Intervista a Luciano Canfora

