Travaglio molla Di Pietro e ritorna da Fini

Bentornato a casa, Marco. L’avevamo sempre pensato che Marco Travaglio fosse un vero intellettuale di destra, e se a volte abbiamo avuto un dubbio, semmai era sul primo dei due termini, «intellettuale».

Comunque, noi del Giornale, dove Travaglio guadagnò i suoi primi stipendi, pagati – ironia della sorte e nemesi del moralismo – dall’editore Silvio Berlusconi, lo sapevamo che prima o poi quel giovane reazionario, clericofascista e furioso anticomunista (partito da una posizione a metà strada fra l’Msi e il tradizionalismo cattolico ed approdato ad una in bilico fra il giustizialismo giacobino e il terrorismo mediatico) avrebbe percorso a ritroso la strada incautamente abbandonata per tornare nella sua vecchia casa.

Giù in fondo, a Destra. Per un curioso e accidentato sviluppo di quel concetto che la filosofia chiama «eterogenesi dei fini», ossia il raggiungimento di esiti opposti a quelli che ci si era prefissi, il figliol prodigo è tornato a Fini. Chissà se lui lo rivede volentieri, poi. Ieri Marco Travaglio nel suo consueto editoriale sul Fatto Quotidiano ha dichiarato il suo futuro voto politico e ha investito ufficialmente il nuovo leader. Che non è più Di Pietro, e nemmeno De Magistris. Ma, appunto, Gianfranco Fini. La predica domenicale s’intitola metaforicamente «Il bacio della morte» ed è un argomentato suggerimento rivolto al presidente della Camera, avvistato due giorni fa a pranzo con Giuliano Ferrara.

Travaglio, in sostanza, dice al compagno Fini: stai lontano da lui, e per due ragioni. Primo, perché farsi consigliare da un «impiegato» del tuo peggior nemico – cioè Berlusconi – non è un’idea brillante. Secondo, perché Ferrara è il «maggior collezionista di fiaschi della storia moderna», uno che distrugge tutto ciò che tocca, uno la cui scia «è lastricata di cadaveri politici»: «Ogni volta che Ferrara esplode, il che accade a intervalli regolari sempre più ravvicinati, lui rimane illeso, ma tutt’intorno ogni forma di vita nel raggio di decine di chilometri si estingue per sempre».

E qui Travaglio infila nel suo sermone una decina di parabole, per ri-raccontare di quando Ferrara sposò la causa del comunismo, e si sa com’è finita; di quando si rifugiò nel Partito socialista a fianco di Craxi, e si sa come finì; di quando fu nominato ministro per i rapporti con il Parlamento del primo Governo Berlusconi, che finì nel giro di sette mesi; di quando nel Mugello si candidò contro Di Pietro, e finì trombato; di quando fondò la lista «No Aborto» e finì a uova in faccia, eccetera eccetera; e di come, ora, Ferrara rischia di finire da Fini. «Presidente sia gentile – è la preghiera di Travaglio – lasci perdere: ci serve vivo, nei prossimi anni». Più che un endorsement, un abbraccio.

E così il Fatto Quotidiano sdogana anche l’ultimo post-fascista, mentre il presidente della Camera dopo Repubblica e l’Unità conquista il foglio di Padellaro&Co., l’ultima roccaforte del giornalismo extraparlamentare. Ecco come la stampa d’opposizione diventò di regime. Che brutta fine. Del resto il lungo viaggio attraverso il fascismo di Marco Travaglio aveva conosciuto una tappa significativa già alcune settimane fa quando, in clima preelettorale, ospite a Tetris, disegnò un sorprendente scenario di fantapolitica in un irresistibile scambio di battute con il conduttore Luca Telese. «Immaginiamo che il Caimano non ci sia più. Il voto è tra Fini e D’Alema, chi voti?», chiede Telese. Travaglio, all’istante: «Fini». Telese: «Ah! Così senza pensarci neanche un attimo?». Travaglio: «Per forza. Dall’altra parte mi hai messo D’Alema». Il legittimo sospetto ora è che, anche senza D’Alema dall’altra parte, Travaglio abbia chiaro in mente cosa scegliere. E se sceglie Fini è perché chiunque in questo momento si dimostra un possibile antagonista del Cavaliere – come appare ogni giorno di più il Presidente della Camera – va politicamente bene.

Ma soprattutto perché, in fondo, Marco Travaglio non ha mai dimenticato dove gli batte il cuore. A destra. Bentornato a casa, Marco. Anche se non è detto che ti rivediamo volentieri, noi. Strane figure si vedono profilarsi all’orizzonte nell’Italia post-berlusconiana. Un giornalista di sinistra smarcatosi convenientemente a destra che si stringe sotto braccio a un politico di destra svoltato strumentalmente a sinistra. Il primo, ieri, dalle pagine del Fatto ha scoccato al secondo un bacio. Della morte. L’impressione, vedendo che fine fa chi trama alle spalle del Caimano, è che il primo finirà male. E il secondo invece pure.

Luigi Mascheroni

Il Giornale

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