Il rettore fascista che divide Bologna

C’è un’imbarazzante traccia di Repubblica sociale italiana nel rettorato dell’Alma mater studiorum, l’antica e prestigiosa Università di Bologna. Nella galleria che ospita i ritratti dei rettori dall’Unità d’Italia ad oggi compare ancora quello di Goffredo Coppola, nominato con decreto del ministro dell’Educazione nazionale della Rsi Carlo Alberto Biggini in data 24 novembre 1943. Una nomina non valida. Recita infatti all’art. 2 il decreto luogotenenziale n. 249 del 5.10.1944: sono «privi di efficacia giuridica» gli atti e i provvedimenti del governo della Repubblica sociale italiana «concernenti la nomina, la carriera e la cessazione dal servizio dei dipendenti dello Stato».

Eppure l’effigie del professor Coppola, realizzata nel 1952 da Gino Marzocchi, continua a incombere nell’anticamera dello studio del rettore. La decisione di esporre il ritratto fu adottata dall’autorità accademica nel 1957 (che ignorò le pur vivacissime contestazioni culminate in un’interrogazione in Parlamento). In pieno ’68, l’allora rettore Walter Bigiavi rimosse il ritratto, che fu ricollocato qualche anno più tardi dal professor Fabio Alberto Roversi Monaco. Di origini campane, Coppola nel 1932 arrivò alla cattedra di Greco presso l’Università di Bologna, dove insegnò anche Letteratura latina.

Verso la fine degli anni Trenta partecipò alla campagna del governo che culminò con le famigerate leggi razziali. L’impegno politico divenne primario soprattutto negli anni della Repubblica sociale italiana (quando divenne presidente dell’istituto di Cultura fascista). Tale impegno si rinsaldò per i costanti contatti con il comando tedesco: un documento del 1944 lo cita come collaboratore del capo dei servizi di sicurezza in Italia. Trovatosi al seguito di Benito Mussolini e altri gerarchi a Dongo, venne qui fucilato dai partigiani il 27 aprile 1945 ed il suo corpo esposto a piazzale Loreto, ove trovò temporanea sepoltura, finché i suoi resti furono traslati al cimitero di Bologna.

Racconta Giancarlo Giardina, per oltre trent’anni ordinario di Letteratura latina a Bologna: «Ho posto il problema della rimozione nel 2003 all’allora rettore Pier Ugo Calzolari e recentemente al nuovo rettore Ivano Dionigi, ottenendo sempre una risposta negativa». Eppure, insiste Giardina, «i gravi elementi di negatività del personaggio sono tutti documentati. Capo indiscusso del fascio repubblicano bolognese, intrattenne rapporti strettissimi con gli ufficiali nazisti. Ma soprattutto firmò una serie virulenti attacchi antisemiti». Quando scriveva quegli articoli, ricorda il docente, «Coppola era perfettamente al corrente dello sterminio degli ebrei e del fatto che dalle regioni sotto il governo della Rsi partivano i treni merci blindati con il loro carico umano diretto ad Auschwitz-Birkenau».

Gian Paolo Brizzi, direttore del dipartimento di Discipline storiche, antropologiche e geografiche che alla discussa figura del rettore ha dedicato un saggio (Goffredo Coppola e l’Università di Bologna), si è occupato anche di recensire, bocciandoli, alcuni recenti tentativi di revisionismo storiografico. La vera svolta della sua vita, secondo Brizzi, si ebbe con l’arresto per “apologia di fascismo” e “disfattismo politico” avvenuta il 16 agosto del ’43. Liberato dai tedeschi la mattina del 9 settembre, Coppola si auto-elegge nella schiera degli «audaci e generosi, i veramente puri, i veramente fedeli delle ore difficili».

Nel momento in cui il vecchio ordine era già dissolto e maturavano nuove convinzioni, Coppola – che non aveva mai ricoperto alcun incarico istituzionale dentro l’Università – apparve come l’unico che poteva vantare buoni rapporti con le autorità militari tedesche (durante la campagna di Russia aveva operato nel reparto Propaganda insieme a ufficiali tedeschi) e venne per questo scelto dai colleghi per ricoprire quell’incarico rettorale che i più giudicavano compromettente e pericoloso. Brizzi ricostruisce poi le condizioni dell’Università nei mesi del rettorato di Coppola, le scelte da lui imposte contro gli studenti renitenti alla leva militare che ebbero l’effetto di dimezzare in pochi mesi il corpo studentesco, l’aver consentito la requisizione del radio da parte dei tedeschi, il sostanziale isolamento che lo circondò dopo l’estate del ’44, alla presenza quasi quotidiana di ufficiali tedeschi nella sede del rettorato.

«La storia è storia. Inutile coprirla», è invece il parere sulla vicenda dello storico Paolo Pombeni. «Quella di Coppola, che lo si voglia o no – spiega il docente –, è una pagina della storia di Bologna. Rimuoverla non serve a nulla. Certo non è una pagina gloriosa. Ma bisogna avere il coraggio di accettare che nella vita di una città e di una università ci possono essere anche pagine così». Per questo, aggiunge, «sono contrario alla rimozione del ritratto. Anche perché non sappiamo, per esempio, se nella galleria ci sono ritratti di rettori altrettanto discutibili». In ogni caso, conclude Pombeni, «la storia, anche quella della Repubblica di Salò, va giudicata ma non può essere mai cancellata». Mastica amaro Giardina: «Ho manifestato ancora una volta senza successo alle autorità accademiche la mia indignazione per il fatto che si scelga di onorare la memoria di chi scriveva articoli che incitavano all’odio».

Un’amarezza condivisa dallo storico cattolico Alessandro Albertazzi: «Coppola è stato un rettore illegittimo e indegno della nostra Università. Quando cade un regime le strade cambiano nome perché le persone a cui sono intitolate non sono ritenute più esemplari. E questo dovrebbe valere anche per i ritratti. Dipendesse da me non esiterei un istante a rimuovere il ritratto. Ma vorrei ricordare che la decisione non è nel potere discrezionale di un rettore. Di essa si deve far carico il Senato accademico».

Stefano Andrini
Avvenire

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