Vite parallele nel declino dell’impero zarista

Il giovane Stalin e l’«ammiraglio rosso»

Escono quasi contemporaneamente in traduzione italiana due studi storici frutto del lavoro di autori anglosassoni, l’inglese Simon Sebag Montefiore (Il giovane Stalin, Longanesi, pp. 554, euro 29) e l’americano Neal Bascomb (Ammutinamento. La vera storia della corazzata Potëmkin, Mondadori, pp. 384, euro 25), che presentano diversi tratti comuni. Si tratta, innanzitutto, di indagini fondate su articolate ricerche d’archivio grazie alle quali nuove fonti e documenti sono stati scoperti e rese pubblici. Nei due casi, poi, siamo di fronte a parziali biografie – la prima, di Stalin giovane, la seconda, dell’«ammiraglio rosso» Afanasij Matjusenko, protagonista dell’ammutinamento celebrato da Ejzenstejn nel suo film del 1925. Ed entrambi gli autori scelgono una forma di narrazione storica che non disdegna la trattazione letteraria, se non romanzata, degli avvenimenti, ma che si fonda su una rigorosa fedeltà alla base documentaria dei dati memorialistici.
Fasi di apprendistato
Siamo di fronte a due momenti centrali della storia russa a cavallo tra i due secoli nel periodo di crisi irreversibile dell’impero zarista tra guerre, attentati, sollevazioni e crescita del movimento operaio: da un lato, la formazione di uno spietato rivoluzionario, Josif (Soso) Dzhugasvili-Stalin, futuro dittatore del primo stato proletario, presentata quasi in forma di Bildungsroman, dall’altro la prima grande operazione condotta dal movimento rivoluzionario russo nella marina, segnata dalla figura del rivoltoso ucraino Matjusenko.
Il futuro Stalin era nato a Gori in Georgia il 6 dicembre 1878 (anche se in seguito, nel ’25, Stalin ufficializzò un’altra data, il 21 dicembre 1879). Afanasij Matjusenko era nato nel maggio 1879 nel villaggio di Dergaci vicino a Char’kov. I due erano perciò coetanei. Soso era figlio di un calzolaio di Tiflis, dedito all’alcolismo, detto Beso il matto, e della bellissima Keke Geladze che per il figlio vagheggiava un futuro come vescovo. La paternità rimase sempre dubbia e Stalin disse una volta di essere figlio di un prete. Nel suo libro Montefiore tratta con dovizia di particolari la questione della paternità del futuro dittatore, riporta i dati relativi ai molti possibili «veri padri» di Stalin e nel contempo ricostruisce l’atmosfera familiare di Beso e Keke e quella sociale della Georgia all’interno dell’impero russo con le pulsioni culturali e politiche segnate da sentimenti di rivolta e aspirazioni all’indipendenza. Divenuto alunno della scuola ecclesiastica di Gori, il giovane Stalin (detto anche Copura per il volto butterato per il vaiolo contratto da piccolo) dovette confrontarsi con le regole introdotte dai russi e, più in generale, cominciò presto a sviluppare uno spirito ribelle, attento ai diritti dei più deboli, corroborato dal terribile spettacolo di un’impiccagione cui i giovani alunni della scuola furono costretti a presenziare nel febbraio 1892. Il successivo passaggio al seminario di Tiflis e gli incontri con alcune personalità carismatiche segnarono il destino del giovane Soso.
Trovatosi nella condizione di divenire sacerdote e di dare seguito alle sue aspirazioni letterarie (pubblicò con lo pseudonimo di Soselo una ricca serie di poesie, già note al lettore italiano grazie al volume Soselo Stalin poeta a cura di Gianroberto Scarcia, Campanotto 1999), il giovane Stalin imboccò invece la strada della rivoluzione, prima attraverso le letture (da Darwin a Hugo al Parricida di Aleksandr Kazbegi, del cui protagonista, Koba, prenderà il nome), poi, legatosi ai gruppi illegali marxisti, con il passaggio alla clandestinità e a una lotta politica marcata da grande