Elezioni irachene all’ombra dello scontro Iran-Usa

La prima metà del 2009 era stata relativamente tranquilla per l’Iraq. Episodi salienti erano stati le elezioni provinciali di gennaio, il ritiro delle truppe americane dalle città irachene alla fine di giugno, ed una sensibile diminuzione della violenza nel paese.

Le elezioni provinciali avevano segnato una battuta d’arresto per i partiti di ispirazione più apertamente settaria, e l’affermazione dell’Alleanza per lo Stato di diritto, la nuova lista guidata dal primo ministro Nuri al-Maliki che intendeva proporsi come blocco politico di orientamento nazionale e non settario. Queste consultazioni avevano inoltre sancito l’accettazione del processo politico da parte dei sunniti, i quali avevano in precedenza boicottato in massa le elezioni legislative del 2005.

Tutto ciò aveva spinto alcuni a ritenere che l’Iraq si stesse avviando verso la normalizzazione del processo politico, lasciandosi alle spalle gli anni più bui della contrapposizione settaria e della guerra civile.

Tuttavia, nessuna delle ragioni profonde alla base della crisi irachena – dalla questione curda, alla necessità di una riconciliazione tra sunniti e sciiti, al tema federalismo e della distribuzione delle risorse del paese, al problema delle ingerenze straniere – ha trovato una risposta adeguata nel corso dell’anno passato.

L’approssimarsi delle nuove elezioni legislative, inizialmente previste per il gennaio 2010, ha – com’era prevedibile – riacutizzato i conflitti latenti nel paese, dapprima con le estenuanti trattative per la nuova legge elettorale, che hanno determinato fra l’altro il rinvio dell’appuntamento elettorale al 7 marzo, e poi con l’annuncio, a metà gennaio, dell’esclusione di oltre 500 candidati dalle liste elettorali a seguito della cosiddetta campagna di “debaathificazione”.

Lo scopo dichiarato di tale campagna era quello di “purificare” il panorama politico iracheno da tutti coloro che erano compromessi con il vecchio regime di Saddam Hussein, ma i provvedimenti di esclusione dalle liste hanno colpito in gran parte esponenti sunniti (spesso legati molto debolmente al partito Baath), ed in particolare esponenti candidati nelle file del Movimento Nazionale Iracheno, anche noto come lista al-Iraqiya, guidata dall’ex premier Iyad Allawi.

Questo episodio ha suscitato una grave crisi politica, lasciando presagire un riacutizzarsi delle tensioni fra sunniti e sciiti. Le decisioni prese dalla “Commissione di responsabilità e giustizia”, incaricata di cancellare dalle liste elettorali i nominativi di coloro che avevano avuto legami con il partito Baath di Saddam, hanno dato a molti l’impressione di avere in realtà l’obiettivo di eliminare  gli avversari potenzialmente più pericolosi per gli attuali partiti di governo alle prossime elezioni.

La crisi suscitata dalla campagna di “debaathificazione” è in parte conseguenza dei notevoli cambiamenti intervenuti nel panorama politico iracheno nel corso del 2009, che hanno fatto sì che gli schieramenti politici iracheni alla vigilia delle elezioni del 7 marzo siano molto diversi rispetto a quelli che si erano presentati alle elezioni del 2005.

L’Alleanza Irachena Unita (UIA), la coalizione sciita che vinse le elezioni del 2005 e appoggiò i successivi governi a guida sciita, non esiste più. Il suo scioglimento, avvenuto ancor prima delle elezioni provinciali del gennaio 2009, ha segnato la spaccatura del fronte sciita. La nuova coalizione, che prende il nome di Alleanza Nazionale Irachena (INA) riunisce i partiti sciiti di ispirazione più chiaramente settaria, come il Supremo Consiglio Islamico Iracheno (SIIC) guidato da Ammar al-Hakim (figlio del defunto Abdul Aziz), la corrente di Muqtada al-Sadr, il partito Fadhila, ed altri, ma non comprende i seguaci del partito Da’wa rimasti fedeli al primo ministro Nuri al-Maliki, il quale ha fondato una nuova lista, l’Alleanza per lo Stato di diritto, a cui ha cercato di infondere uno spirito più nazionalista e meno settario.

