Archive for aprile 2010

Elephant: School Shooting

aprile 30, 2010

JEAN PAUL SARTRE

aprile 30, 2010

«C’era una folla immensa: circa cinquantamila persone, soprattutto giovani. Qualcuno batteva contro i vetri del furgone: erano per la maggior parte fotografi che appoggiavano gli obiettivi contro i finestrini per sorprendermi. Alcuni amici di Les Temps Modernes formarono una barriera dietro la vettura, e tutto intorno, spontaneamente, degli sconosciuti fecero catena dandosi la mano. Nel complesso, lungo tutto il tragitto, la folla fu disciplinata e calorosa: È l’ultima manifestazione del ’68, disse Claude Lanzmann». Così ha ricordato Simone de Beauvoir il funerale di Jean-Paul Sartre nel suo libro La cerimonia degli addii. Un’altra voce, Olivier Revault d’Allonnes, racconta che suo figlio, tornando sfinito dal cimitero di Montparnasse, gli disse: «Vengo dalla manifestazione contro la morte di Sartre».
Restare vivo, per Sartre era non accettare né onorificenze né premi, perché non voleva essere istituzionalizzato. Nel 1964, dopo il clamoroso rifiuto del Premio Nobel per la Letteratura affermò, in un’intervista a Le Nouvel Observateur, che «se avessi accettato il Nobel – anche se a Stoccolma avessi fatto un discorso insolente, il che sarebbe assurdo – sarei stato recuperato». Oggi, nell’apogeo della società dello spettacolo, la sua rinuncia appare ancora scandalosa. (more…)

Dalla fine del Muro Berlino non si fida

aprile 30, 2010

Come avvenne con il fallimento di Lehman anche la crisi in Grecia pone uno scomodo interrogativo sull’adeguatezza della democrazia di fronte a fenomeni finanziari violenti, incontrollabili e indifferenti ai perimetri nazionali della politica. La scarsa capacità di analisi del problema greco, delle sue complesse interazioni e infine la debole capacità di decisione testimoniano l’imbarazzo e la lentezza delle democrazie in Europa. Dall’Asia arrivano già le osservazioni di chi ritiene che l’impasse europea sia una prova della superiorità dei sistemi autoritari.

La stessa cosa è già successa negli Usa. Nel 2008 l’allora ministro del Tesoro, Henry Paulson, fece fallire Lehman scatenando una crisi globale perché non voleva affrontare il Congresso che aveva già una volta bocciato un piano di salvataggio delle banche, l’estremo tentativo di Paulson fu un accordo extra-politico e non pubblico con l’inglese Barclays che fallì come era prevedibile.
La reticenza di Angela Merkel a partecipare al salvataggio greco è altrettanto significativa. Dal giorno della sua nomina, il voto in Vestfalia rappresenta l’appuntamento politico che determina le sorti di una coalizione nata male e cresciuta peggio. (more…)

Piccola Posta di Adriano Sofri

aprile 30, 2010

Disceso dall’Olimpo (2.917 metri sul livello del mare) Zeus avvistò su una spiaggia, forse dalle parti della penisola sarda del Sinis, o lunghesso un lido libanese, la giovane principessa Europa che raccoglieva fiori con una grazia speciale, e se ne invaghì, come gli succedeva. Incaricò Hermes di fargli da mezzano, Hermes portò sulla spiaggia l’armento di buoi del re Agenore e Zeus, mutato in toro candido e maestoso dalle corna di luna, si sdraiò ai piedi della bella che non poté resistere all’invito e salì sulla sua groppa. Ne venne la fortuna dei pittori di tutti i tempi. Europa fu così rapita e trasportata fino a Creta, dove si oppose alla violenza del padre degli dei fino a che, tramutato lui ora in un’aquila reale, lei dovette soccombere. Divenuta regina di Creta e sposa di un altro, Europa ebbe tuttavia da Zeus tre figli almeno, fra cui Minosse. Zeus poi si dimise e diventò un toro nella costellazione anonima, e anche gli altri dei lasciarono perdere la terra dei mortali. Quanto a Europa, mutata in continente via via più allargato, fu condannata a trasformare in euro tutto quello che toccava.

Il Foglio

Nel Fatto è battaglia ad alta quota

aprile 30, 2010

I giornalisti esclusi ottengono da Padellaro, Travaglio & co. di entrare con piccole quote

Piatto ricco mi ci ficco. Ieri mattina si è svolta l’assemblea degli azionisti del Fatto quotidiano. Tra le varie questioni da dirimere, il malumore dei giornalisti non soci che hanno contribuito allo strepitoso successo del quotidiano di Antonio Padellaro e Marco Travaglio, ma che non ne potrebbero dividerne gli utili. Nemmeno simbolicamente. Alla fine, dopo non poche polemiche interne, è venuta la decisione di aprire loro la possibilità di entrare con piccole quote nel libro soci. Le cederanno gli attuali possessori e non ci sarà l’aumento di capitale richiesto da Chiarelettere che avrebbe messo in difficoltà gli altri nel sottoscriverlo. In particolare Padellaro e Travaglio. (more…)

L’industria delle patacche milionarie

aprile 30, 2010

I lavori di Hirst, Fabre e Cattelan valgono un tesoro anche se tecnicamente nulli. Così gallerie e musei pubblici creano “capolavori” a getto continuo usando metodi uguali a quelli della peggiore economia

di Jean Clair

In pittura, in scultura non esiste più «arte sacra», ma tutt’al più, con Cattelan, con i fratelli Chapman, Damien Hirst e tanti altri, sulla scia del Dada e del surrealismo, esiste un’arte del sacrilegio o della desacralizzazione.

Eppure esiste ancora una musica sacra: giovani compositori continuano a scrivere messe, requiem, persino opere metafisiche come, ad esempio, il Faust di Pascal Dusapin. Anche la danza non è mai stata così bella, affascinante e audace come oggi; tale qualità dipende da una perfezione fisica che forse nessuna epoca, salvo l’antichità, aveva mai raggiunto: corpi eleganti, muscolosi, sciolti, aerei, modellati dallo sport, dalla dieta, dall’allenamento. Non c’è niente di più bello, oggi, che vedere certi balletti «d’avanguardia». Si potrebbe proseguire: il canto lirico, stando alle vecchie registrazioni, sembra oggi più bello di un tempo, come se la voce si fosse migliorata, amplificata, rafforzata, perfezionata.

Il motivo è evidente: c’è ancora in queste discipline – e qui la parola «disciplina» acquista tutto il suo senso – un mestiere, una maestria del corpo lungamente, duramente, pazientemente appresa, una tecnica singolare insegnata e trasmessa, anno dopo anno. Nelle arti plastiche non c’è più mestiere. Non possono esserci master class di pittura semplicemente perché non c’è più maestria. Un tempo il pittore aveva i suoi allievi, gli apprendisti, i ragazzi di bottega: preparavano o terminavano, talvolta copiavano, i quadri del maestro. Ma che cosa si può «insegnare» oggi in una scuola di Belle Arti, che non ha più nulla da trasmettere se non i lacci del mercato? (more…)

Siamo tutti gattopardi, Il racconto inedito

aprile 30, 2010

Sciascia narra lo sbarco degli americani in Sicilia, quando anche gli ex fascisti corsero a festeggiare la «repubblica stellata». Un vecchio vizio nazionale

La sera del 9 luglio 1943, nel caffè che ormai da mesi il proprietario apriva soltanto per amore della conversazione, altro non offrendo agli avventori che gazose, il signor Chiarenza, impiegato municipale, accese la radio, girò la lancetta velocemente cogliendo un orizzonte di note e di sillabe, d’improvviso la fermò su una parola italiana, una frase, un discorso. La voce era lontana, soffocata; sembrava galleggiare su un mare in tempesta. Ma quel che diceva della guerra, del fascismo, di Hitler sembrava abbastanza sensato, abbastanza vero. Il signor Chiarenza approvava muovendo la testa, gli altri si facevano attenti. Il più pronto a prendere coscienza di quel che stava accadendo fu il brigadiere. Una prontezza professionale. Si alzò e spense la radio con un colpo secco; girò terribile sguardo sulle facce degli avventori, lo fermò su quella, innocente e sorpresa, del signor Chiarenza. «Lei ha preso radio Londra» disse, sibilando collera. «Davvero? » fece il signor Chiarenza. «Radio Londra» disse ancora il brigadiere. «Non lo sapevo» disse l’altro. «Non lo sapeva, ma approvava» disse il brigadiere. «Per approvare, approvavo»; ammise il signor Chiarenza «però credevo fosse una stazione italiana». «Una stazione italiana!» il brigadiere quasi soffocava. «E le cose che ha sentito lei crede che potessero venire da una stazione nostra?». «Le abbiamo sentite tutti» precisò il signor Chiarenza. «Già» disse il brigadiere: e nella sua espressione la collera si ritirò per cedere alla preoccupazione, all’indecisione. «Se vuole» offrì con angelica comprensione il signor Chiarenza «posso rompere la radio». Il brigadiere si precipitò fuori. Così a R., paese a una ventina di chilometri dal mare di Porto Empedocle e a poco più da quello di Licata, qualche ora prima che le forze alleate mettessero piede sulle spiagge siciliane, il fascismo finiva. (more…)

