Archive for febbraio 2010

Quando la pittura rende epica la noia

febbraio 21, 2010

Edward Hopper al di là degli stereotipi

di Antonio Spadaro
Si è aperta il 16 febbraio a Roma una grande rassegna antologica dedicata al pittore statunitense Edward Hopper (1882-1967), uno dei pittori di “culto” del Novecento. La mostra, che resterà aperta fino a metà giugno, è promossa dalla Fondazione Roma in collaborazione con il Whitney Museum of American Art di New York. Giunge nella capitale dopo l’esposizione di Milano e prima di approdare a Losanna. Rappresenta una conferma del fatto che le immagini di Hopper richiamano un grande pubblico e stimolano l’immaginazione in maniera profonda e vibrante. La sua opera, del resto, ha influenzato altri pittori (ad esempio, David Hockey), ma anche registi (Alfred Hitchcock, Wim Wenders, David Lynch, Paul Thomas Anderson, e molti altri), fotografi e soprattutto poeti e narratori quali Paul Auster, Raymond Carver e Mark Strand, fino a plasmare un vero e proprio immaginario condiviso e a lasciare una profonda traccia nella cultura popolare. (more…)

Perché riapre l’ambasciata americana in Siria

febbraio 21, 2010

Il corteggiamento dell’Amministrazione Obama alla Siria ha conosciuto fasi alterne nell’ultimo anno, ma ieri c’è stato un passo significativo. L’ultimo ambasciatore americano a Damasco era stato ritirato nel 2005, in segno di protesta contro il coinvolgimento – sospettato e mai provato – del regime siriano nell’uccisione con un’autobomba dell’ex premier libanese Rafiq Hariri nelle strade di Beirut. Ora Washington ha ufficialmente nominato il nuovo ambasciatore, Robert Ford, a cui manca soltanto l’approvazione da parte del Senato per rimettere in moto le piene relazioni diplomatiche. Baffetti, occhiali e collo massiccio, Ford non è una scelta politica, come Christopher Hill, l’ambasciatore americano a Baghdad, che fu nominato l’anno scorso grazie ai buoni uffici di Richard Holbrooke e che finora ha dato di sé prove mediocri.

Ford parla l’arabo con scioltezza, ha una carriera di 25 anni in medio oriente, è stato anche a Baghdad fino al 2006 e quindi s’è scontato un periodo violentissimo della presenza americana in Iraq, e dopo è stato ambasciatore in Algeria. I commenti anonimi su di lui che trapelano dal dipartimento di stato sono ottimi, per ora nessuno cerca di impallinarlo per colpire Obama: Ford l’arabo ha speso gli anni ad accumulare lodi e non a bruciarsi troppo politicamente. La nomina di un nuovo ambasciatore americano per la Siria era già stata annunciata nel giugno 2009, ma poi l’Amministrazione aveva ritirato tutto, inorridita dal leggere sui giornali siriani l’annuncio trionfale della “capitolazione e dell’ammissione delle proprie colpe da parte di Washington” davanti al regime. Nove mesi dopo, si prova di nuovo e questa volta dovrebbe andare tutto bene, anche se i repubblicani in Senato protestano per la politica di engagement con uno stato ostile. (more…)

La mia Piazza Fontana

febbraio 20, 2010

Il regista omaggiato da Newsweek, racconta il suo nuovo lavoro

L’altro ieri, Newsweek, sette milioni di copie mensili e 77 anni di vita, ha eletto il suo La meglio gioventù, tra i film più belli dell’ultimo decennio. Mentre aspettano un treno che non arriverà, i 60 anni di Marco Tullio Giordana nuotano nel senese: “Sono fermo davanti a una stazione toscana, piove a dirotto, troppo romantico?”. L’omaggio della rivista Usa lo ha trasportato alla prima adolescenza: “Fin da bambino ero un lettore avido del magazine, ma più che gli articoli, osservavo ragazze e automobili. Per me Newsweek rappresentava l’America del sogno, la frontiera di un paese in cui i conflitti, anche quelli inconciliabili, venivano ricomposti. Dove c’era benessere, sorriso, edonismo. La mia idea infantile riportava a Bengodi. Anche l’Italia degli anni ’60 lo era. Oggi, è chiaro, il quadro è diverso”.
Famiglia avventurosa. “Mio padre è morto molto presto, nel ‘59, quando io avevo otto anni, su un volo della Twa caduto a Malpensa. Settantacinque vittime, c’era anche lui”. Giornalista. “Come mio nonno. Antifascisti entrambi. Il padre di mio padre era stato direttore de La Tribuna e uno dei fondatori del Pli. Anche per questo, sghignazzo quando sento pronunciare a sproposito la parola liberale.
Sotto l’urto del fascismo dovette farsi da parte. Per sua fortuna, aveva sposato una donna molto ricca, poi guidò, nella finestra del governo Badoglio, la “Gazzetta del Popolo” di Torino.
I repubblichini lo condannarono a morte e lui si dette alla macchia, in montagna. Papà invece era ufficiale di cavalleria, quando si arruolò con i ‘sovversivi’ aveva 30 anni. Senza nulla sapere delle scelte paterne, aderì alla resistenza come ufficiale di collegamento tra Il Cln e le forze alleate”.
Di Sangue Pazzo, la pellicola che racconta le gesta tragiche di due stelle del Fascismo, Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, non si conosce il destino: “Apriamo una piccola parente come diceva Totò. Sangue Pazzo rischia di fare la stessa fine de La meglio gioventù (occultato dai dirigenti di viale Mazzini fino al trionfo di Cannes, ndr) la Rai lo tiene nel cassetto, senza ragioni apparenti. Ha prodotto due serate molto dispendiose, con attori come Monica Bellucci e Luca Zingaretti. Doveva andare in onda un anno fa, non è previsto in alcun palinsesto neanche per il 2010 e francamente, fatico a comprenderne le ragioni. Mi sembra un bizzarro modo di dilapidare il denaro.

Le sue storie disturbano il Palazzo?

Non lo so. Mi sembra stupido che la politica metta bocca sulla programmazione. Sono sconcertato, come lo ero ai tempi de ‘La meglio gioventù’, Mi rassegno a essere un cineasta maledetto.

Ogni volta che deve fare un film, si trova coinvolto in drammi produttivi.

Fin dal mio primo lavoro, Maledetti vi amerò. Ero un debuttante assoluto e potevano anche non fidarsi del risultato finale, però quell’opera non voleva produrla nessuno, né esisteva uno straccio di distributore che volesse divulgarla. Fu invitata a Cannes, vinse a Locarno e uscì alla fine con un certo riscontro. (more…)

La bancarotta di Al Qaeda, mancano i finanziamenti, via a crimini e sequestri

febbraio 20, 2010

Al Qaeda ha sempre sognato di spingere l’America al tracollo economico sfiancandola con la tattica dei «mille tagli». E in questi anni di crisi Osama, insieme al suo co-pilota Ayman Al Zawahiri, ha esultato per le difficoltà del nemico, dal problema dei mutui a quello del dollaro. Ma, se sono vere alcune analisi, oggi sono proprio i terroristi ad essere in rosso.

Tornando su ricerche emerse nell’ultimo anno (anche su questo giornale), l’autorevole rivista «Forbes» si è posta la domanda: Al Qaeda è in bancarotta? La risposta è, in parte, affermativa. Rispetto al 2001, il movimento di Bin Laden ha certamente meno disponibilità. Allora, la Cia stimava un «budget» di circa 300 milioni di dollari, alimentato dalla generosità delle offerte provenienti dal Golfo Persico. Tre anni dopo sarebbe sceso a 5 milioni di dollari. E di conseguenza i terroristi hanno imparato ad organizzare attentati meno costosi. La tabella degli 007 dice che per colpire gli Usa, l’11 settembre 2001, hanno speso quasi 500 mila dollari. Per il complotto di Natale contro il jet Northwest, un calcolo empirico stima il costo in 6 mila dollari, di cui 3 mila solo di biglietto aereo. Per fare le mutande bomba ne sono bastati, invece, poche centinaia.

Le difficoltà economiche di Al Qaeda hanno origine diverse. Intanto avendo perso coesione ed essendosi frantumato in tante realtà locali, il movimento ha visto diminuire l’afflusso di denaro in un’unica cassaforte. Fino al 2001 erano i collaboratori del Califfo a tenere d’occhio il salvadanaio e in modo attento. Adesso la «torta» si è sbriciolata. (more…)

La rivolta degli intercettatori

febbraio 20, 2010

In teoria hanno un giro d’affari ricco, da 350 milioni di euro all’anno. In teoria, incassando dallo Stato, segnatamente dal ministero della Giustizia, dovrebbero stare in una botte di ferro. Ma in pratica, se anche Berlusconi dovesse decidere di far morire in Parlamento il provvedimento sulle intercettazioni, le imprese che svolgono questo servizio di “ausilio tecnico” ai magistrati, come si dice in gergo, rischiano di morire comunque

Gli incredibili ritardi della pubblica amministrazione le stanno mettendo in ginocchio. E il paese rischia di rimanere senza intercettazioni, rischia tecnicamente una gigantesca “interruzione di pubblico servizio”.
Un effetto dello scontro tra politica e magistratura che avvelena da tempo il paese? Forse. Fatto sta che la situazione è diventata drammatica soprattutto in questi ultimi anni. Dei 350 milioni di euro che le imprese che svolgono attività di intercettazione avrebbero dovuto ricevere ad esempio nel 2008, ne hanno incassati più o meno un quarto. Siccome la media è questa, siccome riescono ad ottenere all’incirca il 20-25% di quello che gli spetterebbe ogni anno, molte imprese sono già fallite. Altre utilizzano una prassi molto semplice per rifarsi degli incassi mancati: non pagano le tasse.