L’INA è una coalizione non soltanto ridimensionata rispetto all’UIA, ma anche più fragile al suo interno, a causa della reciproca diffidenza tra il movimento sadrista ed il SIIC. Dal canto suo, al-Maliki, dopo il divorzio dai partiti sciiti che attualmente compongono l’INA, ha cercato di plasmare la sua Alleanza per lo Stato di diritto come un raggruppamento laico, cercando di coinvolgere anche personalità sunnite e curde. Il suo tentativo non sembra però aver avuto successo, e la recente campagna di debaathificazione, che egli ha di fatto appoggiato, gli ha fatto perdere la sua credibilità di figura politica al di sopra delle contrapposizioni settarie.

La vera novità del panorama politico iracheno è stata la nascita del Movimento Nazionale Iracheno (INM), la coalizione guidata dall’ex premier Iyad Allawi (uno sciita laico) che comprende al suo interno diverse formazioni sunnite, e che si propone come il raggruppamento nazionale laico più credibile. L’INM si presenta come l’avversario più temibile per l’INA e per la lista di al-Maliki, ed è contro di esso che la campagna di debaathificazione si è particolarmente accanita.

I sunniti, che boicottarono in massa le elezioni del 2005, questa volta sembrano intenzionati a prendere parte alla competizione elettorale, essendosi resi conto del grave errore commesso alle precedenti consultazioni, quando il loro boicottaggio li escluse dal processo decisionale del paese che si sviluppò negli anni successivi. Formazioni politiche sunnite sono presenti all’interno dell’INM, ma anche sotto forma di liste indipendenti.

Completano il quadro politico i partiti curdi, i quali, a differenza di altre formazioni, non hanno cercato di costituire alleanze multietniche e multiconfessionali, mantenendo le loro caratteristiche incentrate in primo luogo sull’identità curda. Tuttavia, neanche il panorama politico curdo è rimasto inalterato. Ai due partiti storici, il Partito Democratico del Kurdistan (KDP) e l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), che già alle elezioni del 2005 si erano presentati all’interno di una coalizione unitaria, si è aggiunto il Movimento per il Cambiamento (Gorran), un partito fuoriuscito dal PUK ed affermatosi alle elezioni tenutesi nella regione autonoma del Kurdistan lo scorso luglio.

Se il 7 marzo Gorran dovesse ripetere il buon risultato ottenuto alle elezioni provinciali del Kurdistan, alcuni curdi temono che ciò potrebbe indebolire la posizione curda a Baghdad, visto che Gorran non fa parte della coalizione formata da PUK e KDP. Ciò nonostante, è opinione diffusa che i curdi continueranno ad essere determinanti per la costituzione del nuovo esecutivo all’indomani delle elezioni, poiché ciascuna delle liste che si contenderanno la maggioranza relativa (INA, Alleanza per lo Stato di diritto, e INM) avrà inevitabilmente bisogno di costruire delle alleanze per formare un governo.

Il panorama politico iracheno appare pertanto estremamente complesso e frammentato, e non più semplicemente suddiviso secondo linee etniche e confessionali. La campagna di debaathificazione ha certamente vanificato le speranze di una riconciliazione nazionale, ma la contrapposizione non sembra più essere semplicemente una contrapposizione fra sciiti e sunniti, bensì fra sostenitori di uno stato iracheno unitario e centralizzato, e sostenitori di uno stato federale o addirittura confederale, tra difensori di un approccio laico e difensori di un approccio religioso, e tra correnti vicine al progetto americano (o quantomeno intenzionate a sfruttarlo) e correnti favorevoli all’influenza iraniana.

Data l’importanza geopolitica e strategica dell’Iraq nella regione mediorientale, Teheran e Washington hanno entrambe ambito a controllare il paese fin dall’invasione americana del 2003. Durante l’era Bush, il regime iraniano ha cercato di tenere gli americani impantanati in Iraq per impedire che essi potessero attaccare direttamente l’Iran. Con l’inasprirsi della crisi nucleare iraniana, e con il progressivo slittamento dell’amministrazione Obama verso posizioni più intransigenti, Teheran cerca nuovamente di giocare la carta irachena per evitare lo scontro diretto con Washington.

Non solo gli americani, ma anche molti nel mondo arabo, hanno accusato l’Iran di essere il vero ispiratore della campagna di debaathificazione, la quale avrebbe lo scopo ultimo di creare in Iraq un regime settario filo-iraniano. A queste insinuazioni ha replicato lo stesso presidente iraniano Ahmadinejad, il quale ha a sua volta accusato Washington di voler riportare i baathisti al governo in Iraq.

