Somalia: il possibile ritorno degli Stati Uniti

di Matteo Guglielmo

Gli Stati Uniti d’America avrebbero intenzione di sostenere direttamente il Governo Federale di Transizione (Gft) nella riconquista di Mogadiscio. Dopo quasi dieci anni di guerra al terrore, se la notizia dovesse essere confermata avrebbe dell’incredibile e segnerebbe una vera svolta nel coinvolgimento degli Usa in Somalia. Secondo un editoriale del New York Times infatti, le milizie fedeli al governo si starebbero preparando ad una massiccia offensiva con l’aiuto diretto di consiglieri militari dell’esercito americano. La crescita di una minaccia qaedista in Yemen e le possibili connessioni con i movimenti di opposizione somali hanno certamente aumentato le preoccupazioni statunitensi in tutto il Golfo di Aden.

Un maggior coinvolgimento militare Usa al
fianco del Gft potrebbe risultare cruciale nella vittoria finale contro le milizie radicali di al-Shabaab e di Hizbul Islam. Infatti, l’attuale situazione di stallo politico e militare ha reso necessario uno sforzo maggiore nella lotta contro il blocco islamista. Tuttavia la strategia americana, diversamente da quella portata avanti dal presidente somalo Sheikh Sharif Sheikh Ahmed e dal suo primo ministro Omar Abdirashid Ali Sharmarke, risulta funzionale a una più globale lotta al terrorismo internazionale. Questo tipo di approccio, almeno in Somalia, tende ancora ad escludere un coinvolgimento “positivo” della popolazione, basandosi per lo più su attività di training militare ai caschi verdi dell’Unione Africana e su azioni mirate contro presunte cellule o personalità connesse alla rete qaedista.

Anche se nel breve periodo le Istituzioni Transitorie
potranno certamente beneficiare di un diretto appoggio statunitense, rimane ancora da decifrare il tipo di azione che gli Usa intenderebbero effettivamente avviare. Le dichiarazioni del Segretario di Stato per gli affari africani Johnnie Carson da questo punto di vista sono state abbastanza chiare: Carson ha infatti sottolineato che per ora il Dipartimento di Stato non sta in alcun modo pensando ad una offensiva militare diretta, anche perché sussisterebbero diversi limiti economici e politici ad una eventuale missione in Somalia. Più probabile invece un’azione di “supporto” alle forze governative.

Per ora l’assistenza militare Usa alle Istituzioni Federali di Transizione ha rispecchiato fedelmente la strategia americana nel Corno d’Africa. Questa tattica però potrebbe diventare nei prossimi mesi più diretta e strutturata, soprattutto attraverso l’utilizzo mirato di forze speciali terrestri sul territorio somalo. Ciò consentirebbe all’esercito degli Stati Uniti di colpire direttamente le basi dei movimenti radicali senza un dispiegamento significativo di truppe, che al contrario presupporrebbe la formazione di una piattaforma logistica complessa e di consistenti investimenti sul campo. Il blocco di forze fedeli al Governo Federale di Transizione ancora non consente un dispiegamento massiccio di truppe statunitensi, e la strada scelta dal Dipartimento di Stato potrebbe seguire nuovamente quella delle “hitting and getting out operations”, su modello già sperimentato dai francesi nella lotta alla pirateria. Questo tipo di azione però, utilizzato in parte anche nei feudi di al-Qaida in Afghanistan, rischia di non tenere in considerazione il rapporto con i civili, il cui sostegno in alcuni casi può diventare cruciale nel decidere gli esiti di uno scontro militare nel lungo periodo.

Anche sul fronte opposto qualcosa si sta muovendo. I
gruppi radicali di opposizione al Gft sembrano adottare per ora due strategie di lotta diverse. Mentre al-Shabaab infatti è sempre più propenso a cercare lo scontro frontale con la comunità internazionale, Hizbul Islam appare più cauto, consapevole dei limiti militari ed economici che attualmente caratterizzano il movimento guidato da Sheikh Hassan Dahir Aweys. Le dichiarazioni di affiliazione ad al-Qaida dei “giovani” e le ritorsioni ai danni del Wfp (World Food Programme) rientrano tutte in una precisa strategia di “vietnamizzazione” della Somalia. Al-Shabaab è infatti consapevole di non poter reggere un confronto diretto contro le forze dell’Amisom, e dunque di non poter conquistare la totalità del territorio della capitale.

