La mosca bombardiera

Le nanotecnologie cambieranno il mondo militare

di Luca M. Possati

“Hasta la vista baby!”. Inflessibile giustiziatore, il Terminator ha appena distrutto con un colpo di pistola il robot rivale completamente ghiacciato, salvando così il capo della futura ribellione degli umani. L’immagine, tratta dal cult Terminator ii, può sembrare esagerata e ai limiti dell’irreale, eppure non lo è affatto. La genetica e le nanotecnologie sono oggi i campi nei quali si registrano i progressi più promettenti per le applicazioni militari. Complice anche la mancanza di una  vera normativa internazionale sul tema, gli studi sul funzionamento del cervello umano e sui processi cognitivi stanno aprendo prospettive inattese – e imprevedibili – anche grazie all’interazione con altri tipi di tecnologie. Guerra delle menti, supersoldati “post-umani”, truppe di robot, computer potentissimi non sono più sciocchezze riservate agli intenditori. Gli sviluppi sono sconosciuti, i pericoli altrettanto:  questi nuovi tipi di armamenti – il cui impatto sulla realtà è tuttora poco misurabile – potrebbero modificare gli equilibri dell’attuale sistema delle relazioni internazionali, oltre  alle  questioni  di  natura giuridica (i controlli) ed etica ch’essi evocano.
La statunitense Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency) ha recentemente investito cospicui finanziamenti in tre settori di ricerca:  la neurofarmacologia, l’immagine neuronica e l’interfaccia tra cervello e macchina. Tra gli obiettivi dei ricercatori, quello di sviluppare anestetici e analgesici sempre più efficaci, in modo da influenzare direttamente il comportamento umano, oppure sostanze che facciano resistere al sonno o aumentino le capacità fisiche e psichiche (il miglioramento della memoria, il superamento degli stress psicologici del combattimento, la percezione dei pericoli nei soldati o il “siero della verità” negli interrogatori).
“Si tratta di possibilità che sinora erano considerate solo nei libri di fantascienza, ma che si stanno rilevando realistiche anche nel breve-medio periodo”, spiega Carlo Jean, presidente del Centro Studi Geopolitica Economica nella ricerca intitolata “Nuove tecnologie militari”. Così, ad esempio, i ricercatori stanno mettendo a punto un tipo di binocolo caratterizzato non solo da eccezionali performance ottiche, ma anche da un collegamento con il cervello del soldato che lo impiega. Grazie al monitoraggio neuronico – spiegano gli esperti – il militare potrebbe in breve tempo riconoscere bersagli e avvertire minacce, superando così le barriere esistenti nella corteccia cerebrale. Un miglioramento delle potenzialità umane pari a quello realizzatosi con l’evoluzione della specie in milioni di anni. “Verrebbe ottenuta – spiega Jean – quella che è denominata sensibilità del ragno; essa rende possibile al soldato di essere consapevole del pericolo non appena esso viene percepito dai sensori ottici e acustici, prima che il cervello abbia avuto il tempo il processare il relativo segnale”.
Programmi militari sempre più raffinati stanno prendendo piede anche nel settore delle nanotecnologie. Già negli anni Novanta il Pentagono aveva indicato in questo campo una delle sei aree strategiche di sviluppo, arrivando nel 2001 alla costituzione del centro di coordinamento National Nanotechnology Initiative (Nni). Ricerche di questo tipo sono svolte anche in Russia e in Cina. Le realizzazioni già attuate riguardano l’equipaggiamento dei militari, con la realizzazione di elmetti polivalenti, capaci di ricevere messaggi video, audio e scritti e di disporre di dispositivi di visione notturna, avvistatori laser, radar e infrarossi. Ma la fantasia dei tecnici si spinge anche oltre:  a esempio nanodevices che, inseriti nel cervello, consentirebbero di accedere a internet solo pensando, oppure di realizzare la telecinetica (spostare oggetti con il solo pensiero).
“Beninteso – rileva Jean – lo sviluppo delle nanotecnologie determina problemi; rende più difficile la verifica di accordi sul controllo degli armamenti (che si basa sulla quantità dei sistemi d’arma di un dato tipo e non sulla loro inverificabile qualità); potrebbe poi consentire la realizzazione di affidabili sistemi di difesa antimissili, erodendo la stabilità della dissuasione”. Ci sono inoltre problemi di natura etica:  “Le nanotecnologie, unite alle biotecnologie e alle scienze genetiche – aggiunge Jean – potrebbero indurre a manipolare il sistema nervoso dei soldati, compromettendo l’integrità fisica e psichica naturale; potrebbero inoltre aumentare le capacità delle armi biologiche, che rappresentano un pericolo per le società avanzate forse superiore a quello della proliferazione nucleare”. Il Congresso americano ha fissato l’obiettivo che entro il 2010 siano robotizzati oltre il trenta per cento dei nuovi aerei d’attacco ed entro il 2015 il 25 per cento dei veicoli da combattimento terrestri. È il segno che la robotica ha ormai invaso il campo militare:  l’aeronautica sta perfezionando progetti come il Predator o il Global Hawk, o la precisione  dei  missili  Hellfire  allo scopo di  diminuire  i danni collaterali e prevenire  le  perdite  tra  i civili. Tra i  progetti  più  avveniristici, un tipo di  robot  aereo  a  propulsione nucleare in grado di restare in volo per anni.
La Darpa sta sviluppando mini e micro aerei robot, taluni anche dalle dimensioni di un insetto, capaci di posarsi sul davanzale di una finestra o dietro un’imposta per captare segnali o registrare immagini. Tutto può accadere. E magari tra qualche anno l’innocua vecchietta della porta accanto schiacciando inavvertitamente una piccola mosca potrebbe dare il via al prossimo inverno nucleare. Altro che Terminator.

L’Osservatore Romano

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