I 5 “PUS BROTHERS” di DE GREGORIO, il guardiano del pretorio

Una sigla politica? Un impero economico? Una potentissima lobby? Di tutto un po’. in un arcipelago di sigle, tutte targate “Italiani nel mondo”: reti televisive, servizi immobiliari, casa editrice – l’ex giornalista d’assalto che ebbe il suo momento di gloria nel 1995. Allora, “molto causalmente”, De Gregorio scoprì a bordo della nave da crociera “Monterey” Tommaso Buscetta…

Enrico Fierro per “il Fatto Quotidiano

Cinque uomini su un manifesto. Abbigliamento da Blues Brothers, neri come le “jene”, un po’ ridicoli come i “Soprano’s”. Sono gli italiani nel mondo: Basilio Giordano, Amato Berardi, Juan Esteban Caselli, Nicola Di Girolamo e in mezzo lui: Sergio De Gregorio, la mente della fondazione-partito. Una sigla politica? Un impero economico? Una potentissima lobby? Di tutto un po’.

Basta dare una occhiata agli archivi della camera di commercio di Napoli, patria di De Gregorio, e perdersi in un arcipelago di sigle, tutte targate “Italiani nel mondo”: reti televisive, servizi immobiliari, editrice, Channel, socio sempre De Gregorio e sua moglie Maria Di Palma.

La passione per le tv e l’editoria ha creato qualche problema a De Gregorio per una storia di contributi statali alle tv private che nel 2008 vide coinvolto Giovanni Lucianelli, all’epoca suo capoufficio stampa. Storie e problemi che non hanno mai fatto arretrare di un millimetro l’ex giornalista d’assalto che ebbe il suo momento di gloria nel 1995. Allora, “molto causalmente”, De Gregorio scoprì a bordo della nave da crociera “Monterey” Tommaso Buscetta. Scoppiò il finimondo.

Per rallegrare don Masino il futuro leader di “Italiani nel mondo” amava esibirsi nella celebre “Guapparia”. Altra musica, invece, 14 anni dopo, quando all’Auditorium della Conciliazione a Roma, De Gregorio e i suoi “blues brothers” presentano a Roma “Italiani nel mondo”. “Un movimento rivolto a tutti gli italiani che credono nella bandiera, nella lingua, nella cultura e nella Patria”, dice il fondatore. Si commuove anche Susanna Petruni, la “farfallina” del Tg1 che quella sera fa da madrina d’onore.

Sergio De Gregorio tiene molto ai suoi meeting. Quando tre anni prima, nel 2006, presenta il movimento a Palermo la sala dell’Hotel Parco dei Principi è gremita. Sono venuti anche da New York ad applaudire e a portare la promessa di soldi. C’è la principessa Josephine Borghese e Maria Pia Dell’Utri, la ex moglie del fratello gemello di Marcello. Fratelli d’Italia sparsi per il mondo, la vera forza di De Gregorio.

Lui sì un vero emigrante. Non ha girato continenti, ma partiti. Ex socialista craxiano, poi affascinato dalla Dc di Rotondi, simpatizzante di Forza Italia, infine senatore grazie a Di Pietro, prima di ritornare nelle braccia di Berlusconi. E qualche guaio giudiziario. Quello brutto a Reggio Calabria, dove la procura antimafia lo imputa di concorso esterno in associazione mafiosa per aver favorito la cosca Ficara nell’acquisto di una caserma dismessa.

Scoppiano polemiche, il senatore grida al complotto. Il 27 maggio dell’anno scorso un decreto di archiviazione lo scagiona da ogni accusa. Ora De Gregorio è pronto per lanciare il suo movimento e farlo confluire nel Pdl di Berlusconi. I suoi uomini di punta sono quelli del manifesto in nero. Nicola Paolo Di Girolamo, il politico di riferimento del clan Arena di Isola Capo Rizzuto.

Nelle carte dell’inchiesta che ha coinvolto i vertici di “Fastweb” c’è un particolare che racconta il legame del senatore con i vertici della ‘ndrangheta crotonese. Franco Pugliese, il riciclatore della cosca Arena, è un appassionato di barche di lusso, per 200mila euro compra uno yacht “Franck One” da una ditta di Trapani, il senatore lo aiuta ad intestarlo alla “Adv & Partners”, una società romana.

Amato Berardi è stato eletto negli Usa, presidente del “Niapac” – National american committee -, è responsabile di un fondo in grado di gestire 60 miliardi di dollari. “Se necessario – promise nella kermesse palermitana – interverremo per la costruzione del Ponte sullo Stretto”.

Sulla testa di Basilio Giordano – calabrese emigrato a Montreal “perché mi innamorai di mia moglie” – pende un ricorso del primo dei non eletti. Juan Esteban Caselli è stato eletto nella circoscriszione latino-americana. Tanti voti in Argentina, dove conta di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2011, tantissimi in Venezuela. C’è una contestazione sulle schede che lo hanno portato in Parlamento, stessa calligrafia, stesso inchiostro, sospetti e una inchiesta aperta.

Perché in Venezuela all’epoca delle elezioni si mise all’opera Aldo Micciché, un faccendiere calabrese da anni riparato nel paese sudamericano che in Italia dovrebbe scontare 25 anni di galera. Amico stretto di Dell’Utri, alla vigilia delle elezioni i due si parlano spesso, come accerta una inchiesta della Dda di Reggio Calabria.

“Presto si vota e ci dobbiamo preparare”, dice Micciché. “Lo misi in contatto con Barbara Contini che si occupava del voto degli italiani all’estero”, la replica del senatore. Il 26 marzo 2007 Micchiché è in prima fila alla presentazione dei candidati del Pdl a Caracas.

Dagospia

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