“MILANO ORDINA, UCCIDETE BORSELLINO”

SEMBRA IL TITOLO DI UN POLIZIOTTESCO ANNI ’70, INVECE È IL NUOVO LIBRO DI ALFIO CARUSO: LA SANTA ALLEANZA TRA COSA NOSTRA E I POTERI ECONOMICI CORROTTI NEL CUORE FINANZIARIO DEL NORD (CHE TEMEVANO LE INDAGINI DEL GIUDICE SICILIANO) – FALCONE UCCISO DALLA MAFIA, APPOGGIATA DALL’ENTITÀ ESTERNA; VIA D’AMELIO, VOLUTA DALL’ENTITÀ ESTERNA, APPOGGIATA DALLA MAFIA…

Felice Cavallaro per il “Corriere della Sera” 18 marzo 2010

È un pugno allo stomaco alla Milano degli affari, di grandi gruppi industriali che si sono ritrovati a braccetto con gli straccioni armati di lupara, ma straricchi, accolti all’ ombra della Madunina sin dagli anni Settanta da chi avrebbe riciclato soldi di lordi traffici. Restituendo linfa vitale a una mafia pronta ad alzare il tiro, a puntare sempre più in alto, ad accordarsi, a condizionare con i suoi tentacoli chi, infine, avrebbe dato l’avallo o addirittura commissionato le grandi stragi di Cosa Nostra, da Capaci a via D’ Amelio, da Roma a Firenze e Milano.

Così, anche la copertina del nuovo libro di Alfio Caruso da oggi in libreria, con un secco “Milano ordina, uccidete Borsellino” (Longanesi), scaraventa nel cuore della capitale economica del Paese una ricostruzione che, pur con una tesi esposta a critiche e obiezioni, mette a nudo quanto meno le leggerezze di chi ha tollerato il contagio.

Un’analisi completa obbligherebbe a una messa a fuoco degli impasti con altre piaghe, a cominciare da quella della ‘ndrangheta calabrese, sempre più estesa nelle regioni del Nord e oltre confine, come drammaticamente emerso a Duisburg. Ma qui il pugno allo stomaco va dritto al perno della questione sintetizzata dal titolo, destinato ad alimentare le polemiche degli ultimi mesi, e dalla riga a base della copertina, «l’estate che cambiò la nostra vita».

Autore versatile e prolifico, dopo le inchieste che hanno riaperto pagine di storia, da Cefalonia al calvario degli italiani in Russia, ogni libro un successo, Caruso riprende le mille tessere del puzzle e prova ad incastonarle per una possibile ricostruzione del romanzo-verità che, a tratti, appare come una spy-story su un gioco grande dove s’intrecciano intrighi e bugie di potentati politici ed economici, manager e malacarne, apparati ufficiali e servizi segreti.

Il testo diventa una guida capace di offrire al lettore un filo per non perdersi in una materia che spacca, ancora con troppe zone grigie, con processi aperti, con pentiti sbugiardati e altri osannati, mentre si marcia verso la revisione di verdetti già passati in Cassazione.

Proprio come sembra che dovrà accadere per i tre giudizi emessi al termine di altrettanti dibattimenti alla ricerca della verità su mandanti ed esecutori della strage del 19 luglio 1992, il massacro per uccidere Paolo Borsellino, a 55 giorni dall’ apocalisse di Capaci con l’obiettivo di eliminare Giovanni Falcone. Due massacri legati, per Caruso, dalla trama di una mafia che si fa impresa e teme un incrocio delle inchieste siciliane con quelle del pool di Tangentopoli.

Ucciso Falcone, sintetizza Caruso, si elimina Borsellino per «impedirgli di arrivare a Milano, di indagare sulle complicità che da oltre vent’ anni intrecciano Cosa Nostra alla grande industria, alla grande finanza». E diversa sarebbe solo la mente: «Capaci, voluta da Cosa Nostra e appoggiata dall’Entità esterna. Via D’Amelio, voluta dall’Entità esterna e appoggiata da Cosa Nostra».

Che non fu solo mafia, che entrarono in campo interessi diversi, lo ammettono un po’ tutti, pur annaspando fra processi conclusi con semi-assoluzioni, come nel caso Andreotti, ovvero con inchieste e sospetti rovesciati su personaggi ancora sotto torchio giudiziario, da Marcello Dell’ Utri a Mario Mori. Giusto per indicare due bersagli non solo dei collaboratori di giustizia, ma anche di Saint Just spesso citati da Caruso richiamando le parole del rampollo di «don» Vito Ciancimino o dell’unico poliziotto italiano che, dopo aver lavorato come tecnico di intercettazioni e tabulati, assurge al rango di analista, Gioacchino Genchi, anch’ egli autore di un volume fondato su una tesi simile a quella di “Milano ordina, uccidete Borsellino”.

Un titolo provocatorio che campeggerà da oggi nelle vetrine, alla vigilia di un sabato inquieto, con testimoni e parenti delle vittime di mafia e terrorismo pronti a sfilare lungo le strade di Milano per la giornata-memoria di Libera, mentre a Roma continuerà la sfida politica con il corteo del centrodestra da contrapporre a quello della scorsa settimana. Coincidenze che danno la misura di un Paese senza pace. E lo è, intanto, perché la pace gliel’ ha tolta quell’ impasto perverso di cui parla Caruso.

Ma senza pace anche perché la materia diventa elemento di scontro fra cittadini ridotti a tifosi di squadre avverse, tutti indisponibili ad accogliere con rispetto le sentenze di una magistratura a sua volta insidiata da veleni interni. Su questo sfondo disgregato Caruso prova a ricollocare le sue tessere, dalla Calcestruzzi dei Ferruzzi alla Fininvest di Berlusconi, dai protagonisti della Duomo Connection al progetto targato Lega Nord di spaccare l’ Italia in macroregioni lasciando la Sicilia a Cosa Nostra. Compresi tutti i dubbi sull’ atto di nascita di Forza Italia. Con ampio spazio al pentito più gettonato, Gaspare Spatuzza, implacabile con Berlusconi e con Dell’ Utri, ma cogliendo le contraddizioni con le voci di altri collaboratori. E lasciando così aperta la partita che, d’ altronde, non può chiudere un libro.

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