Gheddafi contro la Svizzera; il figlio del leader espone i motivi alla base della disputa

La disputa scoppiata nei giorni scorsi tra la Svizzera e la Libia, e culminata venerdì con l’invito di Gheddafi a “compiere il jihad” contro la Confederazione Elvetica, è dovuta da un lato all’intransigenza di entrambi i paesi, ma dall’altro a problemi interni alla stessa Libia, che ancora non ha adottato una posizione chiara nei confronti dell’Occidente – scrive la corrispondente Vivienne Walt

È forte la tentazione di liquidare l’appello di questa settimana, da parte del leader libico Muammar Gheddafi, al jihad contro la Svizzera come niente più che un altro round nella faida tra i due paesi. Ma sarebbe un errore considerare la retorica di Gheddafi come un mero atto teatrale. Saif al-Islam Gheddafi, secondogenito del leader libico, che molti ritengono essere il suo probabile successore, ha raccontato al TIME che il litigio libico con la Svizzera è la manifestazione di una questione ben più grave e urgente all’interno della Libia, che è alle prese con il dilemma di quanto democratico e occidentalizzato dovrebbe diventare il paese dopo decenni di isolamento. “Se vogliamo avere a che fare con loro [l’Occidente], dovremo farlo in base allo stesso ritmo e alla stessa musica,” ha detto Saif Gheddafi in una schietta intervista mentre si rilassava nella sua tenuta di campagna vicino Tripoli, in occasione della festività che segna l’anniversario della nascita del Profeta Maometto. “L’esempio migliore è la crisi con la Svizzera. Essa mostra che c’è un grande divario tra il nostro modo di pensare e la nostra mentalità, e la mentalità e il modo occidentale di fare affari”.

Questo tuttavia è un eufemismo. L’appello di Gheddafi, venerdì, a compiere la guerra santa contro la Svizzera ha introdotto un nuovo tono più minaccioso in una controversia che si è trascinata per gli ultimi 18 mesi. Gheddafi ha detto a una platea di diplomatici e funzionari nella città di Bengasi che i musulmani dovrebbero impedire agli aerei e alle navi svizzere di giungere nei loro paesi, e porre un embargo sulle merci svizzere. “Facciamo il jihad contro la Svizzera, contro il sionismo e contro l’aggressione straniera”, ha detto alla folla. “Ogni musulmano in qualsiasi parte del mondo che lavora con la Svizzera è un apostata, è contro Maometto, contro Dio e il Corano”.

La spaccatura, che minaccia investimenti multimiliardari in Libia, nacque quando la polizia svizzera arrestò il figlio minore di Gheddafi, Hannibal, e la moglie nel luglio 2008, con l’accusa di aver aggredito due dei loro domestici in un albergo di Ginevra. La coppia negò le accuse, che furono rapidamente lasciate cadere, ma la disputa continua. Offeso dai ritratti che i giornali svizzeri hanno fatto di suo figlio, Gheddafi ha ritirato dalle banche svizzere fondi libici del valore di miliardi, nel luglio dello scorso anno, spingendo il presidente della Confederazione a volare a Tripoli per chiedere scusa dell’arresto.

Ma Gheddafi non si è ancora addolcito. Lo scorso agosto, due uomini d’affari svizzeri sono stati arrestati a Tripoli per essersi trattenuti oltre la scadenza dei loro visti. Dopo un’impasse di cinque mesi, a uno è stato permesso di lasciare la Libia la scorsa settimana, mentre il secondo deve scontare quattro mesi di reclusione.

Ma la Libia non è stata l’unica ad alimentare la lite. Il 14 febbraio scorso, la Svizzera ha vietato a 188 libici, compreso lo stesso colonnello Gheddafi, di recarsi nella Confederazione. La Libia ha reagito immediatamente, congelando i visti dei cittadini appartenenti ai 25 paesi europei (compresa la Svizzera) che appartengono all’area Schengen. La controversia è andata al di là delle questioni personali, trasformandosi in un affronto contro l’Islam, quando i cittadini svizzeri hanno votato in un referendum nazionale per impedire la costruzione di minareti.

Nella sua intervista al TIME, Saif non ha criticato il padre, con il quale è in stretti rapporti. Eppure, ha lanciato una sfida frontale ai conservatori della Libia, che si oppongono alle richieste di cambiamento democratico. “Sono idioti”, ha detto, agitando la mano come per scacciarli. Alla domanda su quali nuove libertà politiche vuole per la Libia – come la libertà di parola, o quella dei mezzi di informazione privati – Saif ha risposto senza esitare: “Tutto – un livello di libertà come in Olanda”. Questa sarebbe una rottura mozzafiato con i 40 anni di governo di suo padre, durante i quali il paese ha seguito un percorso molto diverso da quello dell’Occidente.

Saif è stato anche schietto nel criticare quei funzionari libici che inviano messaggi contrastanti all’Occidente, proclamando il paese un nuovo alleato e partner commerciale dell’Europa e degli Stati Uniti, ma opponendosi poi ai valori occidentali. “Parte del problema riguarda la parte libica. Non è sufficiente che diamo la colpa agli altri”, dice. “Non siamo sufficientemente seri, stiamo mandando messaggi confusi”. Sospirando profondamente, ha aggiunto: “Penso che non siamo pronti a trattare nel modo giusto con il mondo occidentale, perché loro hanno regole del gioco differenti”.

Il congelamento dei visti ha certamente messo in dubbio investimenti nel settore petrolifero della Libia, in forte espansione. Quando il TIME ha visitato il principale impianto di gas naturale della Libia, martedì scorso – il quale convoglia gas in Italia passando sotto il Mediterraneo – il direttore generale della compagnia, appartenente alla società energetica italiana ENI, non c’era. Era rimasto bloccato in Europa, senza il visto per tornare in Libia.

Funzionari libici sostengono che il congelamento dei visti potrebbe durare qualche tempo, in parte perché molti approvano Gheddafi per la sua posizione contro la Svizzera. “Come ha potuto la Svizzera inserire 188 nomi in questo elenco [di libici banditi dal paese] compresa la Guida della Rivoluzione?”, si domanda Abdul Majeed el-Dursi, direttore dell’ufficio stampa del governo per i giornalisti stranieri. “Questo è qualcosa che si fa con i criminali. Penso che la cosa continuerà fino a quando la Svizzera non tornerà in sé”.

Vivienne Walt è corrispondente del Time Magazine dal 2003; è stata inviata in Iraq, Africa ed Europa; ha seguito le principali questioni mediorientali e dei paesi asiatici

Medarabnews

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