violenza. Stalin fu animatore di scioperi e rivolte, e si dedicò a espropri e rapine: con la descrizione di quella sanguinosa del 1907 a Tiflis si apre il volume di Montefiore, che segue poi le gesta di Soso a Batumi, dove il giovane trovò un lavoro presso la raffineria dei Rothschild, prima di essere arrestato nel 1902. Sempre incalzante, la narrazione ci porta all’esilio in Siberia, alla fuga, ai sanguinosi fatti di Baku, alla lotta contro i menscevichi georgiani, alla sempre più intensa attività rivoluzionaria, costellata di viaggi anche all’estero, incontri e compagnie, come quelle del crudele bandito Kamo, di Sergo Ordzhonikidze e del rivoluzionario Sergej Allelujev, di cui Stalin sposerà la figlia.
Gli incontri con Lenin
Anche Matjusenko era cresciuto nell’umile famiglia di un calzolaio e aveva studiato alla scuola parrocchiale del paese. Costretto presto a lavorare, fu operaio a Char’kov e scaricatore al porto di Odessa, fino a essere coscritto in marina, divenire quartiermaestro e essere assegnato alla corazzata Potëmkin. Come Soso, Matjusenko si avvicinò agli ambienti rivoluzionari e fu attivo all’interno di un comitato locale chiamato Centralka. Si legò ai socialdemocratici, pur tenendosi su posizioni più vicine ai socialrivoluzionari se non addirittura agli anarchici.
Matjusenko mostrò subito decisione e spietatezza e questi tratti del carattere risultarono decisivi in tutte le fasi della rivolta sulla nave, dalla lotta per acquisirne il controllo ai processi degli ufficiali, allo scontro con la flotta russa e ai tentativi di provocare la sollevazione generale.
Non a caso il suo slogan era stato: «Ci impiccavano con piacere, adesso li impicchiamo noi!». Sottolineando la capacità tattica di Matjusenko, il suo carisma tra gli insorti, la sua energia, Bascomb ricostruisce in modo dettagliato e avvincente le fasi dell’ammutinamento: si rincorrono così, con la forza dei fotogrammi di Ejzenstejn, le scene della rivolta, il rifiuto del rancio, la creazione del comitato degli insorti, l’uccisione del comandante Golikov e ancor prima del suo crudele vice, Giljarovskij, i funerali del commilitone Grigorij Vakulencuk a Odessa, le celebri scene di repressione nella città, il peregrinare per il Mar Nero della nave braccata, il confronto con la squadra dell’ammiraglio Krieger, fino alla resa e alla consegna della nave già in territorio romeno.
Accolto come emigrato politico in Romania, Matjusenko si recò poi in Svizzera dove nel luglio 1905 incontrò Lenin. Lo stesso anno, in dicembre, a Tammerfors (Tampere), Lenin vide Stalin. Non conosciamo nei dettagli quanto fu detto nella conversazione tra Lenin e il capo dell’ammutinamento, mentre sappiamo bene che Stalin contrastò Lenin riguardo alla partecipazione socialdemocratica alle elezioni della Duma. Certo Matjusenko, pur frequentando Lenin, Gor’kij e Savinkov, si mostrò indipendente dagli schieramenti partitici, guidato com’era dall’idea che la lotta si dovesse fondare sull’eliminazione fisica del nemico di classe. Tratto, questo, che lo avvicina alla matrice necaeviana del movimento terroristico rivoluzionario del XIX secolo, e per il quale la sua figura fu trattata criticamente dalla storiografia sovietica.
Diversi sono, naturalmente, gli epiloghi dei due libri. Da un lato, la rivoluzione vittoriosa e l’ascesa dello spietato rivoluzionario georgiano, dall’altro l’arresto di Matjusenko, rientrato in patria nel 1907 per continuare la sua attività rivoluzionaria, e infine l’impiccagione nella fortezza di Sebastopoli dopo aver lasciato un biglietto con le parole: «Sono fiero di morire per la verità, come si addice a un rivoluzionario».

Stefano Garzonio

Il Manifesto

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