La politica del disprezzo

Lo Stato e il partito durante il periodo fascista

di Andrea Possieri
Un’interpretazione storiografica d’uso comune, che si ritrova facilmente in ogni manuale scolastico, è solita rappresentare il fascismo come una forma di “totalitarismo imperfetto”. E cioè come un regime che, a dispetto dei suoi corrispettivi del periodo, il nazismo e lo stalinismo, si differenziava per almeno due motivi. Prima di tutto, per il ruolo svolto in Italia da due istituzioni, la corona e la Chiesa, che limitarono l’invasività coercitiva del regime sulla società italiana. In secondo luogo, per il diverso rapporto che si instaurò tra il partito e lo Stato. Mentre nella Germania nazista e nell’Unione Sovietica lo Stato venne infatti sottomesso al partito, il fascismo fece esattamente l’opposto:  ossia procedette a subordinare, anche formalmente, il partito unico allo Stato.  Se a queste affermazioni corrisponde un giudizio storiografico pressoché unanimemente condiviso, più complesse e discusse rimangono, invece, le modalità attraverso cui si sviluppò il rapporto tra lo Stato e il partito. Questo problema storico campeggia al centro dell’ultimo libro di Loreto Di Nucci, Lo Stato-partito del fascismo (Bologna, il Mulino, 2009, pagine 632, euro 40) che prende in esame tutto il periodo del fascismo monarchico, dalle origini del movimento dei Fasci al collasso del regime.
Basato su una vasta documentazione, il saggio analizza il rapporto tra lo Stato e il Pnf da un duplice angolo visuale, ovvero dalla prospettiva della meccanica istituzionale del regime da un lato e della costruzione identitaria della patria degli italiani dall’altro. Due piani d’indagine che, intersecandosi e sovrapponendosi, gettano una nuova luce sui rapporti, al tempo stesso conflittuali e simbiotici tra l’edificio statual-nazionale, di derivazione risorgimentale, e il nuovo soggetto politico scaturito da quel particolarissimo rimescolamento delle carte del gioco ideologico che fu la grande guerra.
Il Pnf, infatti, ebbe sicuramente un ruolo subalterno rispetto allo Stato, ma non così tanto, secondo Di Nucci, da essere sbrigativamente liquidato come una macchina propagandistica funzionale alla mobilitazione e alla raccolta del consenso.
Quello descritto dallo studioso è un rapporto dialettico e di interdipendenza, dal quale scaturisce uno “Stato-partito fascista”, che si caratterizzò per una relazione di “subordinazione” e di “compenetrazione” del partito allo Stato. Una tale simbiosi non fu tuttavia sufficiente a realizzare l’unità del regime, poiché, nel corso dell’intera vicenda storica del fascismo si registrò un costante dualismo tra organi dello Stato e organi del Pnf.
Non soltanto, dunque, la classica contrapposizione tra prefetti e federali, secondo il tradizionale schema interpretativo, ma anche un dualismo tra segretari generali e governo. Un dualismo che ebbe inizio sin dagli anni immediatamente successivi alla marcia su Roma, perdurò perfino durante la guerra e contribuì a generare, come scrive l’autore, una “duplicità di indirizzo nella politica interna” e quindi un vero e proprio “caos sistemico”.
Per far fronte a questo “caos sistemico” si prospettò, in un primo momento, di unificare la carica di segretario generale del Pnf con quella di sottosegretario all’Interno. Dopodiché, visto il “perdurare del parallelismo tra governo e partito”, si pensò addirittura di trasformare il segretario nazionale in un funzionario fuori ruolo del Viminale. In presenza di questi continui conflitti istituzionali non ci fu, come evidenzia Di Nucci, un intervento risolutore delle autorità centrali, ma, al contrario, si registrò “una forte oscillazione dei vertici nazionali tra istituzioni diverse”, prefetture e federazioni del Pnf. Contestualmente, continuò lo “zigzagare tra le diverse correnti, in lotta per il controllo del partito e delle amministrazioni locali”.
I contrasti tra Stato e partito oscillarono, infatti, dai conflitti di competenze a una vasta gamma di personalismi, dalla delegittimazione reciproca delle “due autorità” all’appoggio di una corrente politica avversaria, dall’antagonismo tra funzionari e rivoluzionari, cioè tra prefetti di carriera e fascisti, fino alle lotte fratricide tra camicie nere, ovvero tra prefetti politici e segretari di Federazione. Da questo punto di vista, la testimonianza di Tullio Cianetti è emblematica. Secondo il gerarca assisano esisteva, infatti, “un conflitto permanente tra il partito e il Governo” in cui “il partito considerava con aperto disprezzo i ministeri, mentre nelle province i prefetti vivevano in un continuo stato di preoccupata soggezione”.
Non fu certo un caso, dunque, come sottolinea Di Nucci, che Mussolini, come primo atto per la riorganizzazione dello Stato, nella Repubblica di Salò, cercò di eliminare il dualismo tra prefetti e federali creando appositamente il capo della provincia, che era insieme alla guida della prefettura e a capo della federazione e realizzava l’unità del comando politico con quello amministrativo.
Evidenziata questa prima dinamica a carattere dualistico, l’autore ne rileva un’altra, quella tra lo Stato-partito del fascismo e la “nazione nella sua interezza”. Come è stato scritto, infatti, il fascismo aveva reclamato per se stesso e per le proprie scelte politiche il “privilegio di rappresentare l’idea di nazione”. Insomma, la “patria fascista era obbligatoriamente la patria dei veri italiani”. Così, man mano che gli iscritti al partito e alle organizzazioni dipendenti diventavano sempre più numerosi, fino a superare i venti milioni, prendeva forma “l’entità partito-nazione”, a cui doveva corrispondere, secondo gli ideologues fascisti, “l’entità Stato-partito”. In una simile prospettiva era inevitabile, pertanto, che l’iscrizione al Pnf rappresentasse la “condizione della piena capacità giuridica di diritto pubblico del cittadino italiano”.
Questa contrapposizione tra regime e nazione rimanda, ineluttabilmente, a quella rappresentazione di lungo corso che vede contrapporsi, da sempre, nella storia “due Italie”, che variano al mutare delle epoche storiche. Queste due nazioni prendono forma, in questo caso, nella divisione tra coloro che appartenevano alla comunità fascista e che godevano pienamente dei diritti di cittadinanza, e coloro che invece non erano iscritti al Pnf ed erano considerati per questo dal regime come “antinazionali”, quando non addirittura “quinte colonne del nemico”. Una discriminazione che ebbe, di fatto, delle conseguenze anche sull’andamento del secondo conflitto mondiale e che certifica, infine, il fallimento di quel processo di nazionalizzazione totalitaria intrapreso dal regime.

L’Osservatore Romano

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