenditore di successo e riformatore lungimirante. Realista senza pari, comprese che, priva di una riforma morale, ogni riforma politica e sociale era destinata al fallimento. Morì il 27 febbraio di cinquant’anni fa, proprietario di una impresa multinazionale con stabilimenti a San Paolo, Johannesburg, Barcellona, Glasgow e Buenos Aires. Fabbricava macchine per scrivere. Macchine belle, frutto di raffinato design. E comode, attente ai principi dell’ergonomia. Quale dovesse essere il rapporto tra materia e spirito era icasticamente rappresentato dalle sua produzione. Mezzi meccanici che agevolavano l’espressione del pensiero.

Molti sono soliti ricordare che dall’esperienza di dirigente di fabbrica passò a riflettere sulle riforme necessarie allo Stato italiano. È vero il contrario. La sua vocazione politica lo portò ancora diciottenne ad aderire alla Lega democratica per il rinnovamento della politica nazionale, costituitasi intorno a “L’Unità” di Gaetano Salvemini. Lotta alla burocrazia, al clientelismo, selezione meritocratica della classe dirigente, valorizzazione delle comunità locali, polemica contro lo statalismo e, nel contempo, contro un liberalismo senza freni, suffragio universale, ma soprattutto attenzione all’elevazione materiale, morale e intellettuale delle classi sociali disagiate erano i fini da lui condivisi. Già nel pensiero olivettiano del ’19, la persona si realizzava nella comunità. E già allora il fine ultimo della società doveva essere la persona.

Solo più tardi arrivarono Maritain, Marc, Mounier e Lacroix, a diffondere dalla Francia degli anni trenta «il personalismo come anti-ideologia». Ciò traspare anche dai suoi primi articoli giornalistici, finché il fascismo permise la libera espressione. Poi venne l’impegno del giovane nella fabbrica paterna. Venti anni di riflessione sulla possibile funzione sociale dell’impresa. Quasi sublimasse in altre forme la sua originaria passione. Maturò l’interesse per l’urbanistica e per quelle scienze sociali che all’estero sembravano offrire inedite prospettive di riforma. Con il secondo dopoguerra, una serie di svolte importanti: la fondazione del Movimento Comunità nel ’47 e il suo passaggio nel ’49 dalla religione protestante a quella cattolica, «per la convinzione della sua superiorità teologica».

Nulla di improvvisato anche nel secondo caso. Dopo la morte della madre valdese nel 1944, «venne a cessare la ragione sentimentale e umana che mi tratteneva – ricordò egli stesso – dall’entrare nella Chiesa che da un punto di vista teologico era nella mia coscienza certamente l’unica universale e quindi eterna: la Chiesa Cattolica». Non per questo le sue Edizioni di Comunità, a partire dal ’46, tradussero solo autori cattolici come Jacques Maritain o Emmanuel Mounier. Tutt’altro. Quell’atteggiamento anticonformista che lo aveva da sempre connotato si esprimeva – tanto più ora che la libertà non era conculcata –- attraverso l’interesse per uno spettro molto ampio di argomenti e di vedute scientifiche e religiose.

Negli anni Cinquanta si dipanò compiutamente la sua azione politica. Pubblicato nel ’45 L’ordine politico delle Comunità, Olivetti aveva ormai chiaro in mente uno Stato federale delle Comunità o, forse meglio, uno Stato federale di piccole Province. La cui dimensione andava ridisegnata secondo i parametri della moderna sociologia. Si trattava di quella razionalizzazione territoriale degli enti locali oggi presente in tutti i paesi dell’Europa occidentale. Tranne in Italia, dove, paradossalmente, si manifesta una controtendenza. Occorreva far coincidere la circoscrizione elettorale con quella amministrativa. E con quella dei principali interessi economici, affinché le responsabilità dei politici locali fossero meglio individuabili. Le Regioni da lui preconizzate avevano autonomia finanziaria.

La loro estensione era funzionale alla capacità di perseguire politiche pubbliche. Fautore del collegio uninominale, Olivetti auspicava un necessario cursus honorum dei politici, attraverso una preliminare laurea e un’esperienza maturata a partire dai gradini più bassi dell’edificio statuale. Immaginò proprio per questo degli ordini politici, simili a quelli professionali o religiosi, selezionati con peculiari forme di legittimazione: suffragio ristretto, procedura concorsuale, cooptazione, sempre subordinate al suffragio universale. Era la sua «democrazia integrata». Troppo complessa? Forse. Ma studiosi di diversa formazione, come Costantino Mortati e Giuseppe Maranini, Luigi Einaudi e Alessandro Levi, espressero il loro apprezzamento per differenti delle riforme da lui enunciate. Un motivo in più per tornare a riflettervi.

Davide Cadeddu
Avvenire

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