QUANTI SCHELETRI NELL’ARMADIO TELECOM italia E la TELEFONICA di ALIERTA RESTA ALLA LARGA DALLA FUSIONE

Ancora una volta Il cinese Bernabebè condannato alla trincea, costretto a gestire una situazione di emergenza, tra indagini giudiziarie, polemiche sulla rete, matrimoni mancati, geronzi contrari – Come il guerriero di Sun Tzu vincerà senza combattere?…

1 – TELECOM ITALIA: ALIERTA (TELEFONICA), NESSUN CAMBIAMENTO NEI RAPPORTI CON TELECOM
Finanzaonline.com
– Telefonica getta acqua sul fuoco della possibile fusione con Telecom Italia. Cesar Alierta, presidente del gruppo spagnolo, ha dichiarato oggi che Telefonica continua a essere focalizzata sulla generazione delle massime sinergie con Telecom Italia ed gli sta bene la quota attualmente detenuta in TI attraverso Telco. “L’attuale partnership industriale è la migliore opzione per i nostri azionisti”, ha detto il presidente di Telefonica a margine della presentazione dei conti 2009.

2 – ANCORA UNA VOLTA IL CINESE BERNABEBÈ CONDANNATO ALLA TRINCEA
Ugo Bertone per Panorama

Franco Bernabé aveva messo le mani avanti: «Non aspettatevi fuochi d’artificio» dichiarò l’amministratore delegato della Telecom Italia in vista del doppio appuntamento, giovedì 25 e venerdì 26 febbraio, con il consiglio di amministrazione e con gli analisti dedicato ai conti 2009 e, soprattutto, all’aggiornamento del piano industriale.

Ma a lanciare razzi (o fumogeni) alla vigilia dei Telecom day hanno pensato, ancora una volta, i magistrati aprendo il capitolo delle fatture fantasma, tra il 2003 e il 2006, della Sparkle, la rete in fibra ottica di cui lo stesso Bernabé ha cercato invano di vendere, tramite la Mediobanca, una quota di minoranza.

Un fulmine a ciel sereno? Forse no, almeno per lui, perché tra le prime decisioni del manager dopo il rientro alla guida della Telecom Italia ci fu proprio, pare, la cancellazione d’imperio di alcuni contratti della società di «routing» internazionale del gruppo.

E poi come interpretare l’intervento dello stesso Bernabé sul Corriere della sera, proprio alla vigilia del blitz della magistratura? Solo una combinazione o qualcosa di più? Di sicuro quella lettera sul tema della corruzione dimostra che Bernabé, protagonista della bonifica in casa Eni ai tempi di Mani pulite, non ha perso il fiuto degli anni buoni, quando, per dirla con il Grande timoniere Mao, capì che se «grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente».

E che in certi casi la cosa migliore è ispirarsi alla saggezza dell’Arte della guerra di Sun Tzu, alla cui lettura l’ha iniziato il fido luogotenente Giovanni Stella: «Chi è prudente, e aspetta con pazienza chi non lo è, sarà vittorioso».

Anche perché non ci sono scorciatoie per l’ex gruppo monopolista, schiacciato dai debiti, che si aggirano ancora su una cifra di poco inferiore al triplo del margine operativo lordo, e dall’ipoteca di un partner forte come la spagnola Telefonica. Anzi, complice la crisi, la lunga marcia minaccia di durare più del previsto perché, soprattutto nella telefonia mobile, rallentano i ricavi e i margini, pur in crescita percentuale, sono condannati a finanziare l’indebitamento, più che l’espansione.

Insomma, per il terzo anno di fila Bernabé si presenta agli analisti con toni dimessi, senza promettere colpi di scena o novità da prima pagina. Ma ci pensa la cronaca a ridare smalto alla sua leadership di manager che, con la benedizione di Francesco Cossiga, si è addentrato senza scottarsi nei meandri dei servizi segreti.