Cypress Hill – Dr. Greenthumb (music video) best quality

aprile 29, 2010

Il Tintoretto – Il ritrovamento del corpo di San Marco – 1562/1566 – Pinacoteca di Brera Milano

aprile 29, 2010

Agcomiche

aprile 29, 2010

di Marco Travaglio

Ieri, come ha detto Fini che sta pure diventando spiritoso, il fratello dell’editore del Giornale ha espresso “la più convinta solidarietà a Fini per gli attacchi personali che quest’oggi il Giornale gli ha mosso” a proposito degli appalti Rai alla suocera di Fini perché “la critica politica, anche più severa, non può trascendere in aggressioni ai familiari e su vicende che nulla hanno a che fare con la politica”. Stiamo parlando di Silvio Berlusconi. Da non confondere con Paolo che, com’è noto, è l’editore de Il Giornale talmente geloso dell’indipendenza della testata che – assicura Silvio – non permette a nessuno, meno che mai a Silvio, di influenzarne la linea. Infatti Silvio, rispondendo l’altro giorno a Fini, ha comunicato dolente che “io non parlo col direttore del Giornale e sul Giornale non ho alcun modo di influire”, ma se Fini volesse influire un po’ “potrebbe far entrare nella compagine azionaria un imprenditore suo amico”, perché lui, Silvio, pur non avendo alcun modo di influire, ha “convinto un mio familiare (una zia? Un cugino? Un nipotino? Il solito fratello Paolo?, ndr) a mettere in vendita il Giornale“. (more…)

IL TESTAMENTO DI CÉLINE

aprile 29, 2010

UNA STORICA INTERVISTA, SUBITO PRIMA DELLA MORTE, CHE VA DALL’ANTISEMITISMO ALL’ESILIO: “L’UOMO BIANCO HA PAURA E IL NEGRO LA ODORA E STA IN ATTESA DELLA VITTORIA… NON CI VORRÀ ANCORA MOLTO. MA ALLA FINE VINCERÀ IL GIALLO” – “SCRIVERE È UNA TORTURA, ODIO FARLO, MA SONO BRAVO” – “HEMINGWAY? È UN FALSO, UN DILETTANTE” – “NON C’È DUBBIO, IO SONO UN PERSEGUITATO… UN LEBBROSO…”

Da “Libero”
Pubblichiamo di seguito il testo di “Parlando con Louis-Ferdinand Céline”, intervista di Robert Stromberg al grande scrittore francese comparsa sulla celebre rivista statunitense “Evergreen Review” nel luglio 1961, proprio nei giorni in cui Céline moriva. Ora questo testo viene riproposto dalla rivista “Satisfictio”n di Gian Paolo Serino, in uscita il 6 maggio, nella traduzione di Andrea Lombardi, esperto di Céline e gestore di un blog a lui dedicato (lf-celine.blogspot.com).
È una sensazione stranissima, andare a trovare Céline. Céline il terribile! Céline l’oltraggiato! Céline il capro espiatorio! Céline il Fou! Céline vive a Meudon, ai margini di Parigi. Vive in una casa del diciannovesimo secolo in legno e malta di tre piani con sua moglie Lucette Almanzor e circa una mezza dozzina di cani, ad occhio e croce. Sua moglie, dice, è la proprietaria della casa.

«Pensavo venisse domani… non l’aspettavo… non ho preparato… pensavo domani… venga, venga».
Queste furono le sue prime parole. Si rivolse a sua moglie dicendole di prendere il mio cappotto, e di darmi una sedia. È un uomo massiccio – ma è piegato. Si mosse lentamente, strisciando i piedi – come se fosse troppo debole per fare altrimenti – verso il lato opposto di una grande stanza, che sembrava combinare cucina, sala da pranzo e studio. Si sedette ad un gran tavolo tondo, spingendo di lato, e a terra, pile di libri, fogli e riviste, e facendo spazio per noi. (more…)

Anat Kamm, chi era costei?

aprile 29, 2010

La storia di cui in Israele tutti parlano. Ma di cui è proibito parlare

“Se avesse denunciato un caso di corruzione al ministero dell’Agricoltura, l’avremmo tutti applaudita”, ha scritto Gideon Levy. Sfortunatamente, Anat Kamm ha denunciato i crimini compiuti dall’esercito israeliano nei Territori. Ed è finita agli arresti domiciliari. Rischia l’ergastolo per possesso e trasmissione di documenti suscettibili di minare la sicurezza nazionale. Di Uri Blau invece, il giornalista di Ha’aretz che da quei documenti ha sgomitolato le sue inchieste, si sa solo che è nascosto a Londra, atteso a Tel Aviv da un interrogatorio che lo Shin Bet ha promesso di condurre “senza guanti”.

Un bavaglio al bavaglio. A scoprire la storia è stato un blogger di Seattle, Richard Silverstein, che a metà dicembre ha riportato la notizia dell’arresto di una giovane giornalista di Walla!, un portale israeliano di società e cultura, con l’accusa di avere illecitamente raccolto e divulgato informazioni potenzialmente pericolose per la sicurezza nazionale. Durante i due anni del suo servizio di leva, trascorsi nell’ufficio del Comando Centrale della Cisgiordania, Anat Kamm, oggi 23enne studentessa di filosofia, avrebbe copiato su un cd centinaia di documenti classificati come riservati. Per poi consegnarli a Uri Blau. Ad attirare l’attenzione dello Shin Bet, infatti, è stato un articolo di Ha’aretz a sua firma, nel novembre del 2008, in cui si racconta dell’assassinio di un militante del Jihad Islamico eseguito vicino Jenin su ordine del generale Yair Naveh, comandante in capo dell’esercito nella Cisgiordania. L’articolo ricostruisce nei dettagli la pianificazione dell’assassinio, in contrasto con una recente pronuncia della Corte Suprema, secondo cui l’esecuzione di un ricercato è illegale quando è possibile il suo arresto. Anat Kamm, all’epoca, era la segretaria di Yair Naveh. Pubblicata a metà marzo, da internet la notizia è rapidamente rimbalzata sui media internazionali. Non sui media israeliani, però. In contemporanea all’arresto, infatti, il tribunale ha emesso un gag order, vietando ai giornalisti di occuparsi del caso: una specie di bavaglio alla stampa sul bavaglio a Kamm, la cui violazione è punibile anche con il carcere. “Ma che paese è, un paese in cui un giornalista, semplicemente, scompare, e gli altri giornalisti non possono parlarne?”, si è chiesto Richard Silverstein. “La Cina? Cuba? O forse l’Iran”. (more…)

Crisi sul Nilo

aprile 29, 2010

Original Version: Crisis on the Nile

Il disaccordo sulla gestione delle acque del Nilo, fra l’Egitto e il Sudan da un lato, e i paesi alle sorgenti del Nilo dall’altro, rischia di creare una grave crisi politica in Africa; esso rappresenta un campanello d’allarme sulle drammatiche crisi idriche che potrebbero scoppiare nei prossimi anni nel mondo – scrive il giornalista Osman Mirghani

***

Dato che l’acqua è la fonte della vita, sentir dire al ministro egiziano per gli affari parlamentari Mufid Shihab che “l’approvvigionamento idrico dell’Egitto e i suoi diritti storici sulle acque del Nilo rappresentano una questione di vita o di morte che non può essere ignorata” non è stata una cosa inaspettata. Questa dichiarazione è stata fatta dopo che gli stati membri della Nile Basin Initiative (NBI) non sono riusciti a raggiungere un accordo unanime durante un incontro tenutosi a Sharm el-Sheikh intorno alla metà di aprile, e i paesi alle sorgenti del Nilo (Etiopia, Kenya, Burundi, Ruanda,Tanzania, Uganda e la Repubblica democratica del Congo) hanno respinto la proposta di Egitto e Sudan. In realtà, i sette paesi hanno firmato una nuova intesa, aggirando le obiezioni di Khartoum e del Cairo.

Questa crisi è davvero preoccupante, o simili dichiarazioni sono esagerate? (more…)

ORIANA E LE HITCHCOCK CONFESSIONS

aprile 29, 2010

A 30 ANNI DALLA MORTE DEL GRANDE REGISTA “IL RIFORMISTA” SCOVA LA MITOLOGICA INTERVISTA DEL ‘63 DELLA FALLACI AD ALFIE: “IL SESSO? ROBA DA BAMBINI, UNA GRAN SCOCCIATURA. NON HO MAI TRADITO MIA MOGLIE, NEANCHE COL PENSIERO… LE COSE CHE MI RENDONO MAGGIORMENTE FELICE SONO MANGIARE, BERE E DORMIRE. DORMO COME UN NEONATO, BEVO COME UN OTRE E MANGIO COME UN MAIALE”…

Di Oriana Fallaci  Dal “Riformista

Per gentile concessione dell’editore e in occasione dei 30 anni dalla scomparsa del grande regista, pubblichiamo un estratto di “Gli antipatici” di Oriana Fallaci (Bur-Rizzoli, 364 pp., euro 10), in cui la scrittrice intervista Alfred Hitchcock al festival di Cannes del 1963.

