Somalia: perché non riusciamo a sconfiggere i pirati?

Nel Golfo di Aden i pirati diventano sempre più aggressivi. Solo alcune gang hanno la forza e denaro sufficienti per operare in acque internazionali. La questione pirateria agli occhi degli Stati Uniti non è considerata prioritaria rispetto alla guerra al terrore

Una delle domande più frequenti che mi viene posta quando si parla di pirateria è: come è possibile che nonostante l’impegno delle flotte internazionali non si sia ancora riusciti a debellare i pirati nel Corno d’Africa? E anzi nei primi mesi del 2010 si assista ad una escalation?

La risposta più semplice è che il teatro geomarittimo è molto grande, oggi con l’estendersi degli attacchi anche ad una vasta area dell’oceano Indiano intorno alle isole Seychelles, lo scenario è di circa un milione di miglia quadrate! Ma scendendo in profondità possono individuarsi altre ragioni, la prima è che la pirateria moderna è un fenomeno terrestre (nasce dall’instabilità dei Paesi di origine) e non marittimo e, quindi, andrebbe combattuta (o risolta) a terra e non in mare. E spesso si dimentica che la Somalia rappresenta uno degli avamposti della «guerra al terrore» dichiarata dagli Stati Uniti ad Al Qaida e, come si dirà più avanti, questa viene considerata una priorità rispetto ai nuovi bucanieri.

L’altra è che l’operatività delle Marine viene limitata da stringenti norme internazionali (Convenzione Unclos sul Diritto del Mare) a da una serie di procedure d’intervento che penalizzano l’operatività. Di ciò è convinto anche Mukundan Pottengal direttore dell’International Maritime Bureau – uno dei più accreditati centri antipirateria a livello mondiale – il quale in un nostro recente incontro a Londra riferiva che per arginare la pirateria è necessario sia colpire gli interessi criminali che ne sono a monte (e non sono certo in Somalia), – e se ne ha contezza seguendo i conti bancari sui quali vengono accreditati gran parte dei riscatti – ma anche le «navi madre» dalle quali partono gli attacchi pirati. «Le flotte impegnate nello scenario operativo – ricorda il comandante – spesso non hanno regole d’ingaggio adeguate per abbordare i vascelli sospetti».

Le cronache più recenti nel Golfo di Aden testimoniano un inasprimento del conflitto, i pirati diventano sempre più aggressivi e nei giorni scorsi per la prima volta in due differenti occasioni hanno aperto il fuoco persino contro unità militari americane: Uss Ashland e Uss Nicholas. Gli assalitori hanno avuto la peggio e sono stati catturati, ma questi episodi sono significativi. E sull’altro fronte indicativo è l’abbordaggio ad una nave sequestrata da parte della Marina Olandese.

Il comandante Hans Lodder a bordo della fregata Tromp – secondo alcune fonti senza attendere l’autorizzazione della task force antipirateria dell’Unione europea – è intervenuto con un elicottero e un team di sei marines riuscendo a liberare l’equipaggio della Mv Taipan.

Una maggiore determinazione della quale, è ovvio, bisogna valutare attentamente le conseguenze potrebbe, però essere accompagnata da una più intensa attività di intelligence per individuare le gang di pirati e i relativi «signori della guerra» che oggi in Somalia e Yemen hanno la logistica per portare – grazie alle «navi madri» – attacchi a più di mille miglia dalla costa mettendo a rischio le rotte di sicurezza predisposte dalle forze occidentali. La pirateria somala come abbiamo scritto nel libro Nei mari dei pirati (Longanesi) è assai variegata nella sua composizione, ma solo alcune gang di pirati – i cui leader sono noti – hanno la forza e denaro sufficienti per operare in acque internazionali.

Se portare un nuovo conflitto in Somalia rischia di divenire un nuovo Afghanistan non ci si spiega perché non vengano organizzate operazioni mirate o, come vengono chiamate oggi, «chirurgiche», in determinati covi/porti somali in modo da ridurne drasticamente l’operatività. La Cia e le forze speciali americane operano da tempo con operazioni simili nella lotta ad Al Qaida.

Il sospetto è che la questione pirateria almeno agli occhi degli Stati Uniti non sia considerata prioritaria rispetto alla guerra al terrore. Gli americani negli ultimi mesi hanno posto le basi per una nuova offensiva a Mogadiscio in appoggio del Governo federale di transizione contro le Corti Islamiche (che nel 2006 dopo la presa della città e del potere nel Paese con una serie di accordi regionali avevano determinato la cessazione degli attacchi pirateschi)

Un’altra chiave di lettura geopolitica è che evidentemente attaccare alcuni clan somali (responsabili delle azioni piratesche in alto mare) potrebbe compromettere delicati equilibri in quella disastrata regione. Se così fosse la pirateria sarebbe ancora più difficile da estirpare. Guai seri per il commercio mondiale via mare.

Nicolò Carnimeo è giornalista e scrittore. Insegna Diritto della navigazione all’Università di Bari. E’ autore del libro
Nei mari dei pirati” (Longanesi) sul fenomeno della pirateria a livello mondiale e che narra delle sue ricerche a bordo di cargo petroliere e barche da diporto.

Limes

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