Esiste un’associazione che ne raggruppa circa una cinquantina, la ILIIA, acronimo che, come avviene spesso per le imprese che si occupano di sicurezza, nasconde un nome inglese: Italian Lawful Interception and Intelligence Association. Ma esiste soprattutto un avvocato milanese, Andrea Gatto, che li difende. E che ha vinto una causa apparentemente piccola ma rivoluzionaria, non solo per il settore delle intercettazioni ma per tutte le imprese italiane che aspettano da mesi o anni di ricevere pagamenti dalla pubblica amministrazione. (more…)

Cavie militari

febbraio 19, 2010

Un rapporto segreto della Difesa militare svela i dettagli dell’operazione “Garboise verte” che il 25 aprile 1961 coinvolse 300 soldati francesi. Trattati come cavie umane nei test nucleari

Un rapporto segreto, datato 1998 e entrato in possesso del quotidiano francese Le Parisien, ha svelato i dettagli di un’operazione nucleare che la Francia condusse tra il 1960 e il 1966 nel deserto del Sahara e che procurò danni fisici irreparabili a circa 300 soldati dell’esercito d’oltralpe.“La genesi dell’organizzazione e le sperimentazioni nel Sahara”. È questo il titolo del dossier di 260 pagine redatto da un militare anonimo che partecipò alle operazioni miliari che ebbero come scopo ultimo quello di – si legge nel documento – “studiare gli effetti fisiologici e psicologici prodotti sull’uomo dalle armi atomiche”. I generali dell’esercito trovarono comodo, per effettuare al meglio le sperimentazioni, usare i propri soldati, circa 300, come vere e proprie cavie umane. La missione denominata “Gerboise verte” fu condotta il 25 aprile 1961 e s’inserì in un progamma di implementazione della bomba atomica. La vicenda rimase coperta dal segreto di Stato fino al 1998 quando le Nouvel Observateur pubblicò le prime fughe di notizie. Allora il settimanale parlò di 195 soldati scelti usati come “porcellini d’India” che dovevano essere mantenuti nell’ “ignoranza più completa” rispetto al loro impiego. (more…)

Laptev, l’Auschwitz dei lituani

febbraio 19, 2010
Non avevano nemmeno bisogno del filo spinato, i sovietici, per i loro lager. Bastava il gelo. Alla foce della Lena, sul Mar di Laptev, la temperatura scende fino a decine di gradi sotto lo zero. Impensabile ogni tentativo di fuga. E infatti i lituani deportati rimasero in gran parte là, a morire di fame e di freddo: la metà dei deportati cadde in quell’angolo remoto della Siberia, come Dalia Grinkeviciute ebbe il coraggio di denunciare in uno scritto da samizdat che Sacharov avrebbe fatto circolare in Occidente nei primi anni Ottanta. Dalia era poco più di una bambina, nel 1941, quando i russi entrarono da padroni nella sua città, Kaunas, e revocarono l’indipendenza del suo Paese.

La Lituania – come le vicine Lettonia ed Estonia – sarebbe rimasta terra d’occupazione per cinquant’anni esatti, fino al 1991, e in quei cinquant’anni Stalin prima e Breznev poi s’impegnarono a fondo nel tentativo di “russificare” i territori conquistati. Centinaia di migliaia di lituani, lettoni, estoni e finlandesi della Carelia – conquistata nel 1940, al termine della Guerra d’inverno – furono deportati nelle regioni più remote e inospitali della Siberia e rimpiazzati da altrettanti coloni russi, i cui figli ancora oggi rappresentano un corpo estraneo all’interno degli Stati baltici. (more…)

La traduzione del primo interrogatorio di Saddam Hussein dopo la cattura

febbraio 19, 2010

Quella che segue è la trascrizione del primo interrogatorio dell’ex presidente dell’Iraq Saddam Hussein, arrestato dai militari americani nel dicembre del 2003. Tra gennaio e febbraio del 2004 è stato torchiato a lungo dagli agenti dell’Fbi per poi essere consegnato alla “giustizia” irachena. Dopo un processo durato due anni, Saddam è stato condannato a morte e impiccato il 30 dicembre 2006. L’insieme degli interrogatori, disponibile sul sito del National security archive, è stato raccolto in un volume uscito ieri in tutte le librerie francesi (La Chute. Interrogatoires de Saddam Hussein par le FBI).

In quali circostanze ha preso il potere?
Un giorno, nel 1979 Bakr (presidente della Repubblica irachena dal ’68 al 79 n.d.r.) mi ha contattato dicendomi che voleva vedermi nel suo ufficio. Mi disse che non aveva più la volontà e la forza per dirigere lo Stato e mi supplicò di assumere le sue funzioni. Mi disse che avrebbe annunciato le sue dimissioni alla radio. Gli risposi che questo modo di annunciare la sua successione non sarebbe stata una buona cosa per il paese,per il popolo e per il partito. In particolare all’estero averbbero pensato che qualcosa non andava in Iraq. Nel gennaio del ’79 è stato convocato il Consiglio della rivoluzione (l’organo esecutivo del partito Baaht). Fu come una riunione di famiglia, piena di emozioni, compresa la tristezza. Il cambio di presidenza fu in ogni caso effettuato secondo i dettami della nostra Costituzione. Abbiamo votato, non mi ricordo se a scrutinio segreto o per alzata di mano, e mi hanno designato segretario generale del partito e presidente dell’Iraq.

In cosa è cambiato durante la presidenza?
Non sono cambiato, sono semplicemente diventato più forte e più vicino al popolo. (more…)

Pollini racconta Chopin: «Straordinario, isolato, modernissimo»

febbraio 18, 2010

Maestro Pollini, Chopin?…
«Parliamone. Ma bisognerebbe ricordare che oltre al bicentenario della nascita di Chopin c’è quello di Robert Schumann. Perché si ha l’impressione che il primo tenda a soverchiare il secondo. Molte composizioni di Schumann, a differenza di Chopin, sono trascurate nella vita musicale. Se quest’anno venissero eseguite e conosciute meglio sarebbe un grande vantaggio e darebbe uno scopo alla ricorrenza. Si vorrebbe sentire più spesso le Scene dal Faust, i Nachtstucke o le Novellette, ad esempio. La grande forza di Schumann è la capacità di elaborazione di piccolissimi frammenti: in questa tecnica è un grandissimo maestro della composizione, riesce e variare un tema all’infinito come nel Concerto per pianoforte, dandogli mille caratteri diversi».

Anche se l’intervista è su Chopin, il pianista Maurizio Pollini non smentisce la sua fama di osservatore attento e critico di una vita musicale che spesso snobba le figure importanti. Comunque,dopo l’omaggio a Schumann Pollini svela tutta la sua passione per il compositore che ha segnato la sua vita fin da quel 1960 quando, 18enne, vinse il concorso dei concorsi, lo “Chopin” di Varsavia. Il bicentenario cadrà il primo marzo e Pollini il 24 febbraio sarà a Roma, a Santa Cecilia, per un recital tutto chopiniano. (more…)

La lista del generale Dagan

febbraio 18, 2010

La sua prima medaglia Meir Dagan l’ha conquistata togliendo una granata appena innescata dalle mani di un terrorista arabo. Si dice che all’ex generale ora a capo del servizio segreto israeliano piacciano tre cose: la pittura, la cucina italiana e “i capi terroristi morti”. A Dubai sono stati appena emessi i mandati di cattura per Gail Folliard e Kevin Daveron, “irlandesi”; Michael Bodhenheimer, “tedesco”; Peter Elvinger, “francese”. Sono alcuni dei membri del commando che ha assassinato, il 20 gennaio scorso in un hotel di Dubai, Mahmoud al Mabhouh, alto esponente di Hamas legato al traffico d’armi. Un “lavoro” attribuito al Mossad israeliano, anche se non ci sono prove e Gerusalemme nega, come è da sua storica e naturale prassi politica. E’ lunga “la lista” di Dagan, a cominciare da Ahmed Yassin e Abdel Rantisi, i due storici capi di Hamas saltati in aria nei Territori palestinesi. Dagan ha fondato la politica d’Israele di assassinio mirato dei capi terroristi. Un anno fa a Teheran sono apparsi manifesti che chiedevano la testa di Dagan, del generale Amos Yadlin e del ministro Ehud Barak. E’ la “taglia di Golia”. (more…)

Il suicidio di Emanuele Vacca è la nostra cattiva coscienza

febbraio 18, 2010

Vinovo, periferia di Torino, magazzino della Tecnodrink, cooperativa specializzata nella manutenzione di impianto di spillaggio birra nella provincia, venerdi 12, mattino. Il responsabile della cooperativa apre e trova un dipendente, Emanuele Vacca, 28 anni, impiccato alla grata di una finestra. Emanuele si era persino annodato i polsi onde evitare il pentimento dell’ultimo istante.