Per anni ho desiderato di conoscere Hitchcock. Per anni sono andata a vedere tutti i film di Hitchcock, ho letto tutti gli articoli su Hitchcock, mi sono beata a guardare tutte le fotografie di Hitchcock (…). Pensavo infatti che Hitchcock fosse l’uomo più spiritoso del mondo. Non lo è. Tutto il suo umorismo si conclude in cinque o sei barzellette, due o tre giochi macabri, sette o otto battute che da anni ripete con la monotonia di un disco incantato. (…) Per lui non esiste nemmeno l’amore, l’impulso misterioso da cui nascono le creature e le cose; l’unica cosa che lo interessi in tutto il creato è il contrario di quello che nasce, è quello che muore. Se vede una rosa che sboccia il suo impulso è mangiarla. (…)

Eppure so che lei tiene molto alla moralità, perlomeno ad un certo tipo di moralità.

Ho sessantaquattr’anni e posso giurare di non aver mai conosciuto altra donna fuorché mia moglie. Né prima né dopo il matrimonio. Mi sposai che ero vergine, lo giuro, e il sesso mi ha sempre interessato pochino. Io non capisco quelli che perdono tanto tempo dietro al sesso: il sesso è una roba da bambini, da cinematografo, infine una gran scocciatura.

E siccome io ho sempre evitato le scocciature…

Ricordo il giorno in cui mi capitò di scrivere il film “Da donna a donna”: la storia di un tale che ha un’amante a Parigi ma batte la testa, perde la memoria, e si mette con un’altra che gli dà un figlio. Bene: avevo ventitré anni, non ero mai stato con una donna, e non avevo la minima idea di come facesse una donna ad avere un figlio. Tanto meno avevo l’idea di cosa facesse un tale quando stava con la sua amante a Parigi o quando stava con un’altra che gli dava un figlio. E così… (…) (more…)

Collezione Iannacone Anni Trenta

aprile 29, 2010
Che cos’è un collezionista d’arte? La domanda si impone di fronte a questo catalogo edito da Skira (250 pagine, s.p.) che raccoglie, sotto il titolo Una caccia amorosa, ciò che Giuseppe Iannaccone ha messo insieme nel corso di un ventennio. Nato da un’idea dello stesso Iannaccone, il volume si avvale dei contributi critici di Elena Pontiggia, Claudia Gian Ferrari, Fabio Carapezza Guttuso, Rischa Paterlini e Silvia Someschini e mette insieme una serie strepitosa di grandi artisti italiani degli anni Trenta del Novecento: esponenti della Scuola Romana e dei Sei di Torino, dei chiaristi e del movimento Corrente, nonché due outsiders di straordinario valore. Qualche nome sarà sufficiente per capirsi: Mafai e Scipione, Fausto Pirandello e Ziveri, Guttuso e Levi, Rosai e de Pisis… Prima però di rispondere all’interrogaqtivo da cui siamo partiti, varrà la pena ricordare che Giuseppe Iannaccone è un importante avvocato (campano di nascita, di Avellino per la precisione, ma milanese d’adozione), con studio in corso Matteotti, per il quale l’arte è divenuta a un certo punto ”la stampella dell’anima” come lui stesso scrive nell’introduzione che apre Una caccia amorosa. (more…)

Viva le scuole di ri-creazione letteraria

aprile 29, 2010

Stanford. Storia di un seminario di scrittura creativa che fece epoca, «una piccola nazione» abitata da un giovane scrittore di racconti e da Raymond Carver e Ken Kesey, Tillie Olsen e Larry McMurtry. Tra «orgie di auto-affermazione e workshop distruttivi» ma senza fare danni. Anzi

di Tobias Wolff

Avevo trent’anni quando per la prima volta mi sedetti in un laboratorio di scrittura. Avevo ricevuto una borsa di studio per il corso di scrittura creativa di Wallace Stegner a Stanford, tremilaseicento dollari al netto delle imposte, non una fortuna, anche nel lontano 1975, ma comunque abbastanza per liberarmi dalla noia e dalla frustrazione di lavorare per guadagnarmi da vivere, e per cercare di scrivere qualche cosa di nuovo di tanto in tanto. La borsa di studio mi donava quel tempo tanto devotamente auspicato, quanto davvero inaspettato. Questa era tutto ciò che pensavo che fosse. Quanto ai laboratori che avrei dovuto frequentare insieme agli altri compagni di avventura, immaginavo che sarei riuscito a sopportarli se proprio dovevo; ma avrei desiderato non doverlo fare. Perché non si limitavano a darmi i quattrini e lasciarmi scrivere?

Davvero non lo sapevo. Dove avevo frequentato l’università, a Oxford, non erano in programma. In realtà, l’unica volta che mi lasciai sfuggire con uno dei miei insegnanti che stavo lavorando a un romanzo, mi trattò esattamente come se avessi mollato un peto. Alcuni miei amici, anche loro scrittori in erba, ebbero la stessa esperienza. Eravamo lì per studiare la letteratura, non per indulgere alle fantasie ridicole che la nostra mente poteva produrre. Il programma di Letteratura Inglese arrivava fino al 1914.
Non badavo molto a questa situazione. Mi piaceva. Qualsiasi fossero i suoi limiti, il corso di studio era coerente e mirato. Ci responsabilizzava per quanto riguarda lo studio severo e storico della prosa e della poesia inglese e, di certo, non ci pagava alcun assegno per i nostri singolari interessi verso fumetti o fantascienza o, Dio non voglia, “scrittura creativa. “ (more…)

A Calatafimi prove di guerra da XXI secolo

aprile 29, 2010

Garibaldi combatteva «in mezzo ai popoli»: come oggi

RICHARD NEWBURY
«Quello che abbiamo fatto, solo Garibaldi poteva immaginarlo e poi realizzarlo», scriveva quella testa calda di Nino Bixio alla moglie Adelaide in una lettera datata: Calatafimi, 16 maggio 1869. Il grande stratega prussiano Claus von Clausewitz, nel suo Della guerra, sosteneva che «la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi». E Garibaldi sapeva quali fossero i suoi obiettivi politici; le forze armate napoletane invece no. In effetti lui combatteva già una «guerra in mezzo ai popoli» nello stile del XXI secolo. Il suo obiettivo politico era destabilizzare la legittimità del governo borbonico e lo perseguiva mostrandosi degno della fiducia della gente con la sua mitica e internazionalmente acclamata invincibilità.

L’esercito borbonico del generale Landi, di gran lunga superiore, si aspettava di incontrare un regolare esercito reale piemontese: due armate si sarebbero fronteggiate nel classico stile del XIX secolo e poi i governanti avrebbero ri-equilibrato i territori. Già un anno dopo, la guerra civile americana (1861-65) avrebbe anticipato lo stile del XX secolo, dove la vittoria era la distruzione del complesso militar-industriale del nemico. (more…)

Tutti gli errori di Onfray su Freud

aprile 29, 2010

Bernard-Henri Lévy contro le critiche «ridicole» al maestro della psicanalisi

Michel Onfray si lamenta di ricevere critiche senza essere letto? Ebbene, l’ho quindi letto. L’ho fatto sforzandomi di mettere da parte, per quanto possibile, i vecchi cameratismi, le amicizie comuni, come anche la circostanza — ma questo era evidente — che entrambi siamo pubblicati dallo stesso editore. A dir la verità, sono uscito da questa lettura ancora più costernato di quanto lasciassero presagire le recensioni di cui, come tutti, ero venuto a conoscenza. Non che per me, come invece per altri, l’«idolo» Freud sia intoccabile: da Foucault a Deleuze, a Guattari e ad altri ancora, molti se la sono presa con lui e io, pur non essendo d’accordo, non ho mai negato che abbiano fatto avanzare il dibattito. E nemmeno sono il risentimento anti-freudiano, la collera, addirittura l’odio, come ho letto qua e là, a suscitare il mio disagio alla lettura del libro Crépuscule d’une idole.

