MINZO NON SCODINZOLA, MORDE

“DAGOSPIA MI ACCUSA D’ESSERE OSSEQUIENTE CON BERLUSCONI SOLO PERCHÉ L’HO SEMPRE RACCONTATO CERCANDO D’INTERPRETARLO” – “L’OBIETTIVO DEL TG1 È FAR ARRIVARE I DISCORSI DEL CAPO DELLO STATO AL TARGET PIÙ LARGO POSSIBILE” – “GLI EDITORIALI? HO IL GUSTO DI DIRE LA MIA. NON MI SONO MAI AUTOCENSURATO”…

Da anni Augusto Minzolini non stacca mai il cellulare e risponde a tutti. A partire dalle 22.30 il direttore del Tg1 comincia a scremare le chiamate, per sfinimento. Dunque il fatto che soltanto il 18 dicembre 2009 siano riusciti a intercettare una sua telefonata è da considerarsi di per sé un evento di portata storica.

Quella volta Minzolini raccontava al suo vecchio amico Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, la lunare trasferta del giorno prima in procura a Trani: un’inutile sfacchinata per essere interrogato circa le presunte pressioni esercitate dall’American Express al fine d’impedire che i media si occupassero di un’inchiesta sulle carte di credito revolving. (Da notare che il suo telegiornale fu l’unico a dare la notizia). Mal gliene incolse, perché l’interrogatorio era stato secretato dal pubblico ministero Michele Ruggiero. Che ora ha indagato il direttore del Tg1 per violazione del segreto istruttorio.

La telefonata si chiudeva con un’efficace sintesi di Bonaiuti: «Quindi una stronzata». E Minzolini che confermava: «Ma sì, soltanto che però ti fa capire che siamo in un paese di folli, guarda, proprio di folli…». Trascorsi tre mesi, il giornalista non ha cambiato idea: «Quella frase è il più bell’editoriale che abbia mai scritto» dice a “Panorama”.

L’ufficio nella sede Rai di Saxa Rubra è una serra tropicale a clima costante. «Benedetto uomo, mangia solo banane e ananas per mantenersi in forma, ci credo che poi ha sempre freddo» sussurra materna una segretaria. Una confidenza da licenziamento, ma il più abile retroscenarista d’Italia apprezzerà.

Minzolini non ha smarrito il suo abituale buonumore. Sulla scrivania tiene in bella mostra, per scherzo, un tubetto di dentifricio Tg1 della ditta Pegaso: nonostante stiano cercando in tutti i modi di farlo fuori, ha mantenuto per quasi tre ore d’intervista un sorriso così solare che mi ci sono abbronzato. Ho scoperto che la linea Tg1 comprende un collirio. Dovrebbe usare anche quello: una volta che ti ha abbrancato con le sue pupille laser, non ti molla un istante.

Per la calvizie, invece, non c’è lozione Tg1 che tenga. «Mi preferisco così» ostenta indifferenza. Aveva una chioma da fare invidia. Cominciò a perderla nel 1977, quando, 15 giorni dopo l’esame di maturità, fu assunto nella redazione romana dell’Asca (Agenzia stampa cattolica associata) col compito di redigere un notiziario sunteggiando gli articoli pubblicati dai settimanali diocesani.

Un destino peggiore di quello capitato a un altro futuro direttore di telegiornale, Clemente Mimun, che sino all’anno prima all’Asca era stato fattorino. Otto ore di uggia quotidiana sulle pagine dell'”Eco del Chisone”, della “Difesa del Popolo” e dell'”Araldo Lomellino”, con i capelli che cadevano a ciocche. Otto mesi dopo, in sella alla Vespa che sarebbe diventata un prolungamento del proprio corpo, Minzolini era già in via Fani, cronista d’assalto fra i cadaveri della scorta di Aldo Moro trucidata dalle Brigate rosse.

Da allora s’è sempre fatto trovare al posto giusto nel momento giusto. Quasi sempre da solo. Adesso che per la prima volta in vita sua deve mandare gli altri anziché se stesso, non sapendo che difetto trovargli, gli invidiosi lo descrivono come un tirapiedi del premier Silvio Berlusconi, un occhiuto censore messo a vigilare sull’ortodossia politica del più importante organo d’informazione italiano. Ho avuto modo di verificare dal vivo come esercita questo smisurato potere.

Ore 13, bussa alla porta dell’ufficio una redattrice col sommario del Tg1 che andrà in onda di lì a mezz’ora. Il direttore scorre il foglio come se gli facesse una Tac. Alla fine trova da eccepire solo su un titolo archeologico: «”Tutankhamon era brutto”. Siete sicuri? Poveretto…».