Emanuele aveva lavorato per diversi anni, in quella struttura, che, a fine gennaio, aveva inviato lettere annuncianti la messa in cassa integrazione a tutti i suoi dipendenti. Ma erano lettere di licenziamento, nella realtà. Tant’è che Emanuele e i suoi compagni si stavano dedicando in quei giorni a smontare gli impianti, cupi per la piena consapevolezza che il loro lavoro era finito. Nessuna prospettiva né immediata, né a breve termine, e neppure, probabilmente, a medio termine. E perché? Perché la ditta produttrice di birra, per la quale la cooperativa svolgeva la manutenzione in decine di locali, la multinazionale danese Carlsberg, ha deciso di colpo di “cambiare la sua politica sul territorio” (si è letto sui giornali, l’indomani), centralizzando tutto il lavoro di manutenzione degli impianti su un unico soggetto (una grossa impresa, probabilmente, multinazionale), che, come tanto sovente è accaduto in questi casi, assumerà, di fatto a tempo determinato, ragazzi giovanissimi, che saranno sottopagati, e, quindi, licenziati. (more…)

Caravaggio e la falsa Maddalena

febbraio 18, 2010

Nuova lettura di un celebre quadro commissionato dalla famiglia Aldobrandini

di Tomislav Mrkonjic
Scriptor dell’Archivio Segreto Vaticano
In coincidenza col iv centenario della morte di Caravaggio (1571-1610), il libro appena pubblicato da Pietro Caiazza (Caravaggio e la falsa Maddalena, Salerno, Arci Postiglione, 2009, pagine 216, euro 20) propone una interpretazione nuova del quadro finora intitolato Marta e Maddalena, dipinto da Caravaggio a Roma negli ultimi anni del Cinquecento, e dal 1974 esposto al Detroit Institute of Arts.
Sebbene il volume sia dedicato agli interrogativi specificamente connessi con questa opera e con le circostanze storiche coeve, l’autore non manca di accennare al problema più generale relativo al significato complessivo dell’opera del pittore lombardo e alle interpretazioni che di essa sono state proposte. In tal senso, il pericolo maggiore e tuttora attuale per la lettura dell’intera produzione di Caravaggio consiste per l’autore nei tentativi di “confessionalizzare” a tutti i costi la sua pittura e di presentare l’artista come adepto della linea borromaica della Riforma cattolica (Maurizio Calvesi).
Caiazza contesta questi tentativi di arruolare Caravaggio sotto una bandiera di tipo integralista o laicista, e sostiene che l’artista fu un testimone del suo tempo e che il suo spirito libertario non consente di farlo inquadrare in uno schieramento ideologico che ne mortificherebbe il genio.
In questo contesto la discussione sulla tela, detta anche Marta che converte Maddalena, giunge alla conclusione che il quadro non rappresenta affatto le due sorelle della tradizione evangelica. (more…)

Casanova e le sue 121 donne: in Francia il manoscritto del «grande libertino»

febbraio 18, 2010

Negli ultimi 50 anni le più famose biblioteche del mondo e i collezionisti più audaci hanno tentato in tutti i modi di acquistarle. Alla fine, come racconta il quotidiano francese “Le Figaro”, dopo una lunga e silenziosa trattativa, la Biblioteca Nazionale di Francia l’ha spuntata ed è riuscita a comprare i manoscritti originali de «La storia della mia vita» di Giacomo Casanova. Assieme alla celebre biografia del libertino veneziano la biblioteca francese, supportata dal governo, si è assicurata anche altri documenti: in tutto sono 3.700 pagine scritte da Casanova tra il 1789 e il 1783 e il grande colpo viene celebrato in pompa magna nella sede del Ministero della Cultura francese, con la firma del ministro Frédéric Mitterand sull’atto d’acquisto dei manoscritti

AVVENTURE LIBERTINE – Tutti i documenti sono scritti in francese, sono leggermente «mangiati» sui bordi e presentano una grafia regolare e serrata. «La storia della mia vita» è certamente l’opera più famosa di Casanova. In essa racconta con la massima franchezza le sue avventure galanti, le peripezie in Europa e i lunghi viaggi di cui fu protagonista e durante i quali incontrò i grandi personaggi della sua epoca tra i quali gli scrittori Voltaire e Rousseau, il compositore Mozart e famosi capi di stato come Federico II di Prussia e Caterina II di Russia. E’, insomma, uno “spaccato” della vita nelle corti dell’epoca, molto importante dal punto di vista culturale e storico. Naturalmente grande spazio è dedicato alle conquiste del libertino: alla fine sono 122 le donne sedotte da Casanova, tra le quali anche tre ragazze molto giovani e addirittura una suora. (more…)

“Oggi la casta dei corrotti fa quadrato”

febbraio 17, 2010

Intervista al giudice Piercamillo Davigo: “Si ruba di più ma i partiti non mandano a casa nessuno”

Piercamillo Davigo, lei oggi è giudice di Cassazione, ma 18 anni fa era una delle punte di diamante del pool Mani Pulite. Si respira di nuovo l’aria di quel momento magico?

Segnali ce ne sono, ma è presto per dirlo. In fondo, quando fu arrestato Mario Chiesa il 17 febbraio 1992, non era la prima volta che veniva preso un pubblico amministratore in flagranza di tangente. Mani Pulite ci insegnò che la corruzione è un fenomeno seriale e diffusivo: quando ne trovi uno con le mani nel sacco, di solito alle sue spalle ce ne sono molti altri e non è la prima volta che lo fa. Poi, se si riesce o meno a risalire al sistema che c’è dietro, dipende dalle circostanze storiche.

Quelle attuali sono propizie?

Nel 1992 uno dei fattori decisivi fu che erano finiti i soldi e gli imprenditori non potevano più pagare un sistema politico che non dava più nulla in cambio. I vincoli europei di Maastricht erano strettissimi e impedivano allo Stato di fare altri debiti per mantenere la spesa pubblica con acquisti di beni e servizi. L’Italia era alla bancarotta, la lira svalutò (o le altre monete rivalutarono, come disse il premier Amato) e uscì dal Sistema monetario europeo. Oggi mi pare che la spesa continui a crescere dilatando il debito con la scusa della crisi internazionale. Diciotto anni fa la crisi era solo italiana e non si poteva dare la colpa agli altri.

Altre differenze fra allora e oggi?

All’inizio i partiti scaricavano i soggetti che venivano via via arrestati, descrivendoli come mariuoli isolati, singole mele marce. E quelli, sentendosi mollati, ci dissero: “Ah sì, mela marcia io? Allora vi racconto il resto del cestino”. E venne giù tutto. Oggi mi pare che i partiti continuino a difendere i propri uomini che finiscono nei guai, o almeno il sistema nel suo complesso. La casta fa ancora quadrato, nessuno viene scaricato.

Eppure i partiti sono tanto arroganti nell’occupare il potere quanto deboli e dilaniati all’interno e lontani dalla gente.

Non so, non mi occupo di politica. Ma nel ’92 era entrata in crisi la forma-partito come strumento di aggregazione del consenso. Oggi non sono più i partiti ad aggregare il consenso, ma l’informazione, o meglio la disinformazione a essi sottostante. Nel ’92 giornali e tv raccontavano i fatti, e i fatti superavano i commenti perché parlavano da soli; oggi molto spesso i fatti vengono nascosti, filtrati e manipolati da un sistema mediatico ferreamente controllato. Il commento fuorviante prevale sulla cronaca, relegata in posizioni marginali per consentire ai media di parlar d’altro. (more…)

IL PARADISO DEL MOSSAD

febbraio 17, 2010

In un libro appena uscito Eric Salerno racconta come il nostro sia sempre stato un paese in cui i servizi israeliani hanno potuto fare quel che han voluto (Zwaiter, Vanunu…).Fin dal 48 quando Ada Sereni disse a De Gasperi : «Il governo italiano deve chiudere un occhio e possibilmente due sulle nostre attività in questo paese»

Aprile 1948. Nel suo studio di Trento Alcide De Gasperi ha un incontro riservato e difficile. Di fronte a lui una donna decisa gli chiede in pratica carta bianca per le operazioni degli agenti di quell’«Istituto» che l’anno seguente diventerà il Mossad, il servizio segreto israeliano, quasi un mito per gli 007 del mondo intero. Il presidente del consiglio è titubante. Dal 1945, quando ancora non esisteva lo Stato di Israele, l’Italia era al centro di una battaglia geopolitica che segnerà tutta la seconda metà del ‘900. E i cui effetti continuano oggi.
Decine di migliaia di profughi ebrei liberati dai campi di sterminio nazisti si dirigono nel nostro paese, le organizzazioni sioniste cercano di farle entrare nella Palestina sotto mandato inglese e soprattutto cercano appoggi logistici – acquisto di armi, addestramento – per preparare l’inevitabile guerra fondativa dello Stato di Israele. Londra resiste, non vuole inimicarsi gli arabi ed essere esclusa dal business del petrolio, gli Stati uniti, leader degli Alleati, si apprestano a scalzare la Gran Bretagna come potenza egemone in Occidente e appoggiano il nazionalismo israeliano, l’Unione sovietica di Stalin gioca le sue carte per contrastare l’influenza americana in Medio Oriente.
L’Italia è ancora un paese a sovranità debole. De Gasperi capisce che deve schierarsi e accetta la richiesta di Ada Sereni, ebrea romana emigrata nel 1927 nel «focolare ebraico» in Palestina e tornata nel paese natale come dirigente del Mossad: «Il governo italiano deve chiudere un occhio e possibilmente due sulle nostre attività in questo paese». Da quel momento l’Italia diventa una sorta di terra promessa per gli agenti israeliani. Dall’immigrazione clandestina di ebrei sopravvissuti all’olocausto al traffico di armi, dagli attentati anti-inglesi al sabotaggio di navi e fabbriche che lavoravano per paesi arabi, dagli assassinii mirati di palestinesi a extraordinary rendition ante-litteram, dai tentativi di destabilizzazione politica a operazioni coperte nel quadro della guerra fredda. (more…)

MEJO DI UN FILM!

febbraio 17, 2010

INCOMPARABILE RACCONTO BY LINO JANNUZZI DELLA VITA OPERE E MIRACOLI DI UN “PALAZZINARO”: “GAETANO CALTAGIRONE Era spettacolare alla roulette. Non so se davvero ha ingoiato una pallina, ma so che sarebbe stato capace di farlo – Capitava che Caltagirone arrivasse in porto e decidesse che no, non si doveva stare lì, ma si doveva piuttosto prendere il motoscafo, un tender qualsiasi, e dirigersi alle Eolie, dove un amico comune aveva a bordo Claudia Cardinale”…

Lino Jannuzzi per “Il Velino”

Gaetano Caltagirone, l’imprenditore edile, l’andreottiano puro accusato e poi scagionato da tutte le accuse per lo scandalo Italcasse, è morto ieri all’età di ottant’anni. E ieri il suo amico Lino Jannuzzi – si legge sul FOGLIO – l’ha molto pensato, ha molto sorriso pensandolo, l’ha descritto come “un eroe balzacchiano capace d’ingoiare una pallina di roulette” e sorridendo si è acceso un sigaro.

