Se Amnesty smarrisce il senso della sua lotta

di  Christopher Hitchens

Si tratta una vecchia storia, ma vale la pena raccontarla daccapo. Un giorno, nei primi anni Sessanta, un avvocato di nome Peter Benenson stava leggendo il giornale nella metropolitana di Londra. Si imbattè in un piccolo articolo che riferiva come due studenti portoghesi— il Portogallo era allora una dittatura fascista, a capo di uno sporco impero coloniale in Africa — erano stati condannati a sette anni di carcere per aver brindato alla libertà in un luogo pubblico a Lisbona. Dopo una breve riflessione, l’avvocato decise di passare all’azione, e la sua «lettera aperta» riguardante i «prigionieri di coscienza» venne pubblicata sulla prima pagina del quotidiano londinese, Observer. Forse non avete mai sentito parlare di questo microavvenimento e delle sue macro conseguenze, ma ci scommetto che tutti sanno che cos’è Amnesty International, il grande albero spuntato da questo umile seme.

I suoi «rami» — le innumerevoli sezioni locali dell’organizzazione — sono riusciti ad ottenere la liberazione di molti prigionieri politici, mettendo alla gogna i regimi oppressivi che li avevano incarcerati. Come tutte le grandi idee, il concetto di Amnesty era straordinariamente semplice. Ciascuna sezione doveva occuparsi di almeno tre prigionieri di coscienza: uno in un Paese della Nato, uno in un Paese del Patto di Varsavia, e uno proveniente dal Terzo Mondo o dai Paesi non allineati. Col passar del tempo, l’organizzazione ha sviluppato politiche contrarie alla pena di morte e alla tortura in tutti i casi, ma la definizione di «prigioniero di coscienza» è rimasta centrale al suo pensiero. Si ribadiva tuttavia la premessa che il prigioniero in questione dovesse essere appunto una persona incarcerata per aver espresso un’opinione. Amnesty si rifiutava di appoggiare personaggi che avevano fatto ricorso alla violenza o ne propugnavano l’utilizzo. Amnesty è preziosa per me come per milioni di altre persone, tra cui le molte migliaia di uomini e donne che hanno subito incarcerazione e torture per la loro coraggiosa dissidenza, e che hanno riconquistato la libertà grazie all’instancabile impegno di questa organizzazione. Pertanto apprendere particolari sulla degenerazione e politicizzazione di Amnesty equivale a spalancare gli occhi su una crisi morale che rischia di avere ripercussioni globali. Amnesty International ha sospeso uno dei suoi più importanti funzionari, una donna di nome Gita Sahgal, che fino a poco tempo fa era alla guida dell’«unità contro le discriminazioni sessuali» dell’organizzazione. E’ semplice riassumere i suoi timori, citando le sue stesse parole: «Condividere iniziative con il più famigerato sostenitore dei talebani in Gran Bretagna, che si presenta per di più come difensore dei diritti umani— scrive la Sahgal — rappresenta un tremendo errore di giudizio». Si presume che incontestabili motivazioni siano dietro a una dichiarazione così tagliente, eppure la conseguenza è stata la sospensione immediata di Gita Sahgal. I retroscena sono altrettanto, drammaticamente semplici da riassumere. Moazzem Begg, cittadino britannico, fu arrestato in Pakistan dopo essere fuggito dall’Afghanistan in seguito all’intervento militare del 2001. Fu rinchiuso nel carcere di Guantánamo, e successivamente rilasciato. Da quel giorno, ha messo in piedi un’organizzazione chiamata Cageprisoners (prigionieri in gabbia). Begg non rinnega il suo passato di attivista islamico, che lo ha condotto in Afghanistan. Non ha ritirato l’affermazione che quello dei talebani era il miglior governo possibile in quel Paese. Cageprisoners vanta un altro esponente di spicco, di nome Asim Qureshi, che propaganda i principi della jihad nei comizi sponsorizzati dal gruppo estremista Hizb-ut Tahrir (vietato in molti paesi musulmani). Cageprisoners difende inoltre uomini come Abu Hamza, il leader della moschea che offrì rifugio a Richard Reid, l’attentatore suicida con l’esplosivo nelle scarpe, oltre a numerosi personaggi violenti e criminali che hanno subito condanne dai tribunali civili per odiosi reati che nulla hanno a che fare con la libertà di espressione. Eppure Amnesty International ospita Begg nelle delegazioni che sollecitano il governo inglese al rispetto dei diritti umani. Per la Sahgal, di Cageprisoners si può affermare tranquillamente che i suoi obiettivi «vanno ben al di là della tutela dei diritti dei prigionieri politici». Ma le è bastato dir questo per vedersi esonerare dal suo incarico. Gita Sahgal sta incontrando non poche difficoltà nel trovare un avvocato difensore. Tale è— almeno finora— il prestigio di Amnesty International. «Anche se diciamo che dobbiamo difendere chiunque, a prescindere dalle azioni commesse— osserva la Sahgal — sembra proprio che se sei una donna inglese, di origine asiatica, e per di più laica e atea, non meriti nessuna difesa da parte delle istituzioni preposte alla tutela dei diritti civili». Le cose potrebbero cambiare, e spero che così sarà. Ma la Sahgal si sbaglia. Amnesty International non è stata fondata per difendere chiunque, a prescindere dalle azioni commesse. Nessuna organizzazione al mondo potrebbe farlo. Gli attentatori dell’Ira, i macellai Khmer Rouge e i generali Pinochet e Videla non hanno goduto del sostegno di Amnesty quando sono stati trascinati in tribunale. Lo scopo precipuo della nobile fondazione era quello di difendere e proteggere quanti venivano oppressi per le loro opinioni. In teoria, presumo, anche le opinioni di coloro che affermano che le donne sono beni di proprietà dei maschi, che omosessuali, ebrei e indù sono destinati allo sterminio, e via dicendo, secondo i fantastici precetti della jihad. Tuttavia Cageprisoners difende coloro che si sono spinti ben oltre la semplice espressione di queste idee. È davvero incredibile che Amnesty dia spazio a personaggi assai equivoci su questo punto, e addirittura sconfortante che sia arrivata a sospendere una valida collaboratrice che si è limitata a esprimere le sue profonde e sincere riserve. L’altro aspetto ammirevole di Amnesty International, ai suoi inizi, era il principio del volontariato: si avvaleva di persone libere che dedicavano tempo e denaro alla causa dei diritti altrui. Si stima che oggi vi siano più di due milioni di affiliati in tutto il mondo. È preciso dovere di tutti i sostenitori, fedeli ai principi originali dell’organizzazione, sospendere i finanziamenti finché non saranno recisi tutti i legami con Begg— che potrà tornarsene a gestire il suo movimento —, e fino a quando la Sahgal non verrà reintegrata nelle sue funzioni.

Da “Il Corriere della Sera”

Informazione Corretta

Tag:

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: