Piccola Posta di Adriano Sofri

Ho annotato delle cose dal Foglio di sabato. Il mio amico Luigi Amicone mi addebita di aver messo sullo stesso piano, scrivendo su Repubblica, i pasticci elettorali di Roma e di Milano. Ha letto male, perché avevo scritto: “Ci sono tribunali e giudici deputati a decidere, nella provincia di Roma in cui la lista del Pdl non è stata mai nemmeno presentata, come nella Lombardia in cui lista e firme di Formigoni sono state presentate secondo un andazzo finora indisturbato”. C’è una differenza fra una lista mai presentata – e l’impensabile indecenza di reintrodurla nel gioco con un decreto – e una lista presentata e controfirmata secondo l’andazzo finora indisturbato. Tant’è vero che non era irragionevole immaginare una riammissione della lista lombarda decisa dal Tar, accompagnata magari da un pronunciamento sull’inaccettabilità dell’andazzo, che andava oltretutto a detrimento dei pochi che avevano cercato di sottrarvisi, e una esclusione della lista Pdl alla provincia di Roma, che non avrebbe impedito il voto per la Polverini.

Ipotesi a parte, è successo il peggio – salvo il colpo di genio della genía integerrima che ha dato l’assalto a Napolitano – e si sono trattate legge e regole come carta straccia. In generale, benché veda che il famigerato pasticcio ha tutt’altro che entusiasmato la linea prevalente di questo accogliente giornale, c’è fra la linea e me una distanza che si allarga, col procedere del tempo e degli avvenimenti. Quello che qui si considera come un nuovo grossolano episodio di cialtronismo, a me pare un nuovo gravissimo fatto compiuto contro la democrazia e la dignità civile. Naturalmente, per quel margine che ciascuno di noi lascia, per principio o per anzianità di servizio, all’eventualità che siano gli altri ad avere ragione, io dovrei augurarmi che sia la linea prevalente ad avere ragione. Perché se avessi ragione io, la sottovalutazione perfino scherzosa degli eventi suonerebbe molto stridula. Aggiungo di non essere stato smussato abbastanza dall’anzianità da diventare incline a riconoscere che l’altro abbia ragione, però riesco a riconoscergli spesso molte buone ragioni, che in quel caso cerco di fare mie all’interno di quella che mi sembra la ragione essenziale. E con questo fuoco faccio sempre più fatica a scherzare.

Il Foglio

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