Poi ha detto: “Mi piacerebbe tanto riaverlo a cena, per una sera”. E ha spiegato il concetto: “Gaetano era irripetibile, unico nel suo genere: massiccio, vitale, curioso, generoso, grande ascoltatore, grande giocatore, incantatore di intellettuali che inizialmente lo avvicinavano con schizzinosità.

Aveva il mito del denaro, denaro inteso in senso grandioso, non piccino, denaro come energia. Perdeva e vinceva, vinceva e perdeva. Era spettacolare alla roulette. Non so se davvero ha ingoiato una pallina, e d’altronde non abbiamo testimoni oculari per provarlo, ma so che sarebbe stato capace di farlo. Tutto era, Gaetano, tranne che un palazzinaro alla romana, pur avendo costruito molti palazzi. Si portava addosso la sua Sicilia: invece del pranzo, con lui ogni giorno era un banchetto”. (more…)

Il pittore “maledetto” che capì il senso della spiritualità moderna

febbraio 17, 2010

Alle Scuderie del Quirinale una mostra a quattrocento anni dalla morte di Caravaggio

Gli studiosi che hanno partecipato alla preparazione della mostra “Caravaggio” – il catalogo è edito da Skira (Milano, 2010, pagine 248, euro 49) – hanno dedicato una scheda-saggio a una delle opere esposte. Pubblichiamo il contributo del direttore dei Musei Vaticani, che ricopre anche la carica di presidente della Commissione scientifica delle mostre nelle Scuderie del Quirinale.

di Antonio Paolucci

“Nella Chiesa Nuova alla man dritta c’è del suo nella seconda cappella il Christo morto, che lo vogliono seppellire con alcune figure, a olio lavorato; e questa dicono che sia la miglior opera di lui…”. Così il Baglione (Giovanni Baglione, Le vite de’ pittori scultori et architetti dal pontificato di Gregorio xiii dal 1572 in fino ai tempi di Papa Urbano viii nel 1642, Roma 1642, p. 137).
Che il dipinto ora nella Pinacoteca Vaticana (cm. 300 x 203) fosse il capolavoro assoluto di Caravaggio romano, lo pensavano anche i francesi che lo requisirono nel 1797 per esporlo nel Museé Napoleon di Parigi; unico fra i quadri del Merisi sottratti alle chiese della capitale. Al suo posto venne collocata una copia realizzata dal Camuccini, a sua volta sostituita nel 1818 da quella di Michael Köck ancor oggi nella chiesa.
Restituita a Roma da Parigi nel 1817, la Deposizione entrò a far parte della Pinacoteca Vaticana nelle sue varie dislocazioni fino all’ultimo allestimento curato da Biagio Biagetti e inaugurato da Papa Pio xi Ratti nel 1932.
Per il Baglione, come per i commissari francesi e come per la sensibilità e il gusto del xix secolo, la Deposizione della Chiesa Nuova era il capolavoro di Caravaggio perché fra tutti appariva come il più classico, il più nobilmente impostato sui modelli della tradizione. Anche a noi sembra tale e questo ci permette di capire meglio la formazione culturale e l’immaginario estetico del pittore.
Caravaggio è un formidabile innovatore. È il primo a far saltare la gerarchia dei generi con la sua celebre “galileiana” sentenza:  “Tanta manifattura è fare un quadro buono di fiori come di figure”. (more…)

La duratura importanza di Keynes

febbraio 16, 2010

di Lord Robert Skidelsky

Permettetemi di cominciare col dire qualche parola su Keynes e gli economisti italiani. Keynes aveva conosciuto Luigi Einaudi, un professore di finanza pubblica all’Università di Torino, alla Conferenza di Pace di Parigi nel 1919. Nel 1921, Keynes commissionò un articolo sulla finanza pubblica italiana ad Einaudi, un articolo destinato ai Manchester Guardian Reconstruction Supplements, dei quali Keynes era curatore. L’articolo fu pubblicato nell’ottava edizione, in data 28 settembre 1922. Il 7 dicembre 1921, Keynes fece la conoscenza a Londra di Piero Sraffa, uno studente ventitreenne di Einaudi, che gli si presentò con una lettera di presentazione scritta dal Professore Salvemini. Il rapporto con Einaudi si spense, quello con Piero Sraffa fiorì. Nel corso del tempo, questo rapporto diede vita alla caratteristica scuola italiana di economia keynesiana Sraffiana o neo-Ricardiana, della quale Pierangelo Garegnani, Luigi Pasinetti e Alessandro Roncaglia sono stati degli esponenti illustri.

Non esistevano le condizioni per un’amicizia intellettuale tra Keynes e Einaudi. Nella mia biografia ho scritto ‘Keynes, naturalmente, aveva buoni amici liberali in Europa, risalenti all’epoca delle sue attività alla Conferenza di Pace e nel Ministero del Tesoro. Il problema era che i liberali europei erano contro gli esperimenti sociali, mentre coloro che erano a favore erano antiliberali’. Keynes era un liberale a livello politico, ma per quanto riguardava l’economia, egli era un interventista, o antiliberale come il liberismo economico veniva definito a quell’epoca. Questo fatto lo separava dai liberali come Einaudi, per i quali il laissez-faire era parte integrante del loro liberismo. (more…)

Dalla coca al cacao: il Perù scopre la nuova pianta dei miracoli

febbraio 16, 2010

Nel nord del Perù i contadini hanno scoperto che il cacao rende più della coca

Ottobre 2009, Parigi. Al Salòn du Chocolat, l’importante raduno annuale dei maestri cioccolatieri, i giudici si guardano sussiegosi, poi stupiti annunciano ad un gruppo di contadini peruviani che il loro cioccolato è il più aromatico del mondo.

La cooperativa del miracolo. E’ una storia che lascia ben sperare, perché non racconta solo di una piccola cooperativa che sfonda in un mercato selettivo come quello del cioccolato, ma di una regione che trova un’alternativa alla coltivazione delle foglie di coca, declinata radicalmente nel giro di pochi anni, a favore di quella del cacao.
Elena Rios è la segretaria della Cooperativa Agroindustriale di Tocache, quella che ha prodotto il cioccolato celebrato a Parigi. Fino a 10 anni fa anche lei coltivava coca.
“All’inizio la cooperativa contava 12 membri” – ha detto al Time, la prima testata a raccontare la storia del miracolo peruviano – adesso siamo centinaia. Nessuno vuole più coltivare la coca a Tocache, tutti stanno pensando al cacao”. Eppure, fino a qualche anno fa, in questo distretto della regione di San Martin, le foglie di coca erano il principale motore dell’economia locale. Qui, dove le Ande degradano e lasciano il posto alla Foresta Amazzonica, avevano i loro santuari formazioni guerrigliere come l’Armata Rivoluzionaria dei Tupac Amaru e Sendero Luminoso. E l’equazione torna subito: guerriglia significa traffico e, in questa regione dell’America Latina, soprattutto narcotraffico, dal momento che dalla coca si ricava la cocaina. (more…)

Tim Willocks: l’umanità è folle e il carcere la rende più folle

febbraio 16, 2010

In un carcere del Texas, il difficile equilibrio tra le diverse etnie e i vari gruppi di potere sta per subire uno scossone. Il direttore, che ironicamente porta il nome di Hobbes, il filosofo inglese del Seicento teorico della guerra di tutti contro tutti, decide di stabilire un ordine nuovo, facendo esplodere una rivolta nel suo istituto di pena e puntando a sedarla nel sangue. È questo lo spunto iniziale de Il fine ultimo della creazione (Cairo, pagine 462, euro 18,50), il romanzo che ha lanciato Tim Willocks, psichiatra inglese prestato brillantemente alla narrativa. Qualcuno su un canale televisivo nazionale lo ha criticato aspramente, probabilmente senza averlo letto. Certo, Willocks non è per gli stomaci deboli. I suoi libri sono durissimi. Tacciarlo di eccessiva violenza, però, è un po’ come tacciare John Harvey di eccessivo pessimismo o Joe R. Lansdale di eccessiva ironia.

Ecco come la pensa lui stesso sull’abbondanza di violenza, sesso e miseria nei suoi libri. «Il mondo ne è pieno e dunque questa triade è ottima per creare tensione narrativa. Fortunatamente, siamo quasi tutti estranei alla violenza, anche se spesso la violenza militare, politica ed economica è perpetrata a nostro vantaggio».

In Italia ci sono stati molti casi di suicidio in carcere. Il carcere ha perso del tutto la sua funzione rieducativa? «La riabilitazione è un sogno umanistico. Le società moderne cercano, senza riuscirvi, di dare un’educazione decente, un lavoro premiante, dignità e autorispetto ai cittadini, per cui è difficile pensare che lo si possa fare anche a beneficio dei carcerati. A differenza di Gran Bretagna e Usa, ho la sensazione che l’Italia sia meno incline a mandare troppa gente in galera. In Usa, soprattutto in California, si spendono più soldi per gli istituti di pena che per l’istruzione. È un chiaro segnale di una società in disgregazione». (more…)

LUTTAZZI, cazzotti & cazzi!

febbraio 16, 2010

“IL RAPPORTO DI SILVIO CON GLI ITALIANI È COME UN RAPPORTO ANALE TRA UN UOMO E UNA DONNA. ALL’INIZIO FA MOLTO MALE, POI GRAZIE ALLA MEDIOCRITÀ DELL’OPPOSIZIONE, GLI SPAZI SI ALLARGANO NON BRUCIA PIÙ ED È SOLO PIACERE” – E QUESTO E’ SOLO L’INIZIO DEL SUO “DECAMERON”…

Beatrice Borromeo per “il Fatto Quotidiano

“La fiducia degli italiani in Berlusconi è oltre il 70 per cento”, dice Daniele Luttazzi. E lo spiega così: “Il rapporto di Berlusconi con gli italiani è come un rapporto anale tra un uomo e una donna. All’inizio fa molto male, e sembra che alla donna non piaccia. Ma Berlusconi esercita pressione costante. Poi, grazie alla mediocrità dell’opposizione, gli spazi si allargano. Nella terza fase, quella in cui l’Italia è oggi, non brucia più ed è solo piacere”.

