Vichinghi e Malmöstosi

La columnist del Jerusalem Post Caroline Glick, in un suo recente articolo, ha scritto che “Malmö è uno dei posti più pericolosi in Europa per gli ebrei”. Affermazione recisa che registra il crescente disagio delle circa 700 persone che compongono la piccola comunità ebraica della terza città svedese. Al punto che alcuni hanno deciso di traslocare. Eppure la Svezia è stata nel Novecento uno dei luoghi più accoglienti per gli ebrei, che sono circa 20 mila in tutto il paese. Molti di essi si rifugiarono nello stato scandinavo in fuga dal Terzo Reich e durante la guerra la quasi totalità degli ebrei danesi trovarono un porto sicuro in Svezia insieme con migliaia di correligionari provenienti da altri paesi.

In seguito arrivarono altri gruppi dall’Europa dell’est. Ora però qualcosa si è incrinato. E non soltanto in seguito alla querelle dell’estate scorsa, nata da un articolo pubblicato dal quotidiano svedese Aftonbladet, in cui si insinuava il sospetto che per torbidi fini gli israeliani espiantassero organi ai palestinesi morti sotto la loro custodia. La situazione più preoccupante è quella di Malmö, città in cui un terzo dei circa 270 mila abitanti è di origine straniera (e un quinto è musulmano) e in cui sembra essere andato in tilt il modello scandinavo di convivenza. Nel 2009 la polizia ha registrato 79 atti riconducibili all’antisemitismo, il doppio rispetto all’anno precedente. Si sono verificate profanazioni di cimiteri, una cappella-sinagoga è stata bersaglio di bombe molotov, sono apparse svastiche e scritte inneggianti a Hitler e alcuni raccontano che non sia più una rarità essere apostrofati con un “jävla jude”, “maledetto ebreo”. Ma più che con gli estremisti islamici e con i neonazisti che peraltro, pur condividendo l’antisemitismo con i fan del jihad, manifestano odio anche nei confronti dei musulmani, i cittadini di fede ebraica di Malmö sono indignati con la sinistra anti israeliana e con il sindaco socialdemocratico Ilmar Reepalu, che amministra la città dal 1994. La situazione è peggiorata a partire dall’operazione Piombo Fuso lanciata da Israele tra 2008 e 2009 contro le roccaforti di Hamas nella Striscia di Gaza. Allora, il sindaco Reepalu sostenne che gli ebrei di Malmö, per non essere vittima dell’evidente diffondersi del risentimento nei loro confronti a causa delle azioni militari di Gerusalemme, avrebbero dovuto condannare la politica israeliana. In altre parole, diede a intendere che, con la sua mancata presa di distanze da Israele, la comunità ebraica di Malmö se l’era un po’ andata a cercare. Poi nel marzo scorso il comune ha deciso, per ragioni di ordine pubblico, di far giocare a porte chiuse un incontro Svezia- Israele di Coppa Davis (la Federazione internazionale tennis ha poi squalificato il campo di Malmö per cinque anni). E da ultimo Reepalu ha approfittato della Giornata della Memoria per dichiarare che nella sua città “non sono accettabili né l’antisemitismo né il sionismo”, in quanto si tratta di “due estremismi”. L’equiparazione ha fatto infuriare la comunità ebraica. L’ottantaseienne Judith Popinski, superstite di Auschwitz che vive a Malmö dal 1945, ha raccontato al Sunday Telegraph l’accoglienza sempre più fredda che riceve nelle scuole quando racconta l’esperienza nei lager nazisti. E su The Local, sito di news in lingua inglese, Fredrik Sieradzki della comunità ebraica della città racconta che “molte giovani famiglie di ebrei stanno decidendo di lasciare la città”. Fra loro c’è il trentaduenne Marcus Eilenberg, la cui storia è stata raccontata dal quotidiano Skanska Dagbladet. Gli antenati materni di Eilenberg vivono a Malmö dall’Ottocento, ma ora Marcus non vede un futuro tranquillo né lì né a Stoccolma. Ha pensato di trasferirsi nella capitale, ma poi ha rinunciato perché pensa “che fra cinque anni anche a Stoccolma la situazione sarà cattiva come a Malmö”. Andrà in Israele. Non senza rammarico: “Immaginare che la mia famiglia non possa sentirsi sicura nella fantastica Svezia… E’ davvero terribile”. Si stima che ben 30 famiglie di ebrei di Malmö stiano facendo, o abbiano già fatto, la stessa scelta.

Da “Il Foglio”

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