Approvato. Non avrà valore statistico, però spiega molto. Al pari della curiosa abitudine di ripetere dopo ogni affermazione: «O sbaglio? ». L’avevo preso per un intercalare, una versione più originale dell’ossessivo «come dire?» che sta funestando il Terzo millennio. Macché, faceva sul serio: «Perché, se sbaglio, lei me lo deve dire». Mai conosciuto un dittatore rispettoso delle opinioni altrui. Men che meno un giornalista interessato a ciò che pensa un collega.

«Dagospia» l’ha ribattezzata «Scodinzolini».

Mi accusano d’essere ossequiente con Berlusconi solo perché l’ho sempre raccontato cercando d’interpretarlo. Non sono partito, come tanti, dal presupposto che il Cavaliere le sbaglia tutte. Anzi, ho intuito subito che quasi sempre ci pigliava. L’unico metro di oggettività, per un analista, è dato dall’esattezza delle sue previsioni.

Marco Travaglio le ha fornito una nuova identità: «Augusto Menzognini».

A sentir loro il presidente del Consiglio doveva cadere l’estate scorsa sulla vicenda delle escort, ed è finita in una bolla di sapone. Poi doveva essere spazzato via in autunno da una spaventosa crisi economica, e invece l’Italia ha dimostrato di sapersela cavare meglio di tutti gli altri paesi della Ue. Allora, chi è che spaccia menzogne?

Altri soprannomi registrati da Sebastiano Messina sulla «Repubblica»: «Trombettiere del re, cantastorie del Cavaliere, portavoce supplente».

Rammento il primo impatto con Berlusconi. Palermo, Villa Igiea, 1994, assemblea di militanti di Forza Italia. Riportai sulla Stampa un virgolettato sgradito. Il giorno dopo il Cavaliere sventolava la copia del giornale, ululando: «Ecco, guardate come mi trattano!».

La definivano «cronista da marciapiede», secondo la legge di Nino Nutrizio, fondatore della «Notte»: «Questo è un mestiere che si fa con i piedi».

Ero iperpresente: Transatlantico, sedi dei partiti, uffici delle correnti, hotel Raphaël dove abitava Bettino Craxi…

La chiamavano Trentanove, perché il suo padre professionale è Guido Quaranta, cronista parlamentare dell’«Espresso». «Minzolini è l’unico squalo in mezzo a tanti tonni» sostiene il suo maestro.

Non ho mai fatto calcoli di carriera, altrimenti sarei arrivato molto tempo prima. Nel 1994 dissi di no a Enrico Mentana che mi voleva come suo vice al Tg5. Non mi pare un comportamento da squalo.

In che modo avvenne il salto dalla rassegna dei settimanali diocesani alla grande stampa?

Con una collaborazione a Panorama diretto da Claudio Rinaldi. Una copertina dedicata alle barzellette sui socialisti mi valse l’assunzione nel 1987. Scoprii che la peggiore la raccontava in giro Roberto Cassola, senatore del Psi: «Qual è la ricetta socialista per la frittata?». «Si rubano due uova e poi…». L’unico a non prendersela fu Craxi. Otto mesi dopo ero alla Stampa su pressione di Ezio Mauro, inviato speciale in procinto di dimettersi per andare alla Repubblica.

Allora i giornali si facevano in orizzontale. Paolo Mieli, nominato direttore, scese in verticale. I miei pezzi d’appoggio, impaginati sotto, finirono per diventare più importanti di quelli sopra. Il linguaggio era esplicito, talvolta trash, ma si capiva dove viveva la politica. Francesco Cossiga cominciò a tirare picconate. Feci dire a Ciriaco De Mita che il capo dello Stato era pazzo. Grande scandalo. Poi fu la volta dello scazzo con Oscar Luigi Scalfaro, il quale si servì di Francesco Merlo per darmi del serpente velenoso. Manco mi ricordo perché. Ma loro sì. (Ride).

E fu così che il termine «minzolinismo» entrò negli «Annali del lessico contemporaneo italiano » del linguista Michele Cortelazzo: «Forma di giornalismo che si basa sulla raccolta di dichiarazioni anche informali di uomini politici, senza alcuna verifica delle informazioni raccolte».

Mai inventato nulla. Riportavo le loro dichiarazioni.

Seguiva smentita.