L’affabulation freudienne (Grasset): si fanno grandi libri con la collera! E che un autore contemporaneo mescoli i propri affetti con quelli di un glorioso predecessore, che si misuri con lui, che faccia i conti con la sua opera in un pamphlet che, nell’ardore dello scontro, apporta argomenti o chiarimenti nuovi è, in sé, qualcosa di piuttosto sano. Del resto, Onfray l’ha fatto spesso, altrove, e con vero talento. No, non è questo. Quel che infastidisce nel Crépuscule d’une idole è di essere banale, riduttivo, puerile, pedante, talvolta al limite del ridicolo, ispirato da ipotesi complottistiche assurde quanto pericolose; e di adottare — il che è forse la cosa più grave — il famoso «punto di vista del cameriere», di cui nessuno ignora, a partire da Hegel, che raramente sia la persona più adatta a giudicare un grand’uomo o, peggio ancora, una grande opera… Banale: come unico esempio, cito la piccola serie di libri (Zwang, Debray-Ritzen, René Pommier) ai quali Onfray ha l’onestà di rendere omaggio, oltre ad altri testi, alla fine del volume, che già difendevano la tesi di un Freud corruttore dei costumi e foriero di decadenza. (more…)

Spalti, barricate e spie il mitico Barça scomparso nella guerra civile

aprile 28, 2010

Al club è dedicato un noir storico di Marrese

Tonino Bucci
Era impressionante il muro delle gradinate tutto attorno al campo. «Altissime, quasi a nascondere il cielo e verticali come pareti a strapiombo di una scogliera. Nella tribuna di fronte, una gigantesca scritta era stata composta da un gioco cromatico con le poltroncine di diverso colore: giallo su blu e granata. Més que un club . Pensò che dovesse essere una bella emozione, per un calciatore, segnare un gol in mezzo a quella muraglia di gente. Centomila persone che scoppiano tutte assieme». Pablo sta calpestando l’erba del Nou Camp, più che uno stadio un vero tempio calcistico, famoso al popolo pallonaro per essere il campo in cui si esibisce il Futbol Club Barcelona. Che non è soltanto una squadra di calcio ma la bandiera di una città gelosa della propria storia, rivale dell’odiato Real Madrid e ossessivamente attaccata alla “catalanità”. Pablo – tra i protagonisti di un romanzo di Emilio Marrese, Rosa di fuoco (Pendragon, pp. 340, euro 16), in uscita, guarda caso, proprio in concomitanza con la maxisfida di stasera tra Barcellona e Inter – Pablo, si diceva, c’è venuto nientemeno che da un paesino del Messico, con l’idea bizzarra di ritrovare le tracce del nonno. Non l’ha mai conosciuto, quel nonno, è morto molto prima che lui nascesse. Una sorta di personaggio mitico, un contrassegno familiare di originalità da esibire orgogliosamente. A lungo ha creduto che fosse morto in Europa durante la seconda guerra mondiale, ucciso chissà dove da qualche nazista. Poi, invece, all’improvvisoi scopre la verità. «La Seconda guerra mondiale suo nonno l’aveva vista, al massimo, al cinema. Altro che eroica vittima dei nazisti. E non era neanche messicano». Tutto quel che c’è da sapere lo apprende dalla voce di sua madre. «Cioè poco più di niente. Che era un calciatore del Barcellona degli anni Trenta e che non aveva mai nemmeno saputo di avere una figlia messicana, “frutto di una notte di passione”, disse proprio così, come aveva letto nei raccontini rosa dalla parrucchiera o aveva sentito in qualche telenovela mentre stirava. La nonna, lo sai, era molto carina da giovane e faceva la cameriera in un grande albergo per signori nella capitale». (more…)

Hieronymus Bosch, La cura della follia, 1475-1480, Museo del Prado, Madrid.

aprile 28, 2010

Leoni, vendette e “onore”, la legge del bandito Popeye

aprile 28, 2010

Ettore Mo, 28 Dicembre 2009

(Colombia) — Ha trascorso il diciottesimo Natale e festeggerà per la diciottesima volta l’anno nuovo nel carcere di massima sicurezza di Cómbita, regione di Boyacá, in Colombia. Sta scontando una condanna a 20 anni per una fitta serie di omicidi commessi personalmente o dall’organizzazione criminale in cui è cresciuto fino a diventarne il capo. Centinaia di delitti, ettolitri di sangue rovesciati sulle strade di Bogotá, Medellín, Cali, Antiochia. Ma il conteggio esatto non è ancora possibile. 

Si chiama John Velásquez, ma è passato alla Storia col nome di «Popeye». Vive solo in una delle minuscole venti celle schierate attorno a un cortiletto appena oltre l’ingresso del carcere, le altre diciannove sono vuote: e qui abbiamo avuto il raro privilegio d’incontrarlo. L’intervista è fissata per le 11 e dura esattamente un’ora. Quando usciamo, a mezzogiorno, sulle nostre spalle grava il fardello di una storia di vita e di morte senza eguali. Ma nelle parole del commiato c’è la speranza: «Si Dios quiere, se Dio vuole — dice a bassa voce — fra tre anni torno in libertà». 

Quarantasette anni, il fisico per nulla fiaccato dai disagi della clausura, Popeye ama parlare di sé, si sente ancora un protagonista. È stato per anni il braccio destro di Pablo Escobar, riconosciuto nel mondo come il più grande, l’invitto narcotrafficante della Colombia amato dalla plebe come una specie di Robin Hood e «abbattuto» in uno scontro a fuoco con la polizia il 2 dicembre del ’93. Aveva 54 anni. Ai suoi funerali una folla di 20 mila persone.  (more…)

The Current, inedito giovanile di Ernest Hemingway

aprile 28, 2010

di Ernest Hemingway

Stuyvesant Byng fece un bel sorriso alla domestica che aprì la porta e, come d’abitudine quando Stuyvesant Byng faceva un bel sorriso, ricevette un sorriso di risposta.
«La signorina Dorothy sarà subito da lei, signor Stuyvesant. Posso prendere le sue cose?». Lo fissava con uno sguardo che andava oltre l’approvazione. In genere le donne Stuyvesant lo guardavano così. Quella sera, andando a casa di Dorothy Hadley, si era fermato a una cabina telefonica e due ragazze uscite dalla cabina accanto si erano date una gomitata mentre passava.
Stuyvesant Byng di questo era ignaro, ovvio. Non sapeva che in genere le donne lo fissavano e spesso facevano commenti su di lui, e stasera era particolarmente ignaro di tutto, perché stava andando a casa di Dorothy Hadley per uno scopo ben preciso. Stava andando a chiedere a Dorothy di sposarlo, e non era per niente sicuro di quale sarebbe stata la risposta. (more…)

Intervista a Lawrence Ferlinghetti

aprile 28, 2010

Il dio dei poeti maledetti deve essere un bel burlone. Prendi uno come Lawrence Ferlinghetti, che ha diviso tavolino e avventure con le migliori menti della sua generazione, ormai distrutte da droga e devouring time. A novantun’anni sale tranquillamente due rampe di scale, poi si siede in un salotto dell’Accademia Americana di Roma meno affannato del cronista.
Ferlinghetti è il venerato maestro della beat generation, il suo A Coney Island of the mind è un classico dei classici, la sua casa editrice, la City Lights, pubblicò con scandalo Howl di Allen Ginsberg, ed è da decenni il nocciolo duro della controcultura americana. Anarchico pacifista, comunista sentimentale, francese da parte di madre e italiano da parte di padre, poeta e pittore, Ferlinghetti è un testimone del tempo che ha sostituito il furore con l’ironia. La nube islandese l’ha fatto atterrare a Roma pochi giorni dopo la fine di una notevole mostra su di lui: Lawrence Ferlinghetti. 60 anni di pittura, che dal 5 maggio riapre a Reggio Calabria, a cura di Giada Diano, Elettra Carella Pignatelli ed Elisa Polimeni. Mentre si siede racconta di quando a Parigi vedeva Sartre e la De Beauvoir al tavolo di un caffè: «Ero uno studentello e mi vergognavo anche solo ad avvicinarmi. Sartre era impenetrabile, aveva gli occhiali a fondo di bottiglia, la nuvola di fumo di sigaretta davanti. La De Beauvoir invece osservava tutto come un cane da guardia». (more…)

Piccola Posta di Adriano Sofri

aprile 28, 2010

Le notizie sui successi di inquirenti e forze di polizia nelle catture e incriminazioni di membri delle mafie e sequestri di beni sono le più benvenute. Così ieri da Reggio Calabria e da Caltanissetta, dove è risuonato il nome della Calcestruzzi spa (di Bergamo, questa), già glorioso a suo tempo, il tempo di Panzavolta e Gardini, per aver realizzato l’ingresso della mafia in Borsa: così Giovanni Falcone; la storia è stata puntualmente ricostruita da Enrico Deaglio in “Patria”. Il ministero dell’Interno, benché impronti spesso le sue comunicazioni a un tono propagandistico (compreso il ricorso d’ordinanza al verbo “sgominare”) può vantare la sua parte di merito. E’ vero il contrario, quando viene vantata la drastica riduzione degli sbarchi “clandestini” sulle coste italiane. Argomento di forte presa, cui sembra cedere, per viltà o opportunismo, anche la gran parte dell’opinione pubblica. (more…)

‘Anche quest’intervista sarà illegale’

aprile 28, 2010

Gian Antonio Stella: una volta gente come Feltri e Cicchitto si sarebbe ribellata

“Sta registrando?”. Si. “Lo sa che non potrà più farlo? Con la nuova legge è illegale. Quando Renzo ‘Trota’ Bossi ha smentito di aver mai detto che non avrebbe tifato per la nazionale ai mondiali di calcio, Vanity Fair ha messo online la prova che la frase era stata detta. Domani, con la nuova legge, non potrebbe più farlo”.

