La riva bruna la riva nera

Un parallelo tra le milizie naziste e fasciste

di Gaetano Vallini
Per quanto le camicie brune tedesche, le sa (Sturmabteilungen), ammirassero le camicie nere italiane, la Mvsn (Milizia volontaria per la sicurezza nazionale), l’influsso diretto di queste ultime sulle prime dal punto di vista della struttura e del carattere dell’organizzazione fu minimo. Tuttavia svolsero un ruolo decisivo soprattutto in relazione alla politica del potere, perché il movimento nazista ricevette dal successo fascista in Italia, per il solo fatto che “lo si può fare”, come disse Hitler, una spinta enorme. Dunque sotto il profilo più ampio del modello di potere, il fascismo italiano fu considerato un esempio luminoso. In ogni caso sia le camicie nere che le camicie brune giocarono un ruolo importante rispettivamente nell’ascesa del duce e del führer; per questo lo storico Sven Reichardt, dell’università di Costanza, si è concentrato sullo studio comparato delle due organizzazioni paramilitari, fotografandole nel momento di massima ascesa, peraltro antecedente alla presa del potere da parte dei due movimenti:  il 1921-1922 per le squadre d’azione fasciste, il 1929-1932 per le sa.
Il frutto di questo accurato lavoro di ricerca è racchiuso nel libro Camicie nere, camicie brune. Milizie fasciste in Italia e in Germania (Bologna, Il Mulino, 2009, pagine 611, euro 35) nel quale lo studioso dà conto dei punti di contatto e delle differenze delle due organizzazioni, dalla cultura politica alla composizione sociale. Il quadro che si delinea presenta più similitudini che differenze. Ambedue movimenti furono contraddistinti in elevata misura dalla violenza e dalla militanza. “Proprio durante la loro fase di ascesa – scrive Reichardt – i movimenti, mediante le milizie, simboleggiarono vitalità, intransigenza, culto della giovinezza, militarismo, cameratismo, disciplina, virilità, ed esercitarono violenza fisica. Le azioni violente costituirono il vero senso e l’obiettivo delle milizie fasciste. Entrambe furono contraddistinte dall’avere nel marxismo il bersaglio da colpire”. Inoltre, non costituirono organismi per la formazione della volontà interna né una salda struttura burocratica. Soprattutto le milizie si concentrarono in una propaganda mobilitante e tale da produrre aggressività. Questi gruppi paramilitari pretesero il monopolio della gioventù maschile e si considerarono “organizzata volontà giovanile” contro democrazie gerontocratiche e femminee.
Sia il fascismo che il nazismo furono caratterizzati da una forma carismatica della politica. “Il Führerprinzip (principio del capo, del duce) era – scrive lo storico – in un rapporto di evidente affinità con le strutture politiche e organizzative dei movimenti. Contrariamente al tipo dell’uomo politico realista e incline alla ricerca di compromessi, il capo carismatico si adattava in modo eccellente a personificare la fede nell’avvenire del movimento”. Un avvenire che non era delineato da obiettivi programmatici chiari, ma da una condotta politica eclettica, contrassegnata dall’esaltazione della patria e della razza (soprattutto in Germania), “che servì dichiaratamente da controprogetto rispetto alla gerarchizzazione della società secondo classi”.
Come detto, l’elemento principale di consonanza – in realtà non una rivelazione ma una conferma – appare il ricorso alla violenza. Le due organizzazioni vivevano e si rafforzavano nella violenza, intesa sia come messaggio propagandistico per l’esterno sia come fattore di coesione al proprio interno. Osannata dalla retorica della virilità, che vedeva nell’uomo non il lavoratore e il padre ma il picchiatore spietato e schierato fedelmente con i camerati, la violenza era dominante nell’identità fascista, che la estetizzava ed esaltava in specifici rituali per farne un valore positivo.
La violenza non rappresentò una reazione immediata a una precedente violenza comunista né in Italia né in Germania, dove peraltro i comunisti vennero presto sostituiti dagli ebrei. Inoltre, spiega Reichardt, “nonostante la maggiore accettazione culturale dell’uso della forza in un’Italia tradizionalmente più incline alla violenza, fu in Germania che si registrarono gli scontri politici più brutali”, meno numerosi, ma con più morti. Nei due Paesi le azioni crebbero soprattutto in periodi elettorali, dimostrazione di quanto fossero connesse propaganda e violenza, quest’ultima funzionale a paralizzare l’avversario, a rafforzare la coesione interna attraverso l’esperienza della lotta e infine a dimostrare l’ordine e la forza del fascismo.