Rientrava nel gioco delle parti. Rispondevo sempre: confermo quanto ho scritto. Durante un viaggio in aereo Achille Occhetto si lasciò andare a una sparata contro i giudici. Pubblicai. Mi fece processare dall’Ordine dei giornalisti, portando come testimone Fabio Mussi. La mia difesa fu: Mussi non può avere sentito, e non tanto perché stava due file dietro, ma perché dormiva.

La verifica delle notizie non è sacra?

L’unica verifica è quella che si fa quando le vicende hanno l’evoluzione che hai anticipato.

Si regola così anche al «Tg1»?

Ho abolito il pastone e ho vietato il politichese farcito di «peraltro» e «dal canto suo». L’obiettivo è far arrivare i discorsi del capo dello Stato o le notizie di esteri al target più largo possibile. Questo significa che nel finale devi mettere in scaletta argomenti molto popolari, tipo le storie di animali o la cosmesi. Non sono nelle mie corde, ma risollevano l’audience. (Esibisce un grafico dell’Auditel che s’impenna con un servizio sulle tinture per capelli).

Inseguendo in motorino per le vie di Roma il profumo di crostata, arrivò fino a casa Letta e fece lo scoop del vertice notturno sulle riforme.

Più che altro inseguivo Massimo D’Alema. Lui se ne accorse e ordinò all’autista di depistarmi. Giunti al Foro Italico capii che girava in tondo perché vedeva nello specchietto retrovisore il doppio fanale del mio Italjet. Così decisi di guidare come un pazzo a fari spenti nella notte.

Per vedere se poi è tanto difficile morire?

Per fargli credere che m’aveva seminato. Dettai il pezzo a braccio. Per allungarlo dovetti inventarmi il menù preparato dalla signora Letta.

Ma la crostata del «patto della crostata» c’era o non c’era?

C’era, c’era. Mi pare anche d’avere indovinato il secondo: non ricordo se fosse spigola o vitello tonnato.

Davvero si travestiva per mettere a segno i suoi colpi?

A Montecitorio mi trovarono col grembiule nero da inserviente e la scopa in mano, nascosto nelle cabine per gli interpreti nella vecchia aula dei gruppi parlamentari dove la Dc stava decidendo la candidatura di Scalfaro al Quirinale.

Davvero si nascondeva nei cessi?

In uno solo, quello delle donne nella sede socialista di via del Corso. Bastava salire in piedi sul water e attraverso la condotta dell’aria condizionata si sentiva tutto quello che dicevano. Cominciò la caccia alla spia interna. Craxi capì. L’indomani trovai il gabinetto rimpicciolito: il segretario aveva fatto tirar su un tramezzo.

Davvero la scoprirono dietro una tenda perché spuntavano fuori i piedi?

Nella sede della Dc. La tenda era nell’ufficio del portavoce Clemente Mastella, attiguo alla direzione. Piazza del Gesù era facilmente espugnabile. Un giorno arrivò una Cadillac nera. L’autista, spaesato, recava in mano una busta e non sapeva a chi consegnarla. Mi finsi fattorino: prego, dia a me. Era un invito dell’ambasciata americana per il segretario Ciriaco De Mita.

Ma spiare dal buco della serratura non può diventare minzolinite, un’infezione?

È un modo per insaporire la minestra. Il resto è analisi: forze in campo, posta in gioco. Non ho mai banalizzato la politica. L’ho soltanto resa più palatabile per consentire ai lettori di decrittarla.

Convinse Pier Ferdinando Casini, a quel tempo presidente della Camera, che fra le leggi ad personam attribuite a Berlusconi ve ne fosse una che vietava la detenzione di aracnidi solo perché un vicino di casa del Cavaliere ad Arcore era un appassionato collezionista di ragni e scorpioni.

Le interrogazioni parlamentari sono miniere di notizie. Il più virtuoso nello spulciarle era Franco Bechis, che dirigeva “Italia Oggi”.

Perché continua a leggere editoriali in video, facendosi linciare dalle opposizioni?

È più forte di me. Ho il gusto di dire la mia. Ci penso su due giorni e poi non resisto: scrivo. Un direttore deve dare un’anima alla testata.

Sergio Zavoli, presidente della Commissione parlamentare di vigilanza, le ha ricordato che «almeno tre direttori appartenenti al partito di maggioranza, che allora era la Dc, Emilio Rossi, Fabiano Fabiani e Albino Longhi, non hanno mai fatto neanche un editoriale».

Pluralismo non significa fare quello che fanno gli altri.

Evitando di scrivere editoriali, il mio amico Longhi regnò al «Tg1» suppergiù per 1.700 giorni, quasi cinque anni, un record tuttora imbattuto. E poi gli ridiedero la direzione altre due volte.

