Br: il terrorista è gnostico

Il muro tra monaci e terroristi è sottile, con gli eretici ancor meno. Magari non farà piacere, la tesi di Alessandro Orsini – giovane sociologo che non ha vissuto gli anni di piombo ma ne ha studiato gli eventi con piglio innovativo –, e tuttavia va apprezzata la profondità d’analisi sull’arduo nodo dei rapporti tra terrorismo e religione.

Professor Orsini, secondo lei i terroristi sono gnostici. In che senso?
«La gnosi è una conoscenza superiore destinata a pochi eletti: la stessa caratteristica che si trova in tutti i documenti brigatisti, i cui autori pensavano di essere un manipolo di giusti, possessori della verità ultima sul significato della storia. Forse negli anni Settanta questa tesi non faceva impressione, ma le medesime convinzioni tornano nella rivendicazione del delitto D’Antona nel 1999 e in quello Biagi nel 2002, ben dopo la caduta del comunismo».

Beh, la dottrina delle minoranze che guidano la storia è sempre stata un caposaldo marxista, senza bisogno di ricorrere alla gnosi…
«È vero, ma non basta a spiegare le Brigate rosse. Le Br sono una setta nella tradizione dello gnosticismo rivoluzionario, di cui possiedono le caratteristiche: l’ossessione per la purezza personale; un catastrofismo radicale, secondo cui il mondo sarebbe immerso nel dolore e nella sofferenza; di conseguenza la concezione salvifica della rivoluzione come un’apocalisse che squarcia le tenebre e instaura una “società perfetta”; l’identificazione del nemico come il maligno, un mostro responsabile dell’infelicità umana e dunque da sterminare; infine la mentalità “a codice binario” che riduce tutti gli aspetti della realtà alla contrapposizione tra forze del Bene e forze del Male».

Qui siamo nel manicheismo puro. C’entra qualcosa il fatto che non pochi brigatisti venissero da un’esperienza cattolica?
«Questo è un punto trascurato ma importantissimo. In effetti, una certa cultura cattolica ha procurato forze alla contestazione e poi al terrorismo. Un brigatista ha raccontato che durante gli attentati si sentiva come Cristo che si lascia crocifiggere per redimere l’umanità (si chiama “sindrome dell’eroe messianico”). Per un altro uccidere era come salire sulla pira accesa, sacrificarsi per il bene del mondo. In un documento bierre del settembre 1977 si legge che “la rivoluzione significa continuità, solidarietà, amore”. Il brigatista Patrizio Peci è convinto che la violenza politica “è anche un problema di altruismo e generosità: si tratta di rischiare tutto per una causa che si crede giusta, dimenticando la convenienza personale”… Non a caso nel mio libro parlo di “rivoluzionari di vocazione”; non erano affatto pazzi: erano invece persone animate da un grandissimo amore verso il prossimo, filantropi assetati di “assoluto”, purificatori del mondo, angeli sterminatori. Il terrorista prova un dolore lancinante di fronte all’ingiustizia nel mondo; solo che pensa che si può cambiare soltanto con la violenza».

Un monaco «giustiziere».
«Un monaco, come no? C’è una certa analogia tra religiosi e brigatisti, nella setta rivoluzionaria del resto si viveva come in alcuni movimenti fondamentalisti. Ma era una vita mostruosa, non eroica: si doveva operare uno stacco totale con l’esperienza precedente, interrompendo tutte le relazioni, senza poter più vedere nemmeno i figli. Le donne non potevano avere relazioni fuori dalla setta e, se incinte, dovevano abortire. Insomma, un percorso che faceva regredire a livello primitivo; non per niente gli omicidi erano delegati a chi era arrivato più a fondo in questo cammino. Mario Moretti ammoniva gli aspiranti brigatisti che entro 6 mesi sarebbero stati uccisi o arrestati, andando incontro al martirio. Ripeto: i terroristi sono persone altruistiche, iper-generose. Le lettere di Mara Cagol (di origini cattolicissime) alla madre in questo senso sono impressionanti. Uccidere per la rivoluzione è il più nobile dei gesti; una manifestazione d’amore verso l’umanità in attesa di redenzione. L’approccio alle Br non può dunque essere solo ideologico o razionale, come calcolo di costi e benefici».

Ci sono radici «cattoliche» nel terrorismo?
«In effetti nella storia del cristianesimo s’è verificata una profonda intolleranza verso gli eretici, l’unica categoria che non meritava compassione e che era giusto persino uccidere. I brigatisti – pur ispirati da rigoroso ateismo – esprimono l’anima anti-moderna della Chiesa. Difatti i Br hanno in orrore alcuni aspetti della cultura occidentale: libero pensiero, individualismo, libertà di religione…».

Ma, se il suo ragionamento è vero, perché tale terrorismo «religioso» esplode proprio dopo il Vaticano II, ovvero nella fase più «dialogica» e «moderna» del cattolicesimo?
«Beh, non bastano le radici religiose a spiegare il terrorismo… C’è stato anche uno sconvolgimento sociologico, economico, industriale, da cui è nato un terremoto di reazioni. E comunque, se la Chiesa nel Concilio ha preso le distanze dai fenomeni di intolleranza verso le altre religioni o il mondo, cambiare le mentalità è ben più complesso».

Il terrorismo è un fenomeno solo occidentale?
«No. C’è stata anche l’Armata rossa giapponese, per esempio. Io stesso ero convinto che le Br fossero un fenomeno tipicamente italiano, di contrapposizione tra capitalismo e comunismo, ma non è così. Il modo migliore per comprenderlo resta lo studio delle sette cristiane durante le persecuzioni dell’impero romano. Il brigatista si crede tanto più rivoluzionario quanto più si sente immerso nelle catacombe. Inoltre una delle caratteristiche della religione radicale come del terrorismo armato è l’indignazione permanente, attraverso cui si trova conferma della propria purezza interiore; un’altra è il desiderio di essere perseguitati, in quanto la violenza dello Stato testimonia la diversità irriducibile dei brigatisti. Poi ci sono la purificazione dei mezzi attraverso il fine, il principio della segretezza, il terrorismo preventivo interno, l’auto-distruzione sacrificale, e così via».

E la coloritura marxista-leninista?
«Indispensabile. Ogni setta costituisce la contestazione di una chiesa, che rappresenta invece la disposizione a scendere a compromessi con la storia. E le Brigate rosse nascono come setta che si distacca da una chiesa: il Pci. I brigatisti avevano ragione nel sostenere di essere i veri rivoluzionari, i soli continuatori di Marx, perché le Brigate non sono una deviazione, bensì una pagina importante del marxismo-leninismo. La storia delle Br eterodirette è una bugia clamorosa».

E oggi?
«Finora la lettura delle Br è stata monopolizzata da studiosi comunisti, il che ha impedito di coglierne la dimensione “religiosa”. Invece non dovremmo occuparci solo di teorie o ideologie, ma anche di un sentimento che si sviluppa fuori dall’accademia o dai partiti. In molti settori della vita civile italiana, per esempio, esiste tuttora una sorta di ammirazione dei brigatisti: “Sbagliano – si dice – ma perché il momento non è ancora maturo”. Non si è preso davvero coscienza che, ovunque i “bonificatori del mondo” (dai puritani a Lenin, dai giacobini a Pol Pot) arrivano al potere, il risultato sono fosse comuni, violenza, gulag… La rivoluzione gnostica ha sempre portato a una diffusione del terrore. Anzi, la cultura rivoluzionaria è essa stessa educazione alla violenza, perché ragiona con una mentalità a codice binario, manichea».

Roberto Beretta
Avvenire

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