Le accuse del presidente iraniano si riferiscono ai colloqui avuti nei mesi scorsi da responsabili americani (a cominciare dal vicepresidente Joe Biden) in Iraq allo scopo di favorire la “riconciliazione” nel paese e la reintegrazione dei sunniti nel processo politico (del resto non va dimenticato che il processo di debaathificazione fu avviato dagli stessi americani all’indomani dell’invasione dell’Iraq; solo in un secondo momento Washington cambiò la propria strategia, allorché si rese conto che continuando a emarginare i sunniti rischiava di consegnare il paese nelle mani dell’Iran).

Attualmente gli americani stanno cercando di disimpegnarsi dall’Iraq e di riportare a casa le loro truppe. Tuttavia ciò sarà possibile a patto di lasciarsi alle spalle un Iraq stabile, e possibilmente non nelle mani dell’Iran. L’inasprimento delle tensioni irachene, e gli interessi (spesso contrastanti) che molti stati confinanti – e non solo l’Iran – hanno nel paese non lasciano ben sperare per la stabilità irachena.

Nell’eventualità di un nuovo deterioramento della situazione politica e di sicurezza dell’Iraq, non è detto che gli americani continueranno a portare avanti senza modifiche la loro politica di disimpegno. L’ambasciatore americano in Iraq Christopher Hill ha messo in chiaro che gli interessi di Washington nel paese sono interessi a lungo termine, che non saranno ridimensionati dal ritiro delle truppe americane.

A causa della partita regionale che si gioca intorno all’Iraq, sembra che le elezioni irachene stiano suscitando interesse soprattutto all’estero, più che all’interno del paese. Le principali forze politiche irachene sono del resto abbondantemente finanziate da potenze straniere. Oltre che dagli USA e dall’Iran, sostegno finanziario e di altro genere proviene da paesi del Golfo come l’Arabia Saudita e il Kuwait, ed altre forme di sostegno più indiretto provengono da paesi come la Siria.

Mentre dilaga la corruzione, e si moltiplicano gli episodi di compravendita di voti, i comuni cittadini iracheni appaiono in gran parte sfiduciati e delusi dalla “democrazia” del nuovo Iraq. Essi continuano a vivere in uno stato di grave insicurezza, nella quasi totale assenza di servizi, ed in preda a una crescente povertà. Le aspettative sull’affluenza al voto non sono molto elevate. Alcuni responsabili iracheni hanno affermato che un’affluenza del 50% sarebbe considerata un successo.

Nel frattempo la disoccupazione dilaga nel paese, l’assistenza sanitaria è a livelli minimi, e l’Iraq muore letteralmente di sete. La siccità colpisce vaste aree del paese, costringendo il governo ad aumentare la spesa per le importazioni alimentari, mentre i due principali fiumi dell’Iraq, il Tigri e l’Eufrate, sono ridotti a rigagnoli a causa delle assurde politiche dei paesi confinanti (in primo luogo la Turchia, ma anche la Siria e l’Iran) che hanno disseminato di dighe il corso superiore di questi due fiumi e dei loro affluenti.

Alla luce di quanto detto fin qui, l’esito delle elezioni sarà probabilmente determinato da fattori esterni, più che dalla libera espressione del voto da parte dei cittadini iracheni. Tale esito rischia di avere scarso impatto sui veri problemi che affliggono il paese e coloro che lo abitano.

Se il rischio di una trasformazione dell’Iraq in un regime filo-iraniano, che alcuni hanno paventato, appare sopravvalutato, è invece possibile che il paese scivoli verso una sempre maggiore frammentazione e turbolenza, soprattutto se le tensioni regionali dovessero crescere in conseguenza del confronto fra Teheran e Washington. Il panorama politico iracheno potrebbe andare verso una crescente “libanizzazione”, ovvero verso una paralisi progressiva determinata dalle rivalità e dai veti incrociati delle diverse fazioni, sulla falsariga di quanto è avvenuto in Libano.

Alla luce di ciò, una sfida ancora più grande rispetto a quella rappresentata dal pacifico e regolare svolgimento delle elezioni sarà la costituzione del nuovo governo, che rischia di impegnare le forze politiche irachene per i mesi a venire. E non è escluso che un prolungato stallo politico possa sfociare in nuove violenze.

Medarabnews

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