Sia Mussolini che Hitler, sottolinea ancora lo storico, coinvolsero il braccio militante dei movimenti in una strategia tesa alla conquista rivoluzionaria ma anche legalitaria del potere, attraverso pressioni sull’ala partitica perché ricorresse a metodi più radicali per raggiungere l’obiettivo. Inoltre, lo sviluppo, la portata e la legittimità delle violente azioni fasciste furono influenzati in misura decisiva dall’inefficienza dei poteri statali, e ciò fu particolarmente vero in Italia, dove la democrazia si mostrò debole.
Quanto alle dinamiche interne, nelle fasi tumultuose di crescita le milizie fasciste arrivarono a triplicare in pochi mesi il numero di adepti; un’espansione accompagnata però da una labilità interna e da strutture scarsamente burocratizzate e regolate nonostante la ferrea disciplina che le caratterizzava nella visione esterna.
Riguardo alla composizione dei gruppi, “il profilo sociale delle due milizie – sottolinea Reichardt – rivela differenze significative derivanti dalle diverse strutture sociali dei due Paesi. Gli operai, con il loro 30 per cento, costituirono nella maggior parte delle squadre una presenza notevolmente inferiore rispetto a quella delle sa, le quali ebbero, su base nazionale, un 55 per cento circa di operai nelle loro file”. Più omogenea la composizione per età:  entrambe erano formate per l’80 per cento da uomini sotto i trent’anni, “un’età media eccezionalmente bassa anche rispetto a quella dei gruppi comunisti”. “Questi giovani – spiega lo storico – politicamente e psicologicamente in fase di formazione furono trascinati dal pathos giovanilistico fascista, nel contesto del quale si stava tentando di fare della giovinezza un mito politico esteticamente esorbitante”. Differenti erano i bacini di reclutamento. Così mentre nelle sa l’80 per cento degli aderenti proveniva dalle generazioni nate e cresciute durante la grande guerra, le camicie nere per metà erano ex combattenti.
Accanto alle esperienze, spesso frustranti, scaturite da analoghi problemi sociali, squadristi italiani e camicie brune tedesche ebbero in comune soprattutto le caratteristiche delle organizzazioni interne:  le prassi quotidiane di picchiatori riuniti in piccoli sodalizi, in cui si coltivavano un’esistenza sociale unitaria e un ben determinato stile di vita. Per costruire una vicinanza emotiva tra i membri era fondamentale la frequentazione giornaliera e per questo un ruolo centrale era svolto dai bar delle squadre e dagli Sturmlokale delle sa.
Le organizzazioni nacquero dal basso adattandosi all’ambiente. Inoltre le unità di base, fortemente condizionate dall’idea di capo, avevano i tratti di un’organizzazione totale, secondo la definizione di Hannah Arendt, nel senso che potevano interferire nella vita privata di ciascun componente. I piccoli comandanti di squadra o di manipolo, dotati di un certo potere, svolgevano la duplice funzione di camerata e di superiore gerarchico. E la gerarchia si fondava su un ethos della fedeltà.
L’organizzazione non era connotata da un rigoroso indirizzo ideologico. “Mentre il comunismo – annota Reichardt – dispose nella dottrina marxista e nelle sue interpretazioni e varianti di un punto di orientamento ideologico, i fascisti ne furono quasi del tutto privi. Dalla prassi politica si desume che il nazionalismo fascista non fu il frutto di un costrutto intellettuale coerente, bensì e soprattutto un fatto emotivo”. Rilievo ebbe l’aspetto sacrale del fascismo, che si espresse anche nella propaganda simbolica fatta di vessilli e bandiere che godettero di speciale venerazione.
Se queste sono le consonanze, le differenze, secondo lo storico, sono così sintetizzabili:  gli atti di violenza degli squadristi furono più frequenti di quelli delle sa; furono più efficaci visto che riuscirono a paralizzare meglio gli avversari socialisti; gli squadristi erano per provenienza sociale molto più borghesi dei loro omologhi tedeschi; nello squadrismo mancò l’antisemitismo che contraddistinse le camicie brune; infine, le squadre furono sotto il profilo formale meno rigidamente separate dal partito.
Complessivamente il lavoro di Reichardt aggiunge poco di nuovo a quanto già noto, ma il suo merito è quello di inquadrare i fatti sistematicamente attraverso un parallelismo finora inedito. Con una certa indulgenza verso le camicie brune e qualche omissione relativa ai fascisti, come gli attacchi a circoli cattolici, nel complesso l’opera è interessante soprattutto nella parte – meno scontata rispetto a quella relativa alla violenza e che indugia non poco sulla retorica che accompagna la figura del picchiatore fascista – dedicata alla composizione sociale delle due milizie, ai vissuti dei loro membri, nonché alle dinamiche interne ai gruppi. È da questa analisi, infatti, che emerge lo spaccato di due nazioni diverse che a un certo punto della loro storia offrirono ai giovani un’analoga via di identificazione politica.

L’Osservatore Romano

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