Altro che vendere una quota della rete internazionale in fibra (375 mila chilometri di cavi sotto gli oceani) per ridurre la massa dei debiti. Oggi, come ai tempi caldi dell’Eni, si tratta di evitare l’ultimo schiaffo per un gruppo che dai tempi della privatizzazione non trova pace: l’onta del commissariamento della Telecom Sparkle, già presieduta da Riccardo Ruggiero. L’ultima eredità dell’era Tronchetti, sottolineano i collaboratori di Bernabé, generale condannato all’emergenza.

L’emergenza è il clima in cui del resto si trova a proprio agio perché, in tanto trambusto, come il guerriero di Sun Tzu, può aspirare al risultato massimo: vincere, grazie alla forza dei fatti, senza bisogno di combattere. Già, dopo l’ultima ferita all’immagine della Telecom Italia, chi si sogna di mettere in discussione la leadership del «cinese» di Vipiteno?

Certo, il business plan non esalterà i mercati finanziari. Ma le soluzioni che più piacciono ai mercati finanziari, dalle nozze con la Telefonica a una qualche improbabile separazione della rete che permetta all’ex monopolista di fare cassa, si allontanano sempre di più.

E in questi tempi grami, perciò, ai banchieri e al governo non resta che affidarsi al Bernabé ultima versione, custode ben attento del valore residuo della Telecom Italia, in Italia e Brasile. Meglio lui, insomma, che un’altra avventura destinata magari a concludersi in qualche procura della Repubblica, devono convenire i soci della controllata Telco, Mediobanca compresa, anche se non è un mistero che Cesare Geronzi avrebbe preferito un altro manager più votato a «creare valore», in vista di una bella cessione alla Telefónica (magari dribblando per la terza volta di fila nella storia recente della Telecom il vincolo dell’opa).

E lo stesso vale per il mondo politico: nessuno può permettersi il lusso di sbagliare ancora sul fronte delle telecomunicazioni, soprattutto quando si profila uno scandalo che Maurizio Decina, guru italiano delle tecnologie, non ha esitato a paragonare per gravità e profondità all’affaire Worldcom, la madre delle mele marce di Wall Street.

Difficile, salvo colpi di scena impensabili (ovvero qualche schizzo di fango sullo stesso Bernabé, che finora vanta uno strepitoso percorso netto in mezzo a tanta melma), trovare di meglio di questo manager che, al pari di Giulio Tremonti e Domenico Siniscalco, fa parte del ristretto club dei Reviglio boys.

Per questo Bernabé Sun Tzu può tirare avanti, senza incontrare le resistenze che pure aveva messo in conto e che in questi anni si sono fatte sentire, fuori e dentro l’azienda. E dedicarsi, con pazienza, a togliersi alcuni dei tanti sassolini nelle scarpe che gli restano e che spuntano, qua e là, tra le slide di un piano industriale che non promette nulla di sexy, tipo la «media company» di Marco Tronchetti Provera, ma che pure offre qualche spunto di riflessione.

Il revival della rete fissa, che sembrava destinata alla decadenza senza appello, per esempio. Merito, è la diagnosi del team di Bernabé, della decisione di sostituire il marchio Alice, costosa punta di diamante del management precedente (vedi Riccardo Ruggiero, liquidato a suon di milioni al pari degli altri manager della stagione Tronchetti), con il vecchio ma solido brand Telecom, che si è rivelato efficace per rilanciare l’offerta della banda larga.

Anche così, senza fuochi d’artificio, si può salvare il salvabile di quella Telecom ancora condizionata dai frutti di quella scalata che fu «un delitto» e da una stagione torbida e infinita che riempie ancora, in un modo o nell’altro, i mattinali delle procure. Con pazienza cinese, sulla riva del fiume, in attesa che termini la sfilata degli scheletri che spuntano dai tanti armadi della Telecom.

Dagospia

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