Lo stallo militare, dunque, e il pericolo di un’escalation
di attacchi Usa, su modello di quello che ha portato all’uccisione di Salah Ali Salah “Nabhan” lo scorso settembre nei pressi della cittadina costiera di Brava, hanno costretto alcune frange di al-Shabaab a cambiare strategia. Il movimento radicale è fermamente intenzionato a creare i presupposti per un dispiegamento diretto di truppe statunitensi in Somalia. Questa tattica consentirebbe infatti ai “giovani” da un lato di ritornare a un tipo di guerriglia “porta a porta” costringendo Washington ad aprire un nuovo fronte nel paese, e dall’altro di riguadagnare il sostegno della popolazione che ultimamente sembra essere ai minimi storici dal ritiro etiopico del gennaio 2009.

Se gli Stati Uniti si lasceranno coinvolgere direttamente il rischio sarebbe quello di riaccendere nuovamente il conflitto, coinvolgendo in primis la popolazione civile. E in quel caso i “giovani” potrebbero servirsi nuovamente dei propri strumenti di propaganda contro un nemico esterno, mobilitando uomini e risorse per un jihad somalo che per ora sembra occupare una posizione di secondo piano anche all’interno delle strategie globali di al-Qaida. Al-Shabaab in questo momento è in una posizione di ristagno politico. L’approvazione del pacchetto di sanzioni contro i finanziamenti dell’Eritrea al movimento e le derive radicali che di giorno in giorno stanno aggravando le condizioni di vita delle popolazioni sotto l’amministrazione Shabaab nella Somalia centro-meridionale, hanno costretto gli alti quadri del gruppo islamista a cercare di scaricare su alcuni attori internazionali le responsabilità emerse dalla deriva del loro progetto politico.

Chi non sembra sottostare ai voleri di al-Shabaab è
invece Hizbul Islam. Il “partito islamico” infatti si sta gradualmente defilando dalle posizioni sempre più intransigenti dei “giovani”. Un ritorno massiccio di una forza militare straniera in Somalia potrebbe tradursi infatti in una scomparsa definitiva di Hizbul Islam. Nel gruppo guidato da Aweys le defezioni di miliziani e di leader ormai non si contano più. Dopo il passaggio delle milizie dell’ex colonnello Hassan Turki ad al-Shabaab si è potuto assistere anche alla fuga dell’ex portavoce del movimento Sheikh Muse Abdi Arale, volato in Sudan con 700mila dollari trafugati dalle casse del gruppo. Muse Arale, entrato a Khartoum con un passaporto falso, aveva anche cambiato il suo nome in Sheikh Isse, ma ciò non ne avrebbe comunque ostacolato la cattura da parte delle forze di intelligence francesi, che lo accusano di essere tra i pianificatori del rapimento dei due agenti di Parigi avvenuto lo scorso luglio a Mogadiscio.

Con un’opposizione sempre più frammentata e un governo debole e incapace di guadagnare terreno, un coinvolgimento militare più diretto degli Stati Uniti potrebbe nel lungo periodo produrre degli effetti negativi. Come l’intervento dell’Etiopia di tre anni fa, la presenza di un nuovo attore straniero nel paese, in assenza di un chiaro programma di protezione della popolazione, avrebbe come unica conseguenza un ricompattamento delle frange dell’opposizione islamista. In altre parole, un’escalation del conflitto dovuta all’intensificarsi di attacchi Usa avvierebbe un processo di cristallizzazione politica verso la fazione islamista dominante, e pertanto verso al-Shabaab. Un impegno militare privo di un’azione umanitaria forte giocherebbe nuovamente a favore dei gruppi più radicali, segando definitivamente le gambe delle già traballanti Istituzioni Federali di Transizione.

Matteo Guglielmo è dottorando in Sistemi Politici dell’Africa all’Università degli studi “L’Orientale” di Napoli, autore del volume Somalia, le ragioni storiche del conflitto, ed. Altravista, 2008.

Limes

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