Usa amici di Israele finché c’è Obama. Ma l’alleanza non è un dogma eterno

di Bernard-Henri Lévy

Molte sciocchezze si scrivono sulla presunta «crisi» che attualmente attraversano le relazioni israelo-americane. La verità è che in questa storia conviene separare due livelli d’analisi ben distinti.

A breve termine, innanzitutto, non credo che la decisione di avviare la costruzione di 1.600 nuovi alloggi a Gerusalemme Est possa generare una rottura simile a quella del 1975 (quando Israele rifiutò di evacuare il Sinai) o del 1991 (quando Bush padre minacciò gli israeliani di sanzioni economiche se avessero boicottato la Conferenza di Madrid). Obama è un amico di Israele. È l’unico presidente democratico che abbia osato dire, nella famosa intervista a Jeffrey Goldberg, di aver attinto nel «sionismo» la propria «idea di giustizia sociale». È l’unico presidente in assoluto ad aver insistito sull’importanza che hanno avuto, nella propria formazione politica generale, i viaggi che da giovane intraprese nell’Israele dei kibbutz. È, ed è sempre stato, nella comunità nera americana, una delle persone più ostinate nel ripetere che quel ritorno verso la terra promessa che è il sionismo entra «in risonanza con l’esperienza afroamericana» e, quindi, con la «propria storia di sradicamento e di esodo». E poiché si suppone che la tensione di oggi abbia per oggetto la questione di Gerusalemme, non bisogna dimenticare che fu Obama, e non McCain, a dichiarare, il 4 giugno 2008, in piena corsa alla presidenza, che Gerusalemme doveva rimanere la capitale «indivisibile» dello Stato ebraico! Queste dichiarazioni, la confessione secondo cui la sua visione del mondo si è forgiata nella lettura dell’Esodo e dei romanzi di Philip Roth, la sua fermezza nei confronti di un Hamas con cui è impossibile negoziare finché non avrà rinunciato, non soltanto al terrorismo, ma al suo odio radicale per Israele: nulla consente di pensare che egli abbia rinnegato tutto questo in 15 mesi. È la ragione per cui non credo che la circostanza dei 1.600 nuovi alloggi basti a influenzare un sentimento, un credo, quasi una fede, profondamente radicati nella sua biografia di presidente e di uomo.

A lungo termine, invece, e anche a medio termine, il quadro della situazione è molto meno rassicurante. Prima di tutto, non si deve mai dimenticare che gli Stati Uniti, contrariamente a quanto dice la leggenda, non furono fra i Paesi più entusiasti a riconoscere Israele al momento della sua creazione. L’immagine delle due nazioni «elette» e in comunione nella loro duplice e simile «elezione» non deve occultare il fatto che Harry Truman prese la decisione storica di rendere omaggio alla nascita del nuovo Stato contro la propria amministrazione, contro il segretario di Stato, contro tutta una parte dell’opinione pubblica americana. L’immagine, bisognerebbe dire il cliché, dell’alleanza privilegiata, quando non predestinata, fra le due democrazie «messianiche» non deve né può cancellare il fatto che, per vent’anni, non furono gli Stati Uniti, ma fu la Francia a dover fornire armi, tecnologie di punta e, in particolare, tecnologie nucleari, al giovane Stato.

E se tutto questo appartiene ormai al passato, se la sicurezza di Israele è diventata, dopo Kennedy, un principio non negoziabile per tutte le amministrazioni americane, non si devono perdere di vista altri dati non trascurabili. Gli Stati Uniti non sono affatto immuni da un antisionismo militante, che un po’ frettolosamente si è considerato essere una prerogativa dell’Europa: lo testimonia il libro di John Mearsheimer e Stephen Walt, «La Israel Lobby e la politica estera americana» (Mondadori, 2009), di cui non vedo equivalenti in Europa, dove si difende la tesi di un complotto ebraico che sottometterebbe la democrazia americana agli interessi di quella potenza straniera che è Israele. È l’unico Paese dove un ex presidente dell’importanza di Jimmy Carter può entrare nella classifica dei bestseller con un testo, «Palestine: peace not apartheid» (Simon & Schuster, 2006), che riprende gli stereotipi più logori dell’ antisionismo più ambiguo e da cui, occorre precisarlo, ha dovuto ritirare le parole più ingiuriose in un messaggio agli ebrei americani del 21 dicembre 2009. E poi, lobby per lobby, gli Stati Uniti sono una nazione altrettanto pragmatica che idealista o religiosa e nulla assicura quindi che i loro sei milioni di ebrei manterranno lo stesso peso il giorno in cui sarà organizzata, di fronte alla loro, un’altra lobby di uguale importanza, e che magari difenda sia le tesi del partito del petrolio (l ’«intransigenza» israeliana, ostacolo alla prosperità del pianeta) sia quelle di un’altra minoranza (per esempio la Nation of Islam).

Tutto questo per dire che l’alleanza israelo-americana non è un dogma inciso, da sempre, nel marmo di una storia predestinata. E tutto questo per ripetere quello che continuo a suggerire, ogni volta che ne ho l’occasione, ai dirigenti israeliani: nulla garantisce che Israele avrà sempre alleati così sinceri e quindi, lo si voglia o no, così solidi come la coppia Obama-Clinton. Lungi dall’essere i primi dirigenti americani a mettere in questione l’alleanza, saranno forse gli ultimi a considerarla un assioma; e anche se per fortuna non è ancora mezzanotte nel secolo di Israele, forse, per questa ragione e qualche altra, le circostanze sono più propizie che mai al grande gesto politico, alla riaffermazione dei principi fondatori del sionismo, insomma alla dichiarazione di pace, che Israele e il mondo aspettano.

Da “Il Corriere della Sera”

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