La procura di Roma cerca una traccia nel caso del rilascio di Mastrogiacomo

Italiani sequestrati in Afghanistan e liberati grazie alla mediazione di Emergency. Potrebbe celarsi nel retroscena delle trattative condotte durante i rapimenti del fotoreporter Gabriele Torsello e del giornalista Daniele Mastrogiacomo la chiave per ottenere il rilascio di Marco Garatti, Matteo Dell’Aira e Matteo Pagani, gli operatori sanitari arrestati sabato scorso. In entrambi i casi l’organizzazione umanitaria fu protagonista grazie al negoziato affidato a Rahmatullah Hanefi, il responsabile dell’ospedale di Lashkar Gah che trovò l’accordo con i talebani e versò la contropartita per conto del governo italiano. Una scelta osteggiata dalle autorità di Kabul perché tagliava fuori i servizi segreti e dunque anche gli 007 locali. E soprattutto perché obbligò al rilascio di almeno cinque detenuti per gravi reati, così come richiesto dalla banda che aveva in ostaggio l’inviato del quotidiano la Repubblica. Hanefi ha pagato con tre mesi di carcere l’accusa di essere complice dei terroristi, salvo essere poi completamente scagionato.

Ora la storia sembra ripetersi con i tre volontari. Nella vicenda che li coinvolge potrebbero aver giocato un ruolo anche i vertici militari del contingente britannico che hanno il controllo dell’area di Helmand, proprio quella dove opera Emergency. Tra i diplomatici c’è chi evidenzia come nel settembre scorso il Times di Londra (lo stesso giornale che due giorni fa ha rilanciato la notizia falsa che i tre volontari avevano confessato di aver partecipato a un complotto per assassinare il governatore della provincia di Helmand) aveva accusato i servizi segreti italiani di aver pagato milioni di dollari ai talebani per evitare attacchi a Sarobi e nella zona di Herat, che si trova sotto il controllo dei nostri vertici militari. Le indiscrezioni che filtrano adesso attraverso i canali dell’intelligence parlano di alcune persone che sarebbero state curate all’interno dell’ospedale nonostante fossero sospettate di aver compiuto atti terroristici. Addirittura che si sarebbero ferite dopo attacchi contro le truppe Isaf. E che sarebbe stato proprio questo ad aver convinto gli inglesi della necessità di appoggiare, sia pure restando formalmente «osservatori», l’azione della polizia locale iniziata con la perquisizione nel magazzino dell’ospedale dove sono state trovate pistole, giubbotti esplosivi e bombe a mano, e terminata con la cattura dei tre. In realtà Gino Strada ha sempre rivendicato la scelta di assistere chiunque ne abbia bisogno. Ma è stato proprio questo atteggiamento ad alimentare le ostilità nei confronti della sua organizzazione e a far aumentare le pressioni affinché lasci il Paese. Un’insofferenza che si manifestò in maniera evidente durante la detenzione di Hanefi, quando Strada accusò anche l’Italia di non fare nulla per «salvare un uomo al quale aveva affidato invece due milioni di dollari per liberare Torsello».

Italiani sequestrati in Afghanistan e liberati grazie alla mediazione di Emergency. Potrebbe celarsi nel retroscena delle trattative condotte durante i rapimenti del fotoreporter Gabriele Torsello e del giornalista Daniele Mastrogiacomo la chiave per ottenere il rilascio di Marco Garatti, Matteo Dell’Aira e Matteo Pagani, gli operatori sanitari arrestati sabato scorso. In entrambi i casi l’organizzazione umanitaria fu protagonista grazie al negoziato affidato a Rahmatullah Hanefi, il responsabile dell’ospedale di Lashkar Gah che trovò l’accordo con i talebani e versò la contropartita per conto del governo italiano. Una scelta osteggiata dalle autorità di Kabul perché tagliava fuori i servizi segreti e dunque anche gli 007 locali. E soprattutto perché obbligò al rilascio di almeno cinque detenuti per gravi reati, così come richiesto dalla banda che aveva in ostaggio l’inviato del quotidiano la Repubblica. Hanefi ha pagato con tre mesi di carcere l’accusa di essere complice dei terroristi, salvo essere poi completamente scagionato.

Ora la storia sembra ripetersi con i tre volontari. Nella vicenda che li coinvolge potrebbero aver giocato un ruolo anche i vertici militari del contingente britannico che hanno il controllo dell’area di Helmand, proprio quella dove opera Emergency. Tra i diplomatici c’è chi evidenzia come nel settembre scorso il Times di Londra (lo stesso giornale che due giorni fa ha rilanciato la notizia falsa che i tre volontari avevano confessato di aver partecipato a un complotto per assassinare il governatore della provincia di Helmand) aveva accusato i servizi segreti italiani di aver pagato milioni di dollari ai talebani per evitare attacchi a Sarobi e nella zona di Herat, che si trova sotto il controllo dei nostri vertici militari. Le indiscrezioni che filtrano adesso attraverso i canali dell’intelligence parlano di alcune persone che sarebbero state curate all’interno dell’ospedale nonostante fossero sospettate di aver compiuto atti terroristici. Addirittura che si sarebbero ferite dopo attacchi contro le truppe Isaf. E che sarebbe stato proprio questo ad aver convinto gli inglesi della necessità di appoggiare, sia pure restando formalmente «osservatori», l’azione della polizia locale iniziata con la perquisizione nel magazzino dell’ospedale dove sono state trovate pistole, giubbotti esplosivi e bombe a mano, e terminata con la cattura dei tre. In realtà Gino Strada ha sempre rivendicato la scelta di assistere chiunque ne abbia bisogno. Ma è stato proprio questo atteggiamento ad alimentare le ostilità nei confronti della sua organizzazione e a far aumentare le pressioni affinché lasci il Paese. Un’insofferenza che si manifestò in maniera evidente durante la detenzione di Hanefi, quando Strada accusò anche l’Italia di non fare nulla per «salvare un uomo al quale aveva affidato invece due milioni di dollari per liberare Torsello».

E adesso è proprio da lì che si riparte. Da quei due sequestri— uno avvenuto nell’ottobre 2006, l’altro nel marzo 2007 — che hanno visto Emergency in prima linea. Nel fascicolo avviato dalla procura di Roma ci sono gli articoli di stampa pubblicati in questi giorni e una prima relazione dei carabinieri del Ros che ripercorre le tappe cruciali delle due vicende con un’evidenza particolare al tragico epilogo del sequestro Mastrogiacomo. L’esecuzione di Adjmal Nashkbandi, l’interprete di 23 anni rilasciato insieme al giornalista e subito ripreso dai talebani, ha certamente segnato quella storia. Il giovane era il nipote di un alto funzionario della polizia locale e l’ordine di ucciderlo arrivato dal mullah Dadullah ha rappresentato una sfida per il governo guidato da Hamid Karzai. L’apertura di un’indagine consente l’acquisizione di eventuali atti raccolti alla Farnesina e soprattutto una sorta di collaborazione fra le autorità giudiziarie dei due Paesi. Del resto bisogna tenere conto che sono stati proprio gli uomini del Sismi— il servizio segreto militare ora diventato Aise — a collaborare con le autorità locali per la formazione del personale di polizia e di coloro che devono coadiuvare i magistrati. E dunque è anche su questi accordi di cooperazione che si cercherà di fare leva adesso per ottenere il rilascio dei tre operatori.

Fiorenza Sarzanini

Il Corriere della Sera

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