Così i giornali e i giornalisti si ribellano alla censura in Iran

Per il ministro della Cultura, Mohammed Hosseini, in Iran “non c’è alcuna censura, però, se si commettono degli errori, bisogna risponderne secondo le leggi vigenti”. Dal giugno scorso in Iran si sbaglia facilmente. In otto mesi, fino alla vigilia di Nowruz, il capodanno persiano, la festa più importante dell’anno le cui celebrazioni iniziano questa sera, 110 giornalisti sono finiti in carcere per aver calpestato le linee rosse del regime: hanno “oltraggiato il leader supremo”, “fomentato l’instabilità con notizie false”, “collaborato con i nemici dell’Iran”. Venti pubblicazioni sono state censurate, otto hanno chiuso i battenti. Secondo Mohammed Ali Ramin, consigliere del presidente Mahmoud Ahmadinejad, ispiratore della Conferenza sull’Olocausto, promosso al ministero della Cultura e alla commissione di Vigilanza sui media, i giornali puniti “non rispettavano l’etica giornalistica, violavano i regolamenti, pubblicavano materiale superficiale e propagavano materialismo”.

Il primo marzo è stata revocata la licenza ai settimanali Iran Dokht e Sina, lo stesso giorno è stato chiuso il popolare quotidiano Etemad-e-Melli. Erano tutti e tre vicini alle posizioni di Mehdi Karroubi, uno dei leader dell’onda verde. L’editore di Iran Dokht è la pugnace moglie di Karroubi, Fatemeh, e la rivista è stata chiusa “perché la proprietà non rispetta la Costituzione”. Il misfatto perpetrato da Etemad- e-Melli, invece, è stato dar voce alle reazioni di un gruppo di parlamentari riformisti scandalizzati dai pestaggi contro gli studenti dell’Università di Teheran del 15 giugno, tre giorni dopo le elezioni presidenziali, documentato da un video, rimbalzato in rete. Per Etemad è stata una condanna a morte. Il solerte Ramin ha messo all’indice un altro quotidiano riformista, Bahar, colpevole di aver diffuso “bugie e pettegolezzi”, e altri 16 giornali sono stati redarguiti. I uturo è tutt’altro che roseo per Nasl Emrouz, Banu Shargi, Ayne Zendegi, Payamavar, Sepidar, Pishkhan, Zendegi Irani, Medad Rangi, Zendegi Edeal, Ruiesh, Kohenoor, Tohid, Rahe Zendegi, Sinamaye Emrouz, Chelcheragh e Football. Ai reporter iraniani basta una parola fuori posto per finire tra le spie e i “mohareb”, i nemici di Dio, imputazioni che portano all’esecuzione capitale. Per chi scampa all’“Hotel Evin” e alle altre istituzioni di prigionia restano due scelte: padroneggiare l’arte dell’autocensura o rassegnarsi a perdere il lavoro. Molti finiscono per bussare ai media occidentali ed è una scelta rischiosa. Il comandante pasdaran Masoud Jazayeri ha recentemente proposto che chiunque scriva per organi di stampa stranieri sia, soltanto per questa circostanza, immediatamente punito come delatore. L’Iran figura ogni anno sul podio degli stati più ostili nei confronti della libertà di stampa e l’inferno dei giornalisti non è certo stato inaugurato dall’era Ahmadinejad. Secondo Abbas Milani, direttore del Centro di studi persiani dell’Università di Stanford, questa particolare forma di paranoia è sia preesistente sia successiva alla Rivoluzione. L’Iran ha conosciuto soltanto due periodi di relativa apertura per i giornali: gli anni che vanno dalla fine della Seconda guerra mondiale al colpo di stato contro Mohammed Mossadegh (1953) e i mesi successivi alla prima elezione di Mohammed Khatami (1997). Della breve primavera della stampa della fine degli anni 90 una delle esperienze più interessanti è quella di Jamé (società, in farsi), il primo quotidiano a discostarsi dal lessico della stampa governativa. Il primo a pubblicare le cronache irriverenti dell’irresistibile giornalista satirico Ebrahim Nabavi, a fare largo uso del colore, a pubblicare in prima pagina una ragazza nomade sorridente avvolta in un velo giallo al posto dei soliti barbuti mullah. Uno dei suoi direttori della fotografia ha raccontato in “Médias, pouvoir et société civile en Iran” questa rivoluzione editoriale: “Non pubblicavamo mai necrologi. Noi annunciavamo soltanto nascite, matrimoni, successi nei temuti concorsi per l’accesso all’università”. Per i lettori di Jamé il tempo della sofferenza glorificata ogni giorno nel martirio è finito. Massoud Behnoud, isolato per la sua indipendenza di giudizio, torna a scrivere e forma le giovani reclute. Il 40 per cento dei redattori è composto da donne e l’età media è inferiore ai 25 anni. Il successo fu travolgente e l’attenzione della censura si abbatté su Jamé come una scure. Con lo stesso team editoriale guidato da Mashallah Shamsolvaezin Jamé risorge dall’interdizione prima con il nome di Tous, poi come Neshat e infine come Asr-e-Azadegan. Un altro quotidiano che rompe gli schemi è Sobh-e-Emrouz che deriva il suo successo da un’imperdibile pagina umoristica. In questo caso non c’è alcun Nabavi all’opera e la tiratura record di 150 mila copie (contro le 90 mila degli altri giorni) esaurite già alle 9.30 del mattino è frutto esclusivamente delle surreali teorie che puntellano i sermoni – riportati parola per parola – di Mullah Hassani, l’imam del venerdì della città di Oroumieh. L’illusoria primavera iraniana è di breve durata. La debolezza dei riformisti consente ai falchi di approvare nel 2000 una legge sulla stampa ancora più restrittiva. Nell’ultimo decennio quotidiani come Shargh (che chiuso rinasce nelle edicole come Rouzegar e poi torna Shargh in una girandola di stop fino alla primavera del 2009) continuano a essere pubblicati a singhiozzo. Si tratta di quotidiani che hanno relazioni con il potere. Spesso fanno il tifo per una fazione o per un’altra, ma pubblicano notizie che i fogli governativi censurano. Un segno che, nonostante la forza dei falchi, parte dell’establishment è consapevole di non poter portare indietro l’orologio. Con i lettori-elettori bisognerà prima o poi fare i conti perché come ha sentenziato l’ex ministro Abdullah Nouri, “non si può eliminare la febbre rompendo il termometro”.

Da “Il Foglio”

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