Neanche se l’intervistato acconsente alla registrazione?

Da quel che si capisce, assolutamente no.

Come se lo spiega?

Evidentemente qualcuno è rimasto scottato dalle registrazioni fatte da Patrizia D’Addario.

Quindi è davvero un bavaglio anti-D’Addario?

Sì. Il problema è che non si sono resi conto di aver ideato per reazione una cosa assolutamente ridicola: vietano pure le interviste giornalistiche. “Voi del palazzo ci state paragonando a degli stupratori”, ha scritto Feltri. Condivido. (more…)

Ma chi ha ucciso Malcolm X?

aprile 28, 2010

Esce dal carcere il reo confesso, ma l’omicidio del leader afroamericano resta un mistero

La notizia che arriva da New York e spinge a rispolverare questa vicenda vecchia di quarantacinque anni, è che il sessantanovenne Thomas Hagan, ex militante della Nazione dell’islam, condannato come uno dei tre assassini di Malcolm X e unico ad aver confessato il delitto, usufruirà dal 28 aprile della libertà condizionale negatagli nei precedenti 16 appelli.
Hagan venne ferito subito dopo la sparatoria alla Audubon Ballroom di Washington Heights, il 21 febbraio del 1965, nella quale Malcolm “X” Little fu colpito e ucciso da 16 proiettili sparati da armi diverse, davanti agli occhi della moglie e dei quattro figli.

Hagan viene sottratto dai poliziotti alla folla inferocita
e in sede processuale ammette la sua responsabilità nel delitto, scagionando gli altri due imputati (Muhammad Abdul Aziz alias Norman 3X Butler e Khalil Islam alias Thomas 15X Johnson), comunque condannati anch’essi all’ergastolo, ma presto scarcerati (Islam nel 1987 e Aziz due anni prima). Nel 1998 Louis Farrakhan, capo della Nazione dell’islam, nominò Aziz capo della sicurezza nella moschea n.7 di Harlem, la stessa in cui predicava Malcolm. Fin dal 1988 anche Hagan è autorizzato a lavorare fuori dalla prigione, con l’obbligo di passare due giorni alla settimana in un carcere di Manhattan, per il resto guadagnandosi la vita in un fast food. All’epoca del processo, Hagan proclamò d’aver ucciso il leader della lotta per i diritti dei neri perché lo riteneva un “ipocrita”, un traditore del leader spirituale della Nazione dell’islam, Elijah Muhammed. Ma la storia, come tutti i grandi misteri americani, è ben più complicata. Cerchiamo di riprenderne i fili e di aggiungere qualche particolare poco noto. (more…)

Travaglio replica al ritratto di Marianna Rizzini, che fa altrettanto

aprile 27, 2010

Al direttore – Ho letto con attenzione l’agile biografia che il Foglio mi ha dedicato sabato a firma Marianna Rizzini e devo riconoscere che, a parte il fatto che: 1) non ho mai disapprovato “la presenza del premier alle esequie” di Vianello (semmai quel che è riuscito a farci); 2) i miei figli sono tutt’altro che “educatissimi” (per fortuna); 3) Gomez non può avere “risposto su Facebook al posto” mio (non sono su Facebook); 4) non ho mai avuto un “articolo 2 a Repubblica”; 5) non mi sono mai “travestito da Robespierre”; 6) mio padre non è “ingegnere”; 7) mia madre non è “dell’Azione cattolica”; né io né i miei genitori abbiamo mai pronunciato la parola “latroni” (che non esiste) né “con accento torinese” né con altra inflessione; 9) non ho mai conseguito una “doppia laurea”, ma più modestamente una laurea singola in Storia contemporanea, per giunta da superfuoricorso; 10) è impossibile che la vostra cronista abbia interpellato i miei “ex professori” del liceo Valsalice, tutti morti tranne uno; 11) non ho conosciuto mia moglie “in ambienti catechistici”; 12) mia moglie mi prega altresì di precisare che non è affatto “sobria” (l’astemio sono io); 13) non ho mai abitato sulla “collina di Chieri”; 14) non ho mai “disprezzato ‘er Pecora’”; 15) non è vero che al Nostro Tempo mi occupavo “soprattutto di esteri”; 16) non è vero che al Giornale mi occupavo soprattutto “di calcio”; 17) non mi sono mai occupato “di economia nel pieno della partita Berlusconi-De Benedetti” e nemmeno prima né dopo, visto che di economia non capisco nulla; 18) non mi sono mai autoeletto “unico fedele esegeta e seguace di Montanelli” né tantomeno suo “erede spirituale”; 19) non ho avuto alcun “incauto soggiorno in un hotel di Sicilia”; 20) non è vero che “la vacanza in quel residence isolano costava pochissimo” (1000 euro del 2003 per 10 giorni in un paio di stanzette senza piatti, posate né cuscini, erano anche troppi); 21) non mi sono mai arrabbiato con Michele Santoro per non avermi “difeso a spada tratta” dalle calunnie di Porro e Belpietro; 22) non ho mai avuto case “sulle colline di Superga”; il resto è quasi tutto vero.
Marco Travaglio

Berlusconi ha dichiarato domenica di non aver mai litigato con nessuno. Quando dice di non essersi mai arrabbiato con Santoro, la sua è un’imitazione perfetta dell’Amor Nostro. Per il resto della rettifica pittimista e vittimista, il lettore vedrà le risposte di Marianna Rizzini

la replica di Marianna Rizzini

Gentile Travaglio, ringraziandola per l’attentissima lettura le rispondo nel dettaglio, procedendo lungo il suo schema punto per punto. (more…)

” I 99 intellettuali ebrei contro Wiesel “

aprile 27, 2010

« Per me, per l’ebreo che sono, Gerusalemme è al di sopra della politica». «No, caro Mr Wiesel, per noi ebrei gerosolimitani quello che sostieni è frustrante e scandaloso». Paginate a pagamento contro pagine web. Un premio Nobel contro gl’Israel Prize. Al di sopra (o al di sotto) dell’eterno duello fra Est arabo e Ovest ebraico, dei proclami sulla capitale eterna e indivisibile o sulla necessità di tagliarla in due, della lite sulle case fra Netanyahu e Obama, una nuova polemica agita da una settimana l’intellighenzia israeliana. Con l’ottantunenne Elie Wiesel che compra lenzuolate pubblicitarie su quattro giornali americani per stamparvi un suo testo— titolo: «For Jerusalem» — che è un inno all’innegabile ebraicità della città (e viene da molti interpretato come un aperto sostegno alla politica del governo di destra). Con 99 intellettuali di sinistra — da Avishai Margalit, fondat ore di Peace Now, ad Avraham Burg, già presidente della Knesset — che accusano il Nobel per la pace di parlare dall’iperuranio degli Usa, dove vive dal 1963, e l’invitano «nella nostra città a vedere coi tuoi occhi gli effetti catastrofici della frenesia di costruire». «L’angoscia su Gerusalemme — scrive Wiesel — non riguarda il mercato immobiliare, ma la memoria». «Tu parli d’una Gerusalemme celestiale — replicano i 99 —; noi viviamo in quella terrena». (more…)

Il nuovo libro ”Scendo. Buon proseguimento” di Cesarina Vighy (Fazi Editore). Introduzione di Vito Mancuso

aprile 27, 2010

Cesarina Vighy

Scendo. Buon proseguimento

Introduzione di Vito Mancuso

In libreria: 30 aprile 2010

 Questo libro insolito, intimo, curioso, riunisce un corpus di mail di Cesarina Vighy. Raro e vivido esempio di scrittura epistolare moderna, la raccolta, dalla notevole tenuta narrativa, si legge come un romanzo per la coerenza dello stile e l’estrema varietà dei registri.

Attraverso la cronaca di eventi piccoli e talvolta piccolissimi, l’insieme di questi micro testi racconta per frammenti il parallelo progredire di una sindrome che priva a poco a poco della parola e la genesi, l’ideazione, la stesura dell’Ultima estate, il romanzo d’esordio pubblicato nel 2009 con cui Cesarina ha vinto il Premio Campiello opera prima imponendosi nella cinquina dello Strega.

Nelle mail, difficoltà, invalidità, dolori, procedono di pari passo con l’affermazione di sé e il successo pubblico, vissuti dall’autrice dallo spazio ristretto di una stanza cui la malattia e la conseguente decisione di negarsi al mondo l’hanno confinata. Nei mesi delle recensioni, delle tante attestazioni di affetto, degli inviti, cui lei non può aderire – sostituita ogni volta dalla figlia Alice -, il computer è l’unico mezzo di comunicazione possibile; grazie ai meccanismi della posta elettronica, Cesarina detta Titti invia messaggi, mette in copia, inoltra allegati, creando una piccola rete di amici cui dedicare anche poche parole quando le forze lo consentono. A raccogliere stati d’animo e sensazioni ci sono –in rappresentanza del mondo- l’amico d’infanzia, il cugino “svedese”, la confidente che crede in Dio, quella che non crede, fino all’immaginario professore di letteratura, alter ego scherzoso per i giochi pseudo-filologici con Alice. Rimandati da una mail all’altra, da un destinatario a un altro, i più intimi tra i corrispondenti diventano così veri e propri personaggi come Giancarlo, il premuroso marito lunatico, Ernesto, il piccolo nipote musicista, i gatti, figure del piccolo universo ricreato di colei che scrive.

