Gerusalemme, la cupola che divide

In nessuna città i simboli contano quanto a Gerusalemme. Ed è per questo che nella Città Santa siamo alla vigilia di un passaggio significativo: lunedì è infatti in programma la dedicazione della ricostruita sinagoga di Hurva, un luogo la cui storia è in qualche modo una parabola dell’ebraismo in Israele. Quella che verrà inaugurata sarà infatti la terza sinagoga di Hurva, dal momento che le due precedenti sono state distrutte in altrettanti conflitti. Il nuovo edificio si candida a diventare, così, il simbolo del rinato quartiere ebraico della Città Vecchia. Quello che oggi – con il suo lindore e i ragazzini delle scuole rabbiniche che giocano nei cortili – è uno dei segni più evidenti dell’ebraismo rifiorito in Terra di Israele.

La sinagoga di Hurva è stata a lungo il centro dell’ebraismo ashkenazita a Gerusalemme: non stupisce, dunque, che sia stata ricostruita. Va però tenuto presente anche il contesto in cui tutto questo avviene: la Città Vecchia è da tempo al centro di dispute legate a scavi archeologici tesi a privilegiare esclusivamente il volto ebraico di Gerusalemme. E poi c’è la questione calda delle case dei coloni a Gerusalemme Est, che in realtà si trovano anche a poche centinaia di metri dall’Hurva. Ieri, poi, – dopo gli scontri delle scorse settimane al termine della preghiera del venerdì – le autorità israeliane hanno blindato la Città Santa, impedendo l’accesso alla Spianata delle moschee a tutti i maschi arabi di età inferiore ai cinquant’anni. E proprio per evitare ulteriori tensioni il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che lunedì non sarà presente all’inaugurazione della sinagoga.

Al di là delle contingenze politiche, è comunque innegabile il valore storico dell’edificio sacro restaurato. Le sue origini risalgono all’anno 1700, quando qualche centinaio di ebrei giunsero nella Città Santa dalla Polonia guidati dal rabbino Yehudah he-Hasid (cioè Yehudah il Pio). Era uno di quei tanti gruppi che dalla diaspora – ben prima del sionismo – presero la strada di Gerusalemme spinti da una motivazione mistica. Ma in Terra di Israele incontrarono subito gravi difficoltà: Yehudah he-Hasid si ammalò e morì nel giro di pochi giorni; la sinagoga venne costruita, ma la comunità dovette indebitarsi pesantemente. Finché nel 1721 i creditori arabi – non vedendo restituiti i soldi prestati – distrussero tutto e la comunità ashkenazita fu dispersa. Per ottant’anni restò un luogo in rovina, fino a quando intorno al 1812 in Terra di Israele non arrivarono i Perushim, un gruppo di ebrei lituani seguaci del Gaon di Vilna, un mistico cabalista. Da Safed, dove si erano stabiliti, cominciarono a progettare il ritorno degli ashkenaziti a Gerusalemme. Ma ci riuscirono solo quando – nel 1831 – Gerusalemme passò sotto il controllo di Muhammad Alì, viceré d’Egitto.

La vera svolta, però, arrivò una ventina d’anni dopo quando, nel nuovo clima politico favorevole creato dalla Guerra di Crimea, la comunità lanciò il progetto di una nuova grande sinagoga. A disegnarla fu l’architetto del sultano, Assad Effendi, in stile neo-bizantino con una grande cupola alta 24 metri. Prese il nome di Hurva (in ebraico “rovine”) proprio perché costruita sopra le macerie del 1721. Inaugurata nel 1864 da allora e per 84 anni fu a Gerusalemme la cupola degli ebrei, accanto a quelle islamiche di Omar e al-Aqsa e a quelle cristiane del Santo Sepolcro. Nella guerra del 1948 fu l’ultimo fazzoletto di terra ebraico che le forze armate del futuro Stato d’Israele difesero nella Città Vecchia. Ma quella resistenza segnò anche la sua sorte: una volta conquistata i giordani la fecero saltare in aria. Quando poi nel 1967 Israele assunse il controllo di tutta Gerusalemme, si pose subito la questione della ricostruzione della sinagoga di Hurva. Ma nel frattempo era subentrato un fatto nuovo: la trasformazione – a poche centinaia di metri di distanza – del Muro Occidentale nel grande luogo di preghiera a cielo aperto che tutti conosciamo. Un architetto di prestigio internazionale come Louis Kahn presentò un progetto per un nuovo edificio in stile moderno. Non trovando però un accordo su che cosa fare nel 1977 si decise di riedificare solo uno degli archi sui quali si reggeva la cupola di Hurva, come monumento commemorativo.

Col passare del tempo e con la rinascita del quartiere ebraico, però, sono cresciute le pressioni per la ricostruzione. E così nel 2000 il governo israeliano ha dato il via libera, scegliendo la via di una riedificazione il più fedele possibile rispetto all’originale. Dunque ora anche la cupola degli ebrei è tornata a svettare sul cielo di Gerusalemme. E dal cassetto è spuntata fuori anche una profezia del Gaon di Vilna che infiamma gli animi nel quartiere ebraico. Perché il vecchio maestro, in Lituania, avrebbe scritto che quando l’Hurva sarà ricostruita la terza volta, sulla spianata (oggi delle moschee) potranno cominciare i lavori per la costruzione del terzo tempio (quello nuovo, dopo quelli di Salomone ed Erode, entrambi distrutti). Sono solo le parole di un cabalista. Ma nella città dove tutto è simbolo hanno indubbiamente il loro peso.

Avvenire

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