Piccola Posta di Adriano Sofri

Caro Giuliano, certo che si fa un abuso di galera preventiva. Lo si fa a tappeto, per un pregiudizio inveterato, per abitudine, per distrazione, nei confronti della massa senza nome di detenuti tipici, schiuma della terra. Lo si fa a ragion più voluta nei confronti delle persone di rango e reddito medioalto che di tanto in tanto un’onda anomala travolge provvisoriamente. Allora entrano in gioco vanità e pubblicità, predilezioni politiche – che non vuol dire partitiche, e possono anche essere il colpo al cerchio e alla botte che passi per equanimità – e aspirazioni di carriera. L’abuso della galera preventiva è di norma frutto di un cinismo senza ambizioni, di routine. E’ il caso più penoso e meno grave. Non sanno quello che fanno, e comunque non se lo chiedono. Fanno come tutti o quasi, lasciano che passi il tempo che li separa dalla sera, dalla promozione e dalla pensione.

 I peggiori giudici stanno fra i migliori: non è un gioco di parole. I migliori credono in quello che fanno, o cercano di fare, andando contro una corrente impetuosa. Perseguono la giustizia, e quando gli ostacoli si fanno troppo forti per essere superabili attraverso il diritto, a volte, piuttosto che cedere, forzano il diritto quel tanto che basta se non alla giustizia, al suo parziale risarcimento di fatto. Così la galera preventiva, che vale così spesso un terribile sequestro di persona, ai loro occhi diventa la caparra trattenuta su un debito che non sarà mai saldato: almeno quella. I giudici migliori sono insidiati dalla tentazione di diventare i peggiori: mestiere non invidiabile. Meglio esser giudicati. Ad accrescere la loro tentazione sta il confronto fra i privilegi delle persone di notorietà e di reddito medioalto che ogni tanto incappano nella rete e il mucchio dei pesci piccoli, boccheggianti senza qualità. Si esita a spendere parole per i privilegiati su cui vengono compiuti abusi, di fronte allo spettacolo dell’abuso universale e impassibile. Esitano soprattutto coloro che all’abuso universale assistono impassibili, salvo prenderlo a pretesto quando, con entusiasmo incattivito o con una pigra viltà, vogliono cavarsi lo sfizio di infierire contro il privilegio degli altri. Quando mi è capitato – rarissimamente – di imbattermi in qualche compagno di galera dal colletto bianco o dalle mezzemaniche, ho desiderato che ne uscisse il più presto possibile (succedeva) per il fastidio, né nobile né ignobile, che si prova quando nel proprio scompartimento salgono dei viaggiatori di cui si intuisce che rovineranno la compagnia.

Il Foglio

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