Avanza intanto il blocco fisico e l’incapacità di comunicare se non per iscritto. Nella strenua difesa della propria identità di fronte al decadimento fisico, lo stile diventa un valore irrinunciabile,  mantenuto intatto dalla prima all’ultima mail. Precisazioni al limite del maniacale, citazioni colte, modi di dire familiari e alcune poesie si alternano con naturalezza e ad emergere prepotente è un black humour che stupisce e insieme diverte per il carattere di elegante imprevedibilità. La scrittura stabilizza e toglie tensioni e a prevalere è la volontà del bene: per l’amore come forza e frutto di intelligenza ordinata, spiccano senz’altro le mail “alla figlia ritrovata” con i consigli di una madre a sua volta ritrovata: lucida, dolce, saggia e, paradossalmente, proprio ora che il corpo cede e lo spirito è ridotto a pura voce, completa.

Cesarina Vighy

Nata a Venezia ma romana da decenni, ha esordito nel 2009 con L’ultima estate, romanzo che ha avuto un grande successo di pubblico e di critica, vincendo il Premio Campiello opera prima, il Premio Cesare De Lollis e imponendosi nella cinquina dello Strega.

 Hanno detto de “L’ultima estate”

 «Magnifico inno alla vita che era ed è».

Marino Sinibaldi

 «Una scrittura animata da una giovanile spigliatezza e baldanza».

Lorenzo Mondo, ttL

 «Un addio alla vita con umorismo».

Daria Galateria, la Repubblica

 «Di fronte a questa storia vera (e mai retorica) si resta incantati».

Marta Cervino, Marie Claire

 «Una furia incendiaria stemperata dal senso dell’umorismo».

Antonella Fiori, D di Repubblica

 «Non perdete questo libro».

Maria Grazia Ligato, io Donna – Corriere della sera

 «Un romanzo che potrebbe (o dovrebbe?) vincere il Premio Strega».

Pier Mario Fasanotti, Liberal

Riforme sociali in Arabia Saudita?

aprile 27, 2010

Nonostante l’opposizione dei religiosi, il capo della polizia religiosa dell’Arabia Saudita si sta sforzando di guidare il regno nella giusta direzione – scrive il giornalista freelance Ahmad Faruqui,  attivista e commentatore radiofonico e televisivo; è stato assistente di Filosofia delle Religioni e di Studi Mediorientali alla Columbia University

Una mattina, di ritorno verso il mio hotel dalla Santa Moschea della Mecca, vidi tre arabi con ventri prominenti e folte barbe nere che chiacchieravano all’ingresso del mio albergo. Le strade erano quasi vuote dopo l’alba. Salutai questi uomini in arabo, ed essi mi risposero all’unisono con uno sguardo compiaciuto. Nel momento in cui due ragazze adolescenti, vestite dalla testa ai piedi di nero, uscirono dalle porte scorrevoli dell’Hilton Mecca, questi uomini diventarono inquieti.

Un uomo vestito con una lunga tunica saudita abbinata ad un copricapo bianco avvicinò le ragazze e urlò: “Rabt al-niqab!”. Egli voleva che si coprissero il volto. Ciò non sarebbe stato un gran problema, a parte il fatto che le ragazze stavano mangiando dei coni gelato.

La spiegazione dell’uomo – che era più che altro a mio beneficio – fu tanto bizzarra quanto comica: “Fuori c’è il sole; è ora che voi ragazze vi copriate”. Ecco come conobbi la famigerata polizia religiosa parecchi anni fa, che lavora sotto l’ombrello della Commissione per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio. (more…)

Vite parallele nel declino dell’impero zarista

aprile 27, 2010

Il giovane Stalin e l’«ammiraglio rosso»

Escono quasi contemporaneamente in traduzione italiana due studi storici frutto del lavoro di autori anglosassoni, l’inglese Simon Sebag Montefiore (Il giovane Stalin, Longanesi, pp. 554, euro 29) e l’americano Neal Bascomb (Ammutinamento. La vera storia della corazzata Potëmkin, Mondadori, pp. 384, euro 25), che presentano diversi tratti comuni. Si tratta, innanzitutto, di indagini fondate su articolate ricerche d’archivio grazie alle quali nuove fonti e documenti sono stati scoperti e rese pubblici. Nei due casi, poi, siamo di fronte a parziali biografie – la prima, di Stalin giovane, la seconda, dell’«ammiraglio rosso» Afanasij Matjusenko, protagonista dell’ammutinamento celebrato da Ejzenstejn nel suo film del 1925. Ed entrambi gli autori scelgono una forma di narrazione storica che non disdegna la trattazione letteraria, se non romanzata, degli avvenimenti, ma che si fonda su una rigorosa fedeltà alla base documentaria dei dati memorialistici. (more…)

New York, guerra all’ultima copia

aprile 27, 2010

Il Wall Street Journal di Murdoch apre la cronaca cittadina per battere il Times

CORRISPONDENTE DA NEW YORK
La foto della villa segreta di Michael Bloomberg alle Bermude contro l’Upper East Side di Manhattan invaso dai topi: è un duello di scoop che segna l’inizio della guerra editoriale per il dominio del mercato metropolitano di New York fra il Wall Street Journal di Rupert Murdoch e il New York Times di Arthur Ochs Sulzberger.

Murdoch nel 2007 spese 5 miliardi di dollari per acquistare il Journal proprio in vista di questo momento: il debutto delle pagine di cronaca ovvero la sezione «Greater New York», pianificata e realizzata con l’obiettivo di polverizzare lettori e bilanci della «Gray Lady» guidata da Bill Keller. Se oggi il Journal vende circa 2 milioni di copie contro le 900 mila del Times, nell’area di New York l’equilibrio è rovesciato: 406 mila a 294 mila per il Times. La convinzione di Murdoch è che riuscendo a espugnare quest’angolo di America i rivali saranno in ginocchio. (more…)

Resistenza, comunisti «contro» cattolici?

aprile 27, 2010
Anche senza riprendere la ormai citatissima tripartizione proposta da Claudio Pavone tra guerra patriottica, guerra civile e guerra di classe e ferme restando tutte le inevitabili frizioni provocate dai diversi obiettivi finali («soltanto» la liberazione dell’Italia dai tedeschi o anche e «soprattutto» l’avvio di un processo rivoluzionario per il superamento del sistema socio-economico capitalistico?), va ricordato che i comunisti puntavano ad allargare il più possibile la partecipazione popolare alla lotta patriottica, imprimendole un carattere di inflessibile durezza, allo scopo di finire al più presto la guerra, mentre al contrario i cattolici e in genere i moderati ricercavano una rigida selezione degli effettivi partigiani e ponevano dei limiti all’attività ribellistica.

Essi si sentivano inoltre – come gli azionisti e gli autonomi – più vicini alle logiche e alle forme tradizionali dell’esercito che non a quelle di un popolo chiamato alla rivoluzione. Uno dei protagonisti cattolici della repubblica di Montefiorino, Ermanno Gorrieri, ha ben colto queste differenze: «In sostanza, da parte comunista […] si tendeva a condurre la guerra partigiana senza esclusione di colpi, accettando senza esitare il carattere violento e spietato imposto alla lotta dai fascisti e dai nazisti […] Da parte democristiana l’aspirazione invece era quella di “umanizzare” la lotta, evitando gli spargimenti di sangue che non fossero necessari e limitando le occasioni di rappresaglie e di sofferenze per le popolazioni inermi. Nessun dubbio sulla maggiore efficacia del tipo di lotta sostenuto dai comunisti mentre dal punto di vista del costo umano è certo che esso fu più elevato». L’impostazione cattolica appariva certamente coerente con la visione della vita e della persona che scaturiva dalla religione, ma – sul piano pratico – si doveva comunque fare i conti con le argomentazioni addotte dai comunisti, anch’esse finalizzate a contenere le perdite umane, seppure seguendo un percorso diretto. (more…)