Si apre così “Decameron”, il dvd in edicola con “il Fatto Quotidiano” (a 9,80 euro) in cui Daniele Luttazzi esplora i suoi temi preferiti: politica, sesso, religione e morte. E che, soprattutto, risponde alla questione che logora il popolo viola: se il presidente del Consiglio è così terribile, perché la gente lo vota?

“Berlusconi usa sofisticate tecniche che vengono dall’America   , possibili grazie al suo impero mediatico: si crea dei nemici immaginari, come la stampa avversa o i giudici comunisti, in modo che la gente pensi costantemente agli ostacoli che deve affrontare. Ha delle debolezze, e queste fanno credere agli elettori di conoscerlo: si affezionano a lui”.

Luttazzi, quindi il cucù ad Angela Merkel e la battuta su Obama abbronzato sono modi di rubare la scena?

Berlusconi riesce ogni volta a diventare protagonista di una microstoria, cosicché i giornali parlino sempre di lui.

Cosa guadagna a stare al centro dell’attenzione?

Con queste tecniche riesce a trovare consensi anche negli strati sociali che lui in realtà penalizza. La politica di Berlusconi è reazionaria e classista, ma gli operai lo votano. E’ un fenomeno tutto italiano.  (more…)

Caravaggio dietro Caravaggio

febbraio 16, 2010

All’Ambasciata italiana presso la Santa Sede le ultime indagini sulla “Cena in Emmaus” di Brera

In anticipo sulla mostra che sarà inaugurata il 19 febbraio a Roma alle Scuderie del Quirinale, la Cena in Emmaus di Brera viene esposta a Palazzo Borromeo per  illustrare le novità emerse dalle ultime ricerche condotte dall’Opificio delle pietre dure e dall’Istituto nazionale di ottica del Cnr.

di Alfredo Tradigo

Caravaggio aveva dipinto un paesaggio – una finestra, un albero e un cielo – alle spalle del Cristo della Cena in Emmaus di Brera. Questi i risultati sorprendenti delle più recenti indagini scientifiche sul famoso dipinto che viene presentato in anteprima a Roma il 18 febbraio, nella sede all’Ambasciata italiana presso la Santa Sede di Palazzo Borromeo. Il dipinto sarà poi trasferito alle Scuderie del Quirinale per la mostra “Caravaggio” (20 febbraio-13 giugno) celebrativa dei quattrocento anni dalla morte del grande genio della pittura.
Là dove noi oggi vediamo solo un fondo buio filtrava la luce di una finestra aperta. Nel suo saggio la sovrintendete di Brera Sandrina Bandiera scrive:  “Attraverso le riprese radiografiche e riflettografiche emerge che l’artista aveva inizialmente elaborato una scena più naturalistica, nella quale i personaggi venivano illuminati da uno sfondato (una finestra o un porticato) posto alla sinistra, talmente realistico da essere non solo fonte di luce, ma anche vera e propria apertura verso un paesaggio rappresentato dalla fronda di una grande pianta che espande i suoi rami con generosa opulenza”.
La notizia getta nuova luce su un periodo tra i più burrascosi della già travagliata esistenza di Michelangelo Merisi (1571-1610). Egli dipinse la Cena in Emmaus di Brera nell’estate del 1606 mentre si trovava in esilio da Roma subito dopo quel fatidico 28 maggio in cui uccise in duello Ranuccio Tommasoni con uno sfortunato colpo di spada alla vena femorale. Nel feudo dei Colonna Caravaggio era in attesa che il Papa gli revocasse la condanna a morte. E poiché la grazia tardava, da qui il pittore sarebbe poi partito per una lunga fuga durata quattro anni tra Napoli, Malta, la Sicilia, ancora Napoli, Palo e infine Porto Ercole, sull’Argentario, dove morì il 18 luglio del 1610, mentre i messi papali stavano per recapitargli la grazia tanto attesa. (more…)

Chabad, gli ebrei «d’assalto»

febbraio 16, 2010
È senza dubbio uno dei fenomeni più importanti dell’ebraismo contemporaneo. Sottovalutato, come accade spesso con i grandi cambiamenti che si giocano negli stretti confini di una confessione religiosa, senza sforare troppo in ambito profano. Si tratta di Chabad – acronimo ebraico di Saggezza, Comprensione e Conoscenza – il movimento degli ebrei Lubavitcher, chiamati così dal nome della cittadina nell’attuale Russia da cui prese inizio la loro storia oltre due secoli fa. È il gruppo chassidico divenuto, nella seconda parte del ’900, non solo il più numeroso, con oltre 200mila aderenti, ma quello di gran lunga più dinamico e in espansione, all’insegna di una missione ben precisa: riavvicinare all’ortodossia ebrei agnostici o non praticanti, riportare una presenza ebraica viva in comunità ridotte al lumicino, iniziarne di nuove là dove l’ebraismo non era mai arrivato o quasi, diffondere – anche con l’uso assai spigliato dei mezzi di comunicazione – la propria spiritualità.

Questo è ciò che è avvenuto per esempio in Cina, dove Chabad è arrivato nel 2001, trovando pressoché il vuoto; in meno di 10 anni è diventato il perno di una comunità di 1500 anime a Shanghai, aprendo centri in altre sei città. È ciò che è avvenuto in India, dove il nome dei Lubavitcher è salito tristemente agli onori delle cronache perché due di loro – il rabbino Gavriel Noach e sua moglie Rivka, oltre a 4 ospiti del centro Chabad in cui si trovavano – sono stati uccisi negli attacchi terroristici del 2008 a Mumbai. È ciò che è avvenuto in zone estreme come la Repubblica del Congo o nelle lande più marginali dell’America latina come il Paraguay, in cui una minuscola comunità ebraica, data come prossima all’estinzione all’inizio degli anni ’80, ha trovato con l’arrivo di Chabad una nuova vita. (more…)

Francia, sotto la bandiera niente

febbraio 16, 2010

Oltralpe si chiude senza risposte il grande dibattito sull’identità nazionale voluto dal presidente Nicolas Sarkozy Il Paese non ha trovato valori caratterizzanti: né culturali, né ideali, né religiosi. Forse è solo un supermercato

di Alain de Benoist

«Waterloo», «funerale di prima classe», «capitolazione in campo aperto», «sconfitta politica e ideologica di prim’ordine»: quasi unanimi i commenti alla fine del «grande dibattito sull’identità nazionale» lanciato in ottobre per volontà del presidente Nicolas Sarkozy. Dibattito concluso con un nulla di fatto, salvo misure che fanno sorridere. Sorridere tristemente.

Il primo ministro François Fillon ha annunciato che la Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789, definita «esemplare», sarà affissa in ogni aula scolastica, che gli allievi riceveranno il «taccuino del giovane cittadino» e intoneranno la Marsigliese «almeno una volta l’anno», che d’ora in poi nei municipi ci sarà una cerimonia di naturalizzazione «all’americana» e che all’esercizio della cittadinanza s’applicherà una «logica simile a quella del codice stradale: formazione, prevenzione, sanzione».

Chi voleva risposta alla domanda «Che cosa significa essere francese?», che pure era stata posta, è rimasto deluso. Nessuna risposta, per la semplicissima ragione che non ci poteva essere.
Però il dibattito era atteso. Secondo una recente inchiesta, per il 76% dei francesi l’identità nazionale francese esiste. Per definirla – varie risposte erano possibili -, il 30% degli interpellati citava dati culturali, il 28% criteri geografici, il 24% elementi storici, il 21% fattori istituzionali e politici, il 20% «valori umanistici» e solo il 3% fattori religiosi. (more…)

Piccola Posta di Adriano Sofri

febbraio 16, 2010

Torna Sanremo e torna il ricordo di Luigi Tenco. Del suicidio, e più che del suicidio del suo movente dichiarato: “Come atto di protesta contro un pubblico che manda ‘Io tu e le rose’ in finale”. Era inevitabile che ci fossero dubbi, sospetti, insinuazioni, il foglio d’addio sottoposto a innumerevoli perizie grafiche. Se quella era una ragione per spararsi, che cosa bisognerebbe fare quando si ride la notte dell’Aquila – allegria dei terremoti – si mira per legge a dichiarare fuorilegge il governo dei terremoti e dell’allegria, si nomina una responsabile dell’eventistica danzante, e si pubblicano intercettazioni sulla ricerca dei preservativi usati?

14 febbraio

Di cose che fanno schifo abbondano i giorni. Da quelle di venerdì, giorno ricco, ne trattengo solo due. L’infamia di Massimo Ciancimino, il quale avrebbe sostenuto che Benigno Zaccagnini avrebbe chiesto a suo padre e colleghi di mafia di non (rpt: non) liberare Aldo Moro. E l’inventiva creatrice del signore che gestisce il luogo in cui rilassarsi e ripassarsi e ha spiegato che la signora Regina, citata nelle intercettazioni, è in realtà la responsabile dell’eventistica danzante. L’eventistica danzante: meglio dell’utilizzatore finale. Cronache dell’Italia, la penisola dei famosi.

Il Foglio

Otto Von Cavour

febbraio 16, 2010

Bismark e il primo ministro piemontese: la realpolitik ha due facce, può essere autoritaria o liberale

GIAN ENRICO RUSCONI
Dovremmo inventare noi il regno d’Italia se non fosse già nato per conto suo» – così scriveva Otto von Bismarck nell’ottobre 1862. Era passato un anno dalla morte di Cavour. Gli eventi italiani del 1859-61 (guerra franco-piemontese contro l’Austria, acquisizione della Lombardia, aggregazione al Piemonte delle regioni italiane centrali, la fulminea conquista del Meridione con la spedizione garibaldina, la proclamazione del Regno d’Italia) – questi eventi avevano lasciato stupiti, ammirati, preoccupati gli europei.