Non faccio mai una cosa in previsione di quella che potrei essere chiamato a fare in futuro. Faccio solo quello in cui credo.

«Non c’è niente di peggio di un giornalista servo che finge di essere libero» mi disse Albinosauro, acculato sulla poltrona dove ora sta seduto lei.

Io non mi sono mai autocensurato. Non so Longhi.

Il Cavaliere le dà del tu, la chiama familiarmente Minzo, al telefono la definisce «direttorissimo».

Mica mi dispiace. Sa di quanti leader sono diventato amico nei trent’anni passati a Montecitorio? Anche Mauro aveva un rapporto molto stretto con Craxi. Non è una colpa.

Walter Lippmann, grande columnist americano, diceva che per fare bene il mestiere di giornalista non devi conoscere il presidente.

Era un commentatore, appunto. Invece il cronista deve creare un rapporto d’intimità con i personaggi, se vuole raccontare che cosa combinano.

Ma lei non era di sinistra? Non militava nella sezione Fgci di viale Mazzini?

Via Properzio, prego, quartiere Prati. Stiamo parlando di quando avevo 15 anni. Con Silvia Moretti, la sorella di Nanni, ero il leaderozzo del liceo Dante Alighieri. Il pomeriggio ci radunavamo a casa di Silvia, in via Tommaso d’Aquino, a discutere. Il regista sedeva in poltrona e ci ascoltava. Alla fine siamo diventati un film. Ci ha presi in blocco per farci recitare in “Io sono un autarchico” e in “Ecce bombo”.

 Dalla Federazione giovanile comunista fu espulso per «frazionismo». Che corrente s’era inventato?

Mah, io ricordo solo che nella Fgci non respiravo, era un ambiente claustrofobico. Un giorno ci fu un attivo unitario, presenti i vecchi del partito. Il Pci mandò Goffredo Bettini, braccio destro di Walter Veltroni, con un cane lupo al guinzaglio. E ci cacciò.

D’Alema sostiene che il suo «Tg1» non ha nulla da invidiare alla vecchia televisione di stato sovietica.

Devono mettersi d’accordo: non posso essere istituzionale, grigio, soporifero e nel contempo eversivo per via dei miei editoriali.

Da premier, il líder Máximo faceva finta d’ignorare persino il suo cognome: «Petrolini, Pasolini… come si chiama?».

Ma chi? Dalemini? O Dalemoni?

Il poliedrico Gianni Pennacchi, prima di morire, scrisse sul «Giornale» che lei al «Tg1» è stato abile, «ha promosso le facce migliori dello schieramento democrat, depotenziando gli agguati».

Ho valorizzato chi se lo meritava. La Rai è assai meglio di come mi veniva descritta. Per il resto seguo la mia linea. Ma per la fattura del tiggì serve gente capace.

La legge della Rai era che i direttori del «Tg1» dovessero assumere un giornalista democristiano, uno socialista, uno comunista e uno bravo.

In un’azienda sedimentata per ere geologiche e col quadro politico terremotato, le assicuro che qui ci sono colleghi senza patria che non si ricordano nemmeno più da chi e perché furono assunti.

Com’è che tutti i servizi sulle nevi d’inverno e sulle spiagge d’estate vengono assegnati all’abbronzatissimo Massimo Mignanelli?

Perché è bravo per quel genere di servizi. Non c’è nulla di più oggettivo dell’Auditel.

L’ha mandato persino alla battaglia delle arance del carnevale di Ivrea. È servizio pubblico magnificare una bolgia che negli ultimi 15 anni ha provocato 4.750 feriti?

È come la corsa dei tori a Pamplona: a me non piace, però tira su gli ascolti. Il Tg1 era troppo sbilanciato sul Centro e sul Sud. Abbiamo cominciato a occuparci anche delle tradizioni del Nord. Ho aperto una redazione a Milano. Non c’era mai stata prima.

Ricordo un memorabile servizio di Mignanelli sugli aeroplanini di carta. Lei non era ancora direttore, per la verità.

Capisco. Ma non bisogna snobbare l’opinione pubblica. Pier Luigi Bersani non è forse andato al Festival di Sanremo?

La bellunese Laura Cason inviata nella propria terra d’origine per seguire il carnevale di Sappada. Curioso.

Non sapevo che esistesse il carnevale di Sappada. Al Tg1 s’impara sempre qualcosa.

Le manca il marciapiede?

Talvolta.

Dagospia

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