Il signor Manette

aprile 27, 2010

Marco Travaglio e la sua vita da inquisitore nel ritratto di Marianna Rizzini

A Marco Travaglio non è piaciuto accendere la televisione nella quiete del sabato e vedere Silvio Berlusconi al funerale di Raimondo Vianello. Marco Travaglio il sabato si dev’essere ritratto orripilato con il telecomando ancora in mano, se la domenica, ancora colmo di basito sdegno, ha scritto sul Fatto che a quel funerale “imperversava dappertutto un altro comico, anzi un guitto tragicomico con le gote avvizzite e impiastricciate di fard fucsia e il capino spennellato di polenta arancione… era il presidente del Consiglio”. Marco Travaglio pensa che tra l’essere “politicamente un berlusconiano” (com’era Vianello secondo Travaglio e secondo Vianello) ed essere “antropologicamente e artisticamente un berlusconiano” (come Vianello secondo Travaglio mai fu) corra una differenza tale da far risaltare agli occhi “l’estremo oltraggio”: la presenza del premier alle esequie suddette. Sarà per questo che il martedì sul Fatto, giornale di cui Travaglio è cofondatore e azionista, è comparsa in prima pagina la foto (scandalo?) di Berlusconi che riceve l’eucarestia – “eppure ai divorziati risposati il sacramento della comunione è assolutamente negato”, recitava il sottotitolo. A Marco Travaglio, in seconda battuta, non è piaciuto neppure accendere la televisione e vedere, al medesimo funerale, “persino Lele Mora” incedere in un “festival di botulini e siliconi”. Non si sa in che cosa di preciso Lele Mora abbia infastidito Marco Travaglio – forse non è antropologicamente conforme ai suoi canoni di virtù. (more…)

Dal giardino dei Finzi-Contini alla Corte suprema d’America

aprile 27, 2010

Guido Calabresi è stato il più giovane professore di legge negli Usa, la madre era della famiglia resa celebre da Bassani

GIANNA PONTECORBOLI
NEW YORK
La prima cosa che colpisce, quando lo si incontra, è la sua cordialità priva di qualsiasi affettazione. Eppure, nel firmamento del grande mondo legale americano, Guido Calabresi non ha certo bisogno di presentazioni. Ormai quasi ottantenne, è nato nel 1932, Calabresi è giudice della corte d’appello federale del secondo circuito, la più importante dopo quella di Washington e contemporaneamente è professore emerito alla facoltà di giurisprudenza di Yale, quella in cui tutti gli studenti di legge sognano di entrare. Per quasi dieci anni, dal 1985 al 1994, di quella stessa facoltà è stato il preside. E negli anni precedenti, quando era soltanto un professore, sui banchi delle sue classi sono passati i giudici della Corte Suprema Samuel Alito e Clarence Thomas e soprattutto l’ultima arrivata Sonia Sotomayor, nominata da Barack Obama.

«Guido», come lo chiamano affettuosamente i suoi allievi, non è però soltanto un rispettato giudice e un ammirato professore. Da quando ha sposato Ann Taylor, che discende da una delle famiglie che hanno fondato New Haven, è diventato membro di diritto della migliore società del New England. Ai suoi studenti, però ricorda spesso di essere anche «il nigeriano di allora», uno degli spaesati ebrei italiani che Mussolini ha involontariamente regalato all’America con l’emanazione delle leggi razziali e che, partendo dalla situazione di immigrati, hanno scalato tutti i gradini di una nuova carriera. in un mondo non sempre facile. (more…)

Einstein-Besso: storia di un’aquila e del passerotto che l’aiutò a volare

aprile 27, 2010

Così la simbiosi intellettuale di due amici portò alla teoria della relatività generale

STÉPHANE FOUCART © Le Monde
Questa è la storia di un’aquila e di un passerotto. L’aquila è Albert Einstein (1879-1955), il passerotto è un suo carissimo amico e confidente, persino suo «aiutante», l’ingegnere e fisico svizzero Michele Besso (1873-1955). «Besso si può paragonare a un passero trascinato ad altezze vertiginose sulla scia di un’aquila» dice il fisico Etienne Klein, ricercatore presso il Commissariato francese per l’energia atomica (Cea) e direttore del Laboratorio di ricerca sulle scienze e la materia (Larsim). «Ma di tanto in tanto il passerotto, guidato dall’aquila, può prendere un po’ di slancio e sorpassarlo brevemente».

I 53 fogli del «manoscritto Einstein-Besso», di proprietà della società Aristophil e esposti dal 15 aprile al Museo delle lettere e dei manoscritti di Parigi, sono una delle più emozionanti illustrazioni di questa simbiosi tra due cervelli, che nel caso specifico ha condotto alla teoria della relatività generale. Il manoscritto, datato 1912-1913, è in realtà un brogliaccio sul quale i due fisici hanno riportato calcoli complessi, con cui puntavano a convalidare quel che allora non era che un embrione della relatività generale. L’idea di base era utilizzare certe equazioni per spiegare le bizzarrie della rotazione di Mercurio attorno al Sole. Senza successo. (more…)

Pieter Bruegel – Due scimmie – 1562 – Staatliche Museen, Berlino

aprile 26, 2010

Ecco il ministro cristiandemocratico tedesco che non vuole il crocifisso

aprile 26, 2010

E’ donna, bella, giovanile.  E da oggi, dopo aver giurato nelle mani del governatore della Bassa Sassonia, Christian Wulff, è anche il primo ministro di Land di origini turche e di confessione musulmana. Aygül Özkan, questo il suo nome, doveva essere il secondo colpo da maestro dei cristianodemocratici, dopo quello di cinque anni fa: cioè Angela Merkel, il primo cancelliere donna, nonché nata e cresciuta nell’ex Germania dell’est. In fondo, risultati così ce li si aspettava dai socialdemocratici e dai verdi. Chiaro che per la Cdu, prima Merkel e ora Özkan – quest’ultima figlia di genitori turchi, nata però e fino a poco tempo fa anche vissuta ad Amburgo – sono motivo d’orgoglio. Altro che partito conservatore, provinciale che alla donna continua a riservare un unico posto: cioè quello di moglie e madre tra fornelli e pannolini. (more…)

La mosca bombardiera

aprile 26, 2010

Le nanotecnologie cambieranno il mondo militare

di Luca M. Possati

“Hasta la vista baby!”. Inflessibile giustiziatore, il Terminator ha appena distrutto con un colpo di pistola il robot rivale completamente ghiacciato, salvando così il capo della futura ribellione degli umani. L’immagine, tratta dal cult Terminator ii, può sembrare esagerata e ai limiti dell’irreale, eppure non lo è affatto. La genetica e le nanotecnologie sono oggi i campi nei quali si registrano i progressi più promettenti per le applicazioni militari. Complice anche la mancanza di una  vera normativa internazionale sul tema, gli studi sul funzionamento del cervello umano e sui processi cognitivi stanno aprendo prospettive inattese – e imprevedibili – anche grazie all’interazione con altri tipi di tecnologie. Guerra delle menti, supersoldati “post-umani”, truppe di robot, computer potentissimi non sono più sciocchezze riservate agli intenditori. Gli sviluppi sono sconosciuti, i pericoli altrettanto:  questi nuovi tipi di armamenti – il cui impatto sulla realtà è tuttora poco misurabile – potrebbero modificare gli equilibri dell’attuale sistema delle relazioni internazionali, oltre  alle  questioni  di  natura giuridica (i controlli) ed etica ch’essi evocano. (more…)

Ferrara: il dissenso fa bene a Berlusconi

aprile 26, 2010

Dicono che Gianfranco Fini sia un traditore. Ma che vuol dire traditore? Non mi pare che spari alle spalle: parla in pubblico e dice la sua quotidianamente. Non mi sembra abbia cercato e coltivato contatti trasversali con tanti dei nemici di Silvio Berlusconi, nel palazzo della politica e in quelli di giustizia, allo scopo di farlo fuori. La categoria del tradimento è un’arma difficile da maneggiare, bisogna evitare forzature di significato, facilismi, demagogie, altrimenti si rischia di proiettare la propria viltà sul comportamento degli altri, sublimando psicologicamente con la calunnia la propria inclinazione alla slealtà. Dare del traditore a qualcuno, al cospetto di un potente di cui si è al servizio, può essere, se non ne ricorrano precisamente i termini, un adottare il lessico dell’invidia, del servilismo più basso.

Il percorso di Fini in politica è disseminato di cadaveri, come sempre succede e come occorre a tutti i capi. La carriera politica è un flusso di promesse non mantenute, di abbandoni, di voltafaccia, di attese tradite, di ambizioni sbagliate, perché il potere ha questo volto maligno, oltre alla luce che lo giustifica da millenni agli occhi del mondo. Ma finora quel che caratterizza la storia di questo delfino del leader neofascista Giorgio Almirante, fattosi uomo delle istituzioni e aspirante costruttore di una destra politica normalizzata, di tipo democratico-europeo, non è il tradimento. Lo scambio ha funzionato. Bisogna onestamente riconoscerlo. Come fece Berlusconi a Fiuggi, quando disse ai neofascisti, mentre lasciavano «la casa del padre», che lui non li aveva affatto sdoganati, perché si sdoganano le merci, non le persone. Fini ha firmato contratti di alleanza politica e con scarti, stupidaggini, velleità, alla fine li ha sempre onorati. (more…)

Il selvaggio signor B. e il Quirinale mansueto

aprile 26, 2010

 Cordero: estorsione sulle istituzioni, speriamo in Fini

Superato l’imbarazzo (parlare di Berlusconi nello studio di Franco Cordero), l’intervista al professore – docente emerito di Procedura penale alla Sapienza e commentatore di Repubblica – può cominciare.