Soprattutto ne erano affascinati i tedeschi che avevano un problema nazionale molto simile. Erano infatti divisi in tanti Stati minori (formalmente uniti in una debole Confederazione) sotto la pressione egemonica di due Stati forti, tendenzialmente ostili, al nord la Prussia e al sud l’Austria. Per molti tedeschi la vicenda italiana era diventata un modello da seguire. In particolare la figura di Cavour sollevava incondizionata ammirazione per la straordinaria abilità, energia e intelligenza nell’aver condotto in porto un’impresa che anni prima era giudicata semplicemente impossibile. Era un capolavoro politico che combinava due risorse: spregiudicato inserimento della questione nazionale nella dinamica internazionale, anche con il ricorso alle armi, in un gioco di sponda tra le grandi potenze europee (Francia, Austria, Inghilterra, ma anche Russia e Prussia) e mantenimento all’interno di una politica fondamentalmente liberale, parlamentare. Era l’attuazione dell’ideale nazionale liberale: unità nazionale e libertà politica. Un sogno. L’Italia cavouriana era il modello da imitare. (more…)

Così i blogger del Settecento calunniavano in libertà la Francia e il suo re

febbraio 15, 2010

Pensavamo che la calunnia, quell’arte sottile della diffamazione che tanto più colpisce i personaggi pubblici quanto più li espone nei loro vizi privati, intimi e reconditi, fosse il portato postmoderno del marketing o della trasparenza democratica. Pensavamo fosse l’effetto incontenibile dell’era digitale, da quando Internet ha travolto ogni barriera, condannando il riserbo, il segreto, la discrezione. Errore, la calunnia è un’arte antica e i suoi maniaci che oggi sono diventati i blogger e smanettano giorno e notte sul computer infestando la rete di pettegolezzi, sentito dire e illazioni, vantano un glorioso pedigree. Lo dimostra l’americano Robert Darnton, che da decenni insegna alla Harvard University ed è il massimo conoscitore di anfratti e bassi fondi della comunicazione dell’Ancien Régime. E che da tempo lavora su un nuovo ceppo nella genealogia dei calunniatori.

Nel suo ultimo libro (“The Devil in the Holy Water, or the Art of Slander from Louis XIV to Napoleon”, University of Pennsylvania Press, tradotto ora in francese da Gallimard), lo storico ricostruisce nientemeno che la storia di una colonia di francesi espatriati a Londra alla vigilia della rivoluzione che, grazie ai rapporti di informatori segreti di stanza a Parigi o alla corte di Versailles, passavano il tempo a produrre libelli per ricattare ministri, alti funzionari e cortigiani dopo averne spiattellato gusti e perversioni, debolezze di carattere e segreti indicibili. (more…)

Piero il Terribile

febbraio 14, 2010

L’arte di odiare del fascistissimo Buscaroli, che non perdona niente a nessuno

Scoprii l’esistenza di Piero Buscaroli nel libro più bello di Vittorio Sgarbi, “Dell’Italia”. Il capitolo a lui dedicato e la relativa foto me lo presentarono così odioso che corsi subito a procurarmi “Paesaggio con rovine” e dopo poche pagine decisi che da quel momento il mio pantheon stilistico si sarebbe chiamato ABC, Arbasino Buscaroli Ceronetti. Poi lo persi di vista perché tralasciando la storia-storia si buttò a corpo morto sulla storia della musica sfornando volumoni, preoccupanti per foliazione o titolazione, su Beethoven e Mozart. Io ho tante perversioni ma grazie a Dio non quella della musica classica, a Van Beethoven preferisco Van De Sfroos o Van Morrison e del “Don Giovanni” non mi è mai interessato altro che il libretto di Lorenzo Da Ponte. Siccome alla formula ABC mi ci ero affezionato dovetti trovare un’altra B e la scovai non lontano: B come Brizzi, l’ancor più bolognese Enrico. Quindi abbandonai Buscaroli al suo destino e senza gran rimpianto perché il contatto personale era stato disastroso: siccome stavo elaborando un lungo articolo laudatorio, avente l’obiettivo dichiarato di aiutarlo a riemergere dal pozzo di silenzio in cui era stato precipitato per motivi politici e caratteriali, pensò bene di minacciarmi di querela. Dovetti dare ragione a Pietrangelo Buttafuoco che proprio sul Foglio lo definì in questo modo: “Odia gli amici”. (more…)

Azionismo? Irripetibile

febbraio 13, 2010

Intervista a Giovanni De Luna

Vittorio Bonanni
Domenica Repubblica ha pubblicato la bella lettera di Beniamino Placido indirizzata alla figlia. Una testimonianza appassionante della sua militanza nel Partito d’Azione che ha subito spinto alcuni degli attuali protagonisti della politica italiana a tirare per la giacchetta proprio quell’originale e per certi versi unica esperienza politica. Walter Veltroni, martedì scorso, in un lungo articolo pubblicato sempre sul giornale diretto da Ezio Mauro, chiamava in qualche modo il suo partito a richiamarsi a quell’esperienza che tentava di andare oltre i due grandi blocchi di allora, quello democristiano e quello comunista-socialista. Mercoledì era addirittura il Secolo d’Italia a trovare delle improbabili convergenze e una radice comune «tra il miglior azionismo e un certo fascismo laico, libertario e repubblicano», come ha scritto Luciano Lanna. Paragoni forzati, fatti in un momento di estrema crisi del sistema politico italiano, che non trovano d’accordo Giovanni De Luna, docente di Storia contemporanea all’Università di Torino. (more…)

La bionda irlandese e la morte di un uomo di Hamas a Dubai

febbraio 13, 2010

Al primo piano dell’hotel al Bustan Rotana, dalla maniglia della stanza 130 penzola il cartellino “do not disturb”. L’uomo che alloggia in quella camera nel lussuoso albergo di Dubai è geloso della privacy. Ha scrupolosamente preteso una stanza senza balconi e con finestre protette. E’ la mattina del 20 gennaio scorso. La moglie dell’uomo ha provato molte volte a chiamarlo sul telefono cellulare dalla Siria. Nessuna risposta. Più tardi si scopre che, anche ignorando l’avviso sulla porta, non si sarebbe disturbato nessuno. Nella stanza c’è soltanto un cadavere con alcuni segni sul corpo. Sul cuscino le tracce di una perdita di sangue dal naso. Benché sui registri dell’albergo appaia un altro nome, l’uomo ucciso nella stanza 130 è Mahmoud al Mabhouh, che ha un ruolo pesante nell’organigramma di Hamas. (more…)

Guerre stellari, il sequel

febbraio 13, 2010

Scudo spaziale versione Obama. La Romania accetta di ospitare sul proprio territorio missili intercettori. “Finalmente valorizzata la nostra posizione geostrategica”, dichiarano i politici di Bucarest. Ma la Russia non ci sta

La Romania entra nella guerra stellare e annuncia una decisione storica: quella di accogliere l’invito degli USA di partecipare al sistema antimissile variante Barack Obama. La notizia è stata resa pubblica giovedì scorso dal presidente della Repubblica, Traian Basescu, alla fine del Consiglio supremo di Difesa, che ha approvato la richiesta americana di dispiegare in territorio romeno i missili intercettori previsti dal nuovo sistema di scudo spaziale degli Usa.

A settembre dell’anno scorso il presidente Obama aveva annunciato che gli USA rinunciavano al piano di installare uno scudo antimissilistico sul territorio di Polonia e Repubblica Ceca. In pratica il piano di difesa missilistica “Star Wars”, voluto da George W. Bush – ufficialmente come strumento di protezione da possibili attacchi balistici iraniani – veniva così sostituito con un nuovo sistema per reagire ai missili iraniani a corto e medio raggio.

In una prima fase del nuovo progetto gli intercettori dovranno essere dislocati a bordo di navi, mentre la difesa terrestre partirà dal 2015. Ed è proprio il 2015 l’anno in cui diventeranno operativi gli intercettori terrestri in Romania. I politici di Bucarest salutano l’iniziativa e considerano che in questo modo la Romania diventerà un paese più importante e le sue qualità geo-strategiche saranno meglio valorizzate a livello internazionale. (more…)

Cina, tanto bastone e tanta carota, l’arte prospera a patto che stia zitta

febbraio 13, 2010

Alla libreria francese di Gonti Xilu, così come a quella inglese di Fangcaodi Xijie, nel quartiere di Chaoyang, è il romanzo più venduto. Nelle due lingue, il titolo suona identico, Beijing Coma (Pechino è in coma è la traduzione italiana uscita per Feltrinelli), ma l’autore è cinese, si chiama Ma Jian, è esule, è all’indice. Secondo il premio Nobel Gao Xingjian, «è una delle voci più importanti e più coraggiose della letteratura cinese contemporanea»; secondo il sinologo Simon Leys, ha scritto la più penetrante diagnosi della vita in Cina oggi: una vita artificiale.

Chaoyang è il centro nervoso dello shopping e delle notti della capitale. A Sanlitun Lu c’è la sfilata dei bar e dei locali, andando verso il parco Ritan c’è il Mercato della Seta e il World Trade Center. Lo frequentano i capitalisti pechinesi e i pechinesi intellettuali. Nel nome dell’Occidente, i primi svuotano il portafogli, i secondi si riempiono la testa. In teoria il fine è identico, nella realtà no: se arricchirsi, infatti, «è glorioso», pensare, e quindi criticare, resta pericoloso. Di qui frustrazione, rabbia, disincanto. Il «coma» di cui parla Ma Jian è anche questa cosa qui: un cervello prigioniero del proprio corpo e da cui non si può evadere, esternamente piatto, quanto a encefalogramma, e tuttavia internamente presente, attento e quindi disperato. (more…)

UNA PENITENZA PER CHI MANDA LA SANITÀ IN ROSSO

febbraio 12, 2010

Oggi sono sostanzialmente i cittadini a pagare quando una Regione viene commissariata per il suo deficit sanitario, attraverso l’incremento automatico dei tributi e delle tariffe regionali. Mentre al governatore vengono addirittura attribuiti poteri speciali. Per incentivare i partiti a scegliere meglio i loro candidati si dovrebbe invece prevedere in questi casi l’interruzione del finanziamento pubblico dei partiti di maggioranza e la sospensione degli emolumenti per il governatore e i componenti della giunta regionale per tutto il periodo del commissariamento.

