Fratelli d’Italia a chi? La strage dei briganti, una brutta storia

Nel 1863 il Parlamento italiano approva la repressiva “legge Pica”

Maria R. Calderoni
Hanno avuto bisogno di una legge speciale, anzi eccezionale. Per farla, tale legge, hanno dovuto ricorrere a sedute del Parlamento a porte chiuse, secretate. Presentata nel comitato segreto della Camera il 3 maggio 1863, la legge contro il brigantaggio – passata alla storia come “legge Pica”, dal nome del deputato abruzzese che l’aveva formulata – entra in vigore nell’agosto dello stesso anno. Di che si tratta, può essere detto in due parole: «Una legislazione che sottoponeva le provincie meridionali ad uno stato d’assedio permanente e duraturo», la definizione è dell’allora ministro Urbano Rattazzi e, se lo dice lui, gli si può credere!
Fu una vera legge di guerra. In base ad essa, vengono considerati «colpevoli del reato di brigantaggio» i componenti di bande armate (di almeno tre membri), i favoreggiatori, coloro che prestano aiuto, ricovero e informazioni, gli evasi, i renitenti alla leva, gli sbandati, quelli che sono in possesso di armi: tutti costoro, in caso di resistenza, devono essere fucilati; oppure deportati a vita o a tempo «in una terra o isola lontana». La “Pica” istituisce inoltre il domicilio coatto fino a due anni, ma non solo per i componenti di bande armate e simili, bensì anche per «gli oziosi, i sospetti, i vagabondi, i manutengoli», che d’ora in poi saranno inclusi in apposite liste redatte a cura delle giunte provinciali. La competenza giurisdizionale, inoltre, passa ai tribunali militari; ed è autorizzata la formazione di squadre di volontari, «a cavallo o a piedi», destinate alla repressione del brigantaggio (diaria giornaliera di lire due oltre al soprassoldo per i graduati, armamento fornito dal governo: fucile, baionetta, giberna).
Appena pronta e approvata la legge, scatta il piano: vengono dichiarate «in stato di brigantaggio» pressoché tutte le provincie del Mezzogiorno continentale e i tribunali con le stellette sono immediatamente istituiti a Potenza, Foggia, Avellino, Caserta, Campobasso, Gaeta, L’Aquila, Cosenza, Bari, Catanzaro, Chieti, Salerno. Può dunque essere dato il via al «salutare terrore». Per esempio, Calabria, primavera 1868. «Questa volta la repressione venne affidata al colonnello Milon, che rinnovò i bandi e i metodi del Fumel, con vera e propria ferocia e senza alcun scrupolo per la violazione delle garanzie legali. Il Milon adottò il metodo della fucilazione senza processo dei manutengoli col pretesto della “tentata fuga”. Al dicembre 1869 ne erano già stati fucilati 86» (Franco Molfese, “Storia del brigantaggio dopo l’Unità”, Feltrinelli). Già, quel Pietro Fumel. Comandante della guardia nazionale, uno con enormi baffi e una gran casacca tutta piena di decorazioni, famoso – un vero terminator – per aver distrutto le bande calabresi Palma, Schipani, Ferrigno, Morrone, Franzese, Rosacozza, Molinari, Bellusci, Pinnoli. Ma anche famoso perché in Calabria «adottò i metodi della tortura e del terrore. Agiva senza tener conto di alcuna garanzia legale, faceva uso delle spie prezzolate, fucilava indistintamente briganti e manutengoli, le esecuzioni più crudeli le faceva sulla pubblica piazza e lungo le strade» (Antonio De Leo, “Brigantaggio e lotte contadine”, Chiaravalle). Famoso per i bandi terroristici emanati a Cirò, Celico, Cosenza, in Abbruzzo: «Tutte le pagliaie e le case di campagna devono essere bruciate. Chi dà ricovero e assistenza ai briganti sarà immediatamente fucilato». E famoso, vivaddio, pure per le ferocissime punizioni, i disgustosi trofei, le teste dei briganti conficcate sui pali; metodi che sconcertarono anche uno dei suoi più stretti ufficiali, Auguste de Rivarol, e indignarono perfino Bixio (uno che, nelle circostanze, non si distinse certo per mitezza).
Fu uno sterminio, oltre tutto perpetrato senza alcuna dichiarazione di guerra. Contro 400 bande brigantesche, tante se ne contavano tra il 1860-70, il governo Ricasoli mandò laggiù un ben armato esercito di 116 mila uomini, bersaglieri, truppe a cavallo, carabinieri; tanto che, sul piano militare, il brigantaggio è sconfitto già nel 1865, anche se occorrerranno altri cinque anni per distruggerlo definitivamente. Al prezzo elevatissimo di distruzioni ed eccidi: i numeri ancora oggi sono imprecisi. 54 paesi rasi al suolo soltanto nei primi mesi, villaggi e raccolti bruciati per anni, sterminati indifferentemente bestiame, uomini, anziani, donne, bambini. Il gen. Pinelli incendiò 14 paesi in pochi giorni; a Gaeta, distrutta a cannonate su ordine di Enrico Cialdini, si ebbero migliaia di morti; e massacri si contarono a Vieste, Venosa, Bauco, Auletta, Gioia del Colle, Sant’Eremo, Pizzoli, Pontelandolfo e Casalduni, qui dove furono giustiziati o uccisi non meno di mille poveracci. E uguale terrore fu a Nola, a Teramo, nell’intera Basilicata, nel basso Lazio, nel Beneventano, nel Molise, in Capitanata. La rivista “Civiltà Cattolica”, in articoli del tempo, scrive di un milione di morti nell’arco del decennio maledetto.
I tribunali di guerra lavorarono anche loro a pieno ritmo e spietatamente (ricorrendo disinvoltamente a fucilazioni sommarie). Anche qui non ci sono dati certi (tenuti gelosamente nascosti): si parla di un numero tra fucilati e uccisi che varia dai 10 ai 15 mila; sempre la stessa rivista dei gesuiti dà la cifra di 9860 briganti (o presunti tali) fucilati nei primi sei mesi e di 13.690 cacciati in galera senza processo.
Sempre secondo Molfese, le bande in azione nel Sud tra il 1860 e il 1870 non erano meno di 400 per un totale di 6-7mila uomini e almeno 50mila le persone coinvolte a vario titolo. Ma la “grande paura” che travolse il primo governo dell’Unità fino a trascinarlo nel sangue della repressione di massa, non è data dalla presenza delle bande dei Tiburzio e dei Crocco, dei Chiavone e dei Palma, dei Ninco Nanco e dei Carbone, tanto per citare alcuni dei più famosi capobriganti; no, la “grande paura” proviene da quella rivolta estesa e spontanea che ha sollevato il popolo delle campagne, “l’infima gente”, come era chiamata. Contadini, braccianti, pastori, zappaterra, vaccari, guardiaboschi: milioni di persone alla fame, che ormai hanno visto anche nel “nuovo” governo il volto della “vecchia” oppressione di sempre; le loro terre come sempre nelle mani dei vecchi latifondisti, le imposte sempre più esose, la tassa sul macinato ripristinata in fretta, i salari che non bastano nemmeno per sfamarsi, la cronica mancanza di lavoro. E quell’odiosa leva obbligatoria (fu appunto anche il gran numero dei renitenti ad ingrossare le file del brigantaggio). Da lì scaturiva quella ribellione, una rivolta sociale più che politica. «Il brigantaggio – lo dichiara già al tempo Francesco Saverio Nitti – è un fenomeno sociale dipendente dall’oppressione sotto cui la borghesia rurale mantiene i contadini».
Ma preferirono chiamarli briganti. «Verso i “cafoni” e i contadini in genere – scrive ancora Franco Molfese – l’unico problema che si pose il governo fu la repressione terroristica. Veramente una pagina oscura e un triste tirocinio per il giovane esercito italiano». Su cui «la “carità di patria” ha calato il velo più fitto».
Fratelli d’Italia a chi?

Liberazione

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Una Risposta to “Fratelli d’Italia a chi? La strage dei briganti, una brutta storia”

  1. Nino Santarella Says:

    Una pagina nerissima della nostra Italia che deve ancora essere svelata del tutto. Questa importante ricorrenza può essere una ghiotta occasione per far luce su soprusi e stragi compiute dai piemontesi a danno di contadini e civili

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