Professore, se dovesse riscrivere il suo manuale come comincerebbe il capitolo sul legittimo impedimento?

Direi che il legittimo impedimento è l’espediente con cui viene reintrodotta un’immunità due volte dichiarata incostituzionale. Però il Parlamento dominato dal centrosinistra nei tardi anni 90 ha elaborato norme dal taglio già berlusconiano. Sfruttandone una, l’imputato Previti allungava a dismisura l’udienza preliminare accampando impegni parlamentari come la discussione di norme per la tutela delle minoranze linguistiche. Il giudice, stanco dei rinvii, emette un’ordinanza incauta nella forma, il cui senso era “la giustizia non è meno importante degli impegni parlamentari”. Insorge la difesa Previti e insorge anche Luciano Violante. Ex magistrato ed ex comunista d’un genere severo – credo lo chiamassero Vishinskij, il pubblico ministero delle purghe staliniane. Violante solleva un conflitto di attribuzioni: la Consulta risponde che sono due interessi egualmente importanti. Di qui la prassi dei calendari concordati.

Capitolo intercettazioni.

Capirei l’apprensione se intere classi di persone fossero intercettate, come probabilmente avverrebbe in un regime berlusconiano: la sua privacy vale solo finché bisogna addomesticare l’arnese giudiziario scomodo ai suoi simili. Quando fosse il signore d’Italia – come aspira a diventare – la privacy scadrebbe a concetto fuori moda. I suoi gusti vanno verso il modello Kgb più che in senso liberale. L’idea che siano intercettabili solo persone a carico delle quali esistono gravi indizi di reato è demenziale. (more…)

Chi gioca coi derivati si scotta

aprile 26, 2010

di Marco Onado

Comunque vada a finire, l’azione della Sec contro Goldman Sachs è destinata a lasciare un segno profondo nel sistema finanziario globale. Il caso è molto più sottile dei tanti altri che hanno dimostrato come la crisi finanziaria sia stata determinata anche da frodi e falsi contabili di ogni tipo.

Gli esperti concordano nel dire che non sarà facile alla Sec provare l’esistenza di un comportamento fraudolento, ma già i fatti non controversi si prestano ad alcune considerazioni. In sintesi, il caso è apparentemente semplice: nel 2007 la grande banca di investimento ha confezionato un titolo strutturato (un Cdo) che rispondeva alle esigenze di un hedge fund che aveva previsto la crisi imminente e dunque puntava su una caduta del mercato immobiliare e dei titoli emessi a fronte dei mutui ipotecari. Successivamente, ha venduto i titoli senza esplicitare adeguatamente questa informazione. L’effetto netto è stato che Goldman ha incassato una commissione di 150 milioni di dollari (ma ha avuto anche una perdita perché non aveva perfettamente coperto la sua posizione), l’hedge fund ha guadagnato quasi un miliardo di dollari, mentre gli investitori, fra cui Abn Amro (oggi del gruppo britannico Rbs) e la tedesca Ikb hanno registrato perdite consistenti, che aggiunte alle altre hanno richiesto interventi di salvataggio dei rispettivi governi. (more…)

“Dylan? Un falso e un bluff” Joni Mitchell fa a fette Bob

aprile 26, 2010

Potesse, gli darebbe pure un calcio nel sedere. Lei è Joni Mitchell, la lady of the canyon, grande signora del folk, quella delle accordature aperte e dell’avventurosa vocalità obliqua. Lui è Bob Dylan, leggenda vivente, song-and-dance-man (così preferisce dire lui), l’elettrificatore del folk ed eretico del rock nonché verseggiatore da Nobel (non a caso lo candidano ogni anno). Ebbene, Joni ha rilasciato un’intervista incendiaria al Los Angeles Times che ha fatto impazzire l’America, in cui fa letteralmente a pezzi il vecchio Bob. «Non c’è niente di autentico in lui. Niente. È un falso. È un plagiario, il suo nome e la sua voce sono falsi. Tutto ciò che ha a che fare con Bob Dylan è un inganno. Io e lui siamo come il giorno e la notte».

Niente male come lapide per uno dei grandi totem del ventesimo secolo (forse pure del ventunesimo). È vero che Joni se la prende anche con Madonna, paragonata a Nerone e indicata come la causa dell’instupidimento degli Stati Uniti dagli anni ‘80 in poi, mentre non va molto meglio alle sue colleghe dei bei tempi Janis Joplin e Grace Slick, che «andavano a letto con tutti i membri delle loro band per poi crollare ubriache». Ma a scatenare la sua furia è la domanda sul fatto che sia lei, l’ex signorina Roberta Joan Anderson, sia lui, nato Robert Zimmermann, avessero cambiato il nome agli inizi della carriera per costruirsi il proprio personaggio. Il fatto, così pare, è che Mrs Mitchell è stufa, da 40 e passa anni, di essere impropriamente definita «la Dylan in gonnella». (more…)

Ora il Dragone vuole azzannare la Luna

aprile 26, 2010
Nel 1996 l’amministrazione americana guidata da Bill Clinton indicava «l’accesso allo spazio attraverso mezzi di trasporto statunitensi» come «un obiettivo strategico fondamentale per la sicurezza nazionale». Dieci anni più tardi, toccava alla squadra di Bush rincarare la dose: «La sicurezza nazionale a stelle e strisce è strettamente vincolata al controllo dello spazio». Eppure nonostante i proclami americani, la conquista dello spazio sembra avere un nuovo – incontenibile – protagonista: la Cina. Il programma spaziale di Pechino sta conoscendo una nuova epocale esplosione. Una “macchina da guerra” che erode velocemente il vantaggio competitivo degli Usa.

E – come ha scritto Kevin Pollpeter per lo Strategic Studies Institute – sfida «Washington militarmente, economicamente e politicamente». Con il 2010 che segna un’ulteriore, vertiginosa accelerazione: «Non si era mai visto – nota Craig Covault su ‘Spaceflight Now’ – un programma così ambizioso dai tempi della corsa spaziale degli anni Sessanta». È il 2003 l’anno che segna l’ingresso del Dragone nel novero delle potenze spaziali: la missione Shenzhou V porta il primo astronauta cinese nello spazio. Nel 2005 lo Shenzhou VI vola intorno alla Terra per cinque giorni con due astronauti a bordo. Tre anni dopo è la volta della prima “passeggiata” interstellare. In diretta tv il comandante Zhai Zhigang esce dalla navicella Shenzhou VII in orbita a 343 chilometri dalla terra. Con in mano la bandiera nazionale. Per i cinesi è un’ubriacatura di orgoglio patriottico ma anche un’esibizione muscolare, di grandeur simile a quella avvenuta – anche questa in mondovisione – con l’inaugurazione delle Olimpiadi. (more…)

Courtney Love: ‘Quanto mi piace piacere’

aprile 26, 2010

di Alexis Petridis

La mia intervista con Courtney Love inizia con il piede sbagliato. Dovrei incontrare la donna definita da Rolling Stone “il personaggio più controverso della storia del rock” nella sede del Guardian. Quella stessa settimana ha fatto un’apparizione anche nella sede dell’Oxford Union dove, almeno così sembra, ha mandato in visibilio i laureandi sfoggiando le sue conoscenze su Shakespeare e Mozart. Se pensate che sia strano rivolgersi agli studenti di Oxford e Cambridge e alla redazione di un quotidiano nazionale per lanciare Nobody’s Daughter, il primo album delle Hole dopo Celebrity Skin del 1998 che ha superato quota un milione, bè è tutt’altro che strano se facciamo un confronto con la campagna promozionale che Courtney Love fece nel 2004 per il suo album da solista America’s Sweetheart, campagna che toccò le vette della follia quando si depilò il pube dinanzi ad una giornalista rimasta senza parole, le rovesciò una bottiglia di champagne in testa, poi si denudò e si mise a correre per Park Lane. Quel comportamento sembrò l’ennesima prova del fatto che la vita le era, ancora una volta, sfuggita di mano. “Mi drogavo come una matta e cercavo di gestire una band. Nessuno mi fermava. Alla casa discografica non gliene fregava un cazzo”.

Oggi, dopo un periodo di terapia, le cose sembrano leggermente migliorate anche se, come vi sembrerà chiaro tra non molto, la parola “normale” è una parola molto relativa nel mondo di Love. Arrivo verso la fine dell’incontro con la redazione e trovo Love – non proprio completamente vestita ma in gran forma – che delizia i giornalisti del Guardian con straordinari aneddoti raccontati con la sua inconfondibile voce: stridente, strascicata e resa ancor più roca dalle sigarette. Non è dell’umore giusto, dice prima di avviarsi nella mia direzione facendo caracollare un paio di scarpe che sembrano da bambina. Cosa ne penso? “Sono carine”, azzardo. Una risposta che non mi fa guadagnare punti ai suoi occhi. “Carine?”, tuona. Viene fuori che sono antiche pantofole usate per fasciare i piedi alle donne nell’antica Cina: “Per me sono un’opera d’arte. Le conservo sotto una campana di vetro”. (more…)