In un intervento alla trasmissione televisiva Ballarò del 2 febbraio 2010, Tito Boeri ha ripreso una proposta da noi avanzata in un articolo pubblicato su Il Sole 24Ore del 5 dicembre 2009.

DEFICIT REGIONALI E FINANZIAMENTI AI PARTITI

Nell’articolo proponevamo di interrompere il finanziamento pubblico dei partiti di maggioranza in una Regione nel caso in cui questa fosse stata commissariata per i deficit sanitari. Si bilancerebbe così l’attuale sistema dei “patti di salute” che, nella versione approvata nell’ottobre 2009, prevede invece, a seguito del commissariamento, una punizione per i cittadini (tramite l’incremento automatico dei tributi e delle tariffe regionali) e, nei fatti, un “premio” per i politici (tramite i poteri speciali attribuiti al governatore della Regione, che diventa “commissario” di se stesso). Proponevamo anche la sospensione degli emolumenti per il governatore e i componenti della giunta regionale per il periodo del commissariamento. (more…)

Il portafoglio del Dragone

febbraio 12, 2010

Gli investimenti del fondo sovrano di Pechino dimostrano la sempre maggior interdipendenza tra economia cinese e statunitense

Non è solo il commercio ad alimentare tensioni e distensioni tra Cina e Stati Uniti. L’interrelazione stretta tra Pechino e Washington passa anche per il mercato finanziario, dove il fondo sovrano cinese svolge il ruolo di protagonista.

La China Investment Corporation (Cic) ha il compito di reinvestire parte delle riserve valutarie cinesi, che oggi ammontano a circa 2.400 miliardi di dollari. E’ nata nel 2007 per diversificare gli investimenti del Dragone, troppo concentrati sul buoni del Tesoro Usa. All’inizio aveva una dotazione di 300 miliardi di dollari, ridotti a circa 200 oggi. Dato che le riserve cinesi continuano a crescere, gli analisti prevedono una nuova iniezione di capitali, nell’ordine dei 200 miliardi di dollari, entro la prima metà di quest’anno.
Quando la Cic nacque, la moneta Usa stava svalutandosi. La Cina aveva perciò l’esigenza di creare uno strumento che collocasse parte delle proprie riserve in dollari su investimenti più redditizi. Doveva farlo prima che politiche decise altrove – alla Federal Reserve – prosciugassero troppo le ricchezze contenute nei propri forzieri. (more…)

Ferrara: chi si fa scudo del Papa?

febbraio 12, 2010

Lasciamo perdere il professor Giovanni Maria Vian, un simpatico intrigante che ha trasformato l’Osservatore romano, giornale peraltro ben fatto, in un circo Barnum pieno di numeri di ogni genere, e che ha ancora qualche mese di vita direttoriale. Andiamo al sodo, al quasi eterno della vita ecclesiale. Perché litigano, su che cosa litigano i capi della Chiesa cattolica in Italia? Come mai il segretario di Stato Tarcisio Bertone chiama in causa il Papa, con un comunicato inaudito, unico nella storia di quell’organo di governo diplomatico della Santa sede, e si fa scudo di Benedetto XVI in una polemica che avrebbe al massimo dovuto chiudersi con mezzi e lungo canali giornalistici? (more…)

La gioventù saudita tra culto del consumismo e giurisprudenza del jihad

febbraio 12, 2010

Un libro della ricercatrice saudita Mai Yamani denuncia il modello di Islam promosso dal regime di Riyadh, il quale pone la gioventù saudita, alienata dalle divisioni sociali presenti nel paese, davanti a un bivio quasi obbligato: un’esaltazione degli aspetti esteriori della fede che porta all’estremismo jihadista, o la caduta in un vuoto consumismo che genera una dipendenza non meno pericolosa di quella generata dalle sostanze stupefacenti

***

Scrivere della “alienazione sistematica” dei giovani di quella vasta area (storicamente e geograficamente) della penisola araba che prende il nome di “saudita”, minoritaria per numero di abitanti e caratterizzata da una lettura ristretta del messaggio islamico, è quantomeno un reale contributo alla costruzione di una cultura della consapevolezza di sé, non solo presso coloro che possiedono le chiavi del futuro dell’Arabia Saudita, ma anche presso i giovani della nazione araba nel suo complesso, nella quale variano solo le forme esteriori dell’alienazione, ma la cui radice resta unica.

Nell’introduzione che la ricercatrice Mai Yamani ha posto alla seconda edizione del suo libro “Identità che cambiano”, pubblicata nel gennaio del 2010, l’autrice non si limita a fotografare le trasformazioni nella vita della nuova generazione saudita intervenute dopo la pubblicazione della prima edizione del libro nel 2001 (le quali sono il risultato degli avvenimenti politici e degli sviluppi tecnologici), ma si è sforzata di trasmettere le linee guida che circoscrivono le dinamiche dell’identità giovanile saudita, presentando allo stesso tempo gli orientamenti che spingono verso la rottura di queste limitazioni.

La famiglia dei Saud, che diede il proprio nome al paese nel 1932, e che aderì alla dottrina wahhabita, cercò – come spiega la Yamani – “una forte armonizzazione identitaria con i propri sudditi” i quali in realtà erano molto diversi fra loro da un punto di vista dottrinario e culturale, cosa che “il regime ha rifiutato di riconoscere”. Esso si basò pertanto su un sistema basato sulla “frammentazione”, “controllando il grado di ostilità” fra i diversi gruppi confessionali e le diverse correnti sociali, e cercò di trarre la propria legittimità dalla propria custodia dei luoghi stanti alla Mecca e a Medina, sforzandosi di rafforzarla attraverso programmi di insegnamento “dominati dai dotti religiosi” wahhabiti, e attraverso un “sistema di patronato economico” basato sugli introiti petroliferi e sull’ambiguità delle “regole non scritte” che governano i processi di rappresentatività e di successione politica. (more…)

LAMPI SULLA SANTA SEDE

febbraio 12, 2010

COME EBBE ORIGINE IL TESORO DI SAN PIETRO E LA SUA INFILTRAZIONE NELLE AZIENDE ITALIANE? – E’ UNA DELLE TANTE, GOLOSE STORIE CHE RACCOGLIE IL LIBRO DI RICORDINI DI PAOLO PANERAI – L’OBOLO DI SAN PIETRO, PIO XII, PRINCIPE PACELLI, DECISE DI TRASFORMARLO IN STERLINE ORO…

LAMPI NEL BUIO – I RETROSCENA FINANZA E DELL’ECONOMIA ITALIANA DAL DOPOGUERRA A OGGI – Di Paolo Panerai (ed. Mondadori)

CAP 1 – LE FINANZE VATICANE: IL PAPA BUONO, IL CEMENTIERE CATTIVO E LA SFIDA DI MATTEI…

Papa Roncalli, al secolo Giovanni XXIII, era di Sotto il Monte, la frazione periferica di Bergamo, che, come si sa, è divisa in Bergamo bassa e Bergamo alta. Anche la lunga militanza diplomatica come nunzio apostolico in varie capitali, fra cui Parigi, mentre aveva accentuato in lui quella raffinata sottigliezza coperta da apparente ingenuità, non gli aveva mai fatto dimenticare da dove veniva e chi comandava a Bergamo alta. E proprio perché era il Papa Buono, non si avvaleva della sua posizione di erede di Pietro neppure quando aveva a che fare con i potenti del mondo.

Il giorno in cui Giovanni XXIII chiese di raggiungerlo nei giardini vaticani, lui, Massimo Spada, sapeva già perché Sua Santità si era scomodato a chiamarlo. Per lunghissimi anni segretario amministrativo (vale a dire amministratore delegato, nel linguaggio della Curia) dello Ior, l’Istituto per le opere di religione, cioè la banca del Vaticano, dal primo dopoguerra Spada ricopriva decine di incarichi nei consigli di amministrazione delle principali società e banche italiane e internazionali, dal Banco di Roma all’Iri, dall’ltalcementi del bergamasco Carlo Pesenti alla Banca Cattolica del Veneto di cui era presidente. (more…)

Quante ipotesi (superflue) sulla Didachè

febbraio 12, 2010

Come orientarsi nella lettura dell’antichissimo testo dell'”Insegnamento degli apostoli”

Pubblichiamo la sintesi – scritta per il nostro giornale – di una delle relazioni tenute in occasione del convegno organizzato dall’università di Roma La Sapienza a dieci anni dalla morte del filologo Scevola Mariotti (1920-2000).

di Manlio Simonetti

Nel 1883 Filoteo Bryennios, metropolita ortodosso di Nicomedia, pubblicò a Costantinopoli l’editio princeps di un breve scritto di contenuto disciplinare e liturgico da lui scoperto in un codice dell’xi secolo conservato nella biblioteca di un monastero di Costantinopoli e in seguito trasferito a Gerusalemme, dove è tuttora conservato. Questa opera era ben conosciuta nella Chiesa antica, dove in alcuni elenchi di scritti canonistici e liturgici è indicata con il nome di Didachè – o, forse meglio, Didachài (cioè “insegnamento” o “insegnamenti”) – degli apostoli, dove “apostoli” ha il significato originario di missionari. Pubblicata l’opera, ci si accorse subito che una sua completa parafrasi largamente rimaneggiata era contenuta per intero nel libro vii delle Costituzioni apostoliche, il più ampio scritto di questo genere letterario in lingua greca, rimontante, nella redazione definitiva, alla fine del IV secolo. (more…)

Egitto, i copti «cattivi» diventano bestseller

febbraio 12, 2010

Polemiche in Egitto, polemiche in Italia. Non per gli stessi motivi, anche se la materia del contendere si riferisce comunque al clima incandescente del V secolo, che per la Chiesa fu stagione di sottigliezze dottrinali e di scontri consumati anche all’interno dei concili. Come quello celebrato a Efeso nel 431, nel corso del quale il patriarca di Alessandria, Cirillo, ottenne la condanna del confratello di Costantinopoli, Nestorio, colpevole – secondo l’accusa – di professare un’interpretazione capziosa della natura di Cristo. Non vero uomo e vero Dio kath’hupostasin, ossia per unione intima e inscindibile, ma soltanto nel prosopon, nell’aspetto esteriore. Al punto che Maria, nell’insegnamento di Nestorio, non andrebbe venerata in quanto “Madre di Dio” (Theotokos), bensì quale “Madre di Cristo” (Christothokos). (more…)

I Khomeini contro il regime in Iran. Dalle ginocchia del nonno all’opposizione

febbraio 12, 2010

Gli occhi dell’Iran erano puntati su di loro il 6 giugno 1989, giorno del funerale di Khomeini, quando una folla cupa ed eccitata, che si flagellava la schiena con una specie di gatto a nove code dalle punte d’acciaio, si accanì sul corpo dell’imam per appropriarsi di un lembo del sudario. I figli del fondatore della Repubblica islamica furono presto messi da parte, esiliati e perseguitati dal clero sciita guidato dalla Guida suprema Khamenei. Scomparsi i figli del fondatore (uno ucciso dallo Shah, l’altro forse dagli ayatollah), oggi è la schiera dei suoi nipoti a portare con orgoglio il nome del padre dell’Iran rivoluzionario.

Il primo giornale che ha notato il paradosso della linea di successione di Khomeini nemica dell’attuale regime di Teheran è stato New Republic la scorsa estate. “Khamenei contro Khomeini”, titolava la prestigiosa rivista americana. Ieri mattina il regime ha fatto arrestare Zahra Eshraqi, nipote di Khomeini, oggi all’opposizione del regime militar-religioso che ha represso le manifestazioni a partire dal giugno scorso. Un mese fa si era parlato di una fuga della famiglia Khomeini. Destinazione: Najaf, la città santa sciita in Iraq, dove risiede il clero sciita antikhomeinista guidato dall’ayatollah Ali al Sistani. La famiglia Khomeini aveva persino minacciato di chiudere la storica moschea di Jamaran, situata vicino all’abitazione di Khomeini, per le celebrazioni del trentunesimo anniversario della Rivoluzione. (more…)

Il senso di Wittgenstein per le parole

febbraio 12, 2010

Così il pensatore austriaco guidava la traduzione del Tractatus

ALESSANDRA IADICICCO

Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere», sentenziava Ludwig Wittgenstein nella proposizione più celebre del Tractatus logico-philosophicus. È la settima proposizione, l’ultima: quella in cui, con piglio risoluto, definitivo, tranchant, si riassume il senso di tutto il testo. «Definire» una volta per tutte, «tracciare un limite» tra il linguaggio e il mondo, le parole e le cose, la logica e la filosofia era l’intento di quel lavoro che intitolare Philosophical Logic – come, per semplificarsi la vita ai fini commerciali, aveva suggerito l’inglese Charles K. Ogden, molto più, si noti bene, di un editore – non avrebbe avuto alcun senso. «Logica filosofica» è un’espressione insensata, fece notare Wittgenstein all’imprenditore culturale e linguista noto per aver scritto un saggio su Il significato del significato e per aver inventato il Basic English che ancora oggi va per la maggiore. Esiste una forma dei fatti – insisteva il filosofo austriaco allora agli esordi – ed esiste una forma dei concetti: congruenti l’una all’altra se pronuncio proposizioni vere. Ma della forma logica come tale in filosofia non si può parlare più di quanto si possa dire del mondo in generale, dei valori universali, del senso della vita e della morte o di Dio. (more…)

La Grande Deroga

febbraio 12, 2010

di Ezio Mauro

CON TUTTO IL RISPETTO DOVUTO – fino a prova contraria – a Guido Bertolaso e con tutto il dispetto generato dalla nuovissima concezione della legalità a percentuale di Silvio Berlusconi (“se uno opera bene al 100 per cento e poi c’è l’uno per cento discutibile, quell’uno va messo da parte”), lo scandalo della Protezione civile non può essere liquidato con le promesse eroiche del super-commissario, pronto a “dare la vita” per convincere gli italiani che non li ha ingannati, e nemmeno con gli insulti rituali del premier ai magistrati: “Si vergognino, Bertolaso non si tocca”.

Si tratta semplicemente di capire cosa sta succedendo nell’ombra gigantesca e secretata delle Grandi Opere e delle Grandi Emergenze, dove sembra affiorare – grazie all’annullamento di tutti i controlli e di ogni regola – un sistema di corruzione e di appalti pilotati compensato all’italiana con una girandola di favori personali ai funzionari statali: pagati ben volentieri e con larghezza di mezzi dalle imprese che ricevevano i lavori pubblici con scelte totalmente discrezionali, sottratte alla legge e a ogni sorveglianza. Tutto ciò impone un’operazione di trasparenza, davanti ai cittadini. Nell’interesse di Bertolaso, del governo e dei contribuenti, deve cadere il velo che occulta metodi e procedure della Protezione civile, coperti dallo stato permanente d’emergenza. (more…)

Marcello Dell’Utri: io senatore per non finire in galera

febbraio 10, 2010

Viaggio in treno con Dell’Utri: spiega racconta, si confida. Un bilancio

“A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera”. Frecciarossa Milano-Roma. Marcello Dell’Utri, senatore del Pdl condannato in primo grado a nove anni per mafia, si addormenta, seduto al suo posto, dopo aver mangiato un panino nella carrozza ristorante. Con lui, una guardia del corpo. Poi squilla il telefono e Dell’Utri – faccia dimessa – si sveglia e parla volentieri, a voce bassa.

Senatore, lei è su tutti i giornali per le dichiarazioni di Massimo Ciancimino.

Due sono le opzioni: o mi sparo un colpo di pistola, o la prendo sul ridere. Di certo farò un’interpellanza parlamentare per capire cosa c’è dietro queste calunnie.

Ma cosa ci guadagna Ciancimino a dire queste cose?

Guadagna molto: intanto gli sconti di pena. La sua condanna a cinque anni, dopo le sue prime dichiarazioni, è stata scontata a tre anni. Non è poco: tra indulti e cose varie non avrà nessuna pena. Poi ci guadagna la salvezza del patrimonio che il babbo gli ha lasciato. Sta tutto all’estero.

E chi è il regista che ha interesse a favorire Ciancimino perchè faccia i vostri nomi?

Sicuramente chi lo gestisce è lo stesso pubblico ministero che era il mio accusatore nel processo di primo grado: questo Ingroia. Antonio Ingroia è un fanatico, visionario, politicizzato. Fa politica, va all’apertura dei giornali politici, ha i suoi piani. Ciancimino padre io non l’ho mai visto né conosciuto, non ho preso il suo posto, quindi non c’è nulla: è tutto montato. Qui c’è un’inquisizione. C’è una persecuzione: Torquemada non mollava la sua preda finché non la vedeva distrutta. (more…)

Qui si quota lo stato che non c’è

febbraio 10, 2010

La fila di investitori arrivava fuori dalla Borsa e scendeva giù per le scale – dicono al Foglio gli investitori di oggi davanti agli schermi – tutti cercavano di arricchirsi, molti ci sono riusciti”. Il primo ministro israeliano e i fondatori della piazza di Nablus hanno concorso senza mettersi d’accordo a una prima singolare, dal punto di vista finanziario: hanno quotato uno stato che non c’è sul listino. In un colpo, come se fosse un’azienda nuova. Il padrone della Borsa palestinese Aweidah dice che “non c’è nessuna fretta di dichiarare la nascita di uno stato palestinese. La gente normale ha ancora bisogno dell’esercito israeliano per farsi proteggere, contro Hamas, perché le nostre forze di sicurezza non sono ancora pronte”. Non c’è motivo di provocare scossoni politici in questo momento: le donazioni e gli aiuti internazionali vanno fortissimo lo stesso, anzi forse meglio. Due miliardi e cinquecento milioni di dollari l’anno. In media ogni palestinese riceve il triplo di un afghano e il doppio di un iracheno, e sei volte tanto l’aiuto in denaro ricevuto in media da ogni europeo durante il Piano Marshall, la grandiosa opera di restaurazione economica dell’Europa voluta dagli americani dopo la Seconda guerra mondiale – che però durò soltanto quattro anni. (more…)

Perchè la crisi produce disoccupazione

febbraio 10, 2010

di Luciano Gallino, da Repubblica, 10 febbraio 2010

Come mai una crisi dai contenuti prevalentemente finanziari ha prodotto un alto tasso di disoccupazione nell´industria? Le risposte formulate finora vertono soprattutto sugli effetti negativi della restrizione del credito. Le banche colpite o minacciate dalla crisi, si dice, riducono il credito alle imprese; senza credito non si possono acquistare materiali da lavorare né compiere investimenti; perciò le imprese italiane e straniere riducono sia la produzione che le importazioni e tagliano i posti di lavoro.

Spiegazioni simili del rapporto finanza-industria ai tempi della crisi sono forse corrette, ma superficiali. Guardano soltanto all´ultimo anello del rapporto. Se si risale qualche anello più su, il rapporto si può così riassumere: la crisi finanziaria produce disoccupazione industriale su larga scala perché l´industria è diventata essa stessa un settore della finanza. In circa trent´anni l´impresa industriale è stata totalmente finanziarizzata. I disastri dei primi anni 2000, capostipite la Enron, sono stati il primo atto del dramma cui l´avvenuta ibridazione finanza-industria sta portando l´economia mondiale. Nel secondo atto abbiamo assistito ai disastri del 2007-2009, archetipo la Lehmann Brothers, ed alle devastazioni in atto del mondo del lavoro. Per non arrivare a un terzo atto, che potrebbe essere ancora più pauroso, bisognerebbe cercare di capire meglio il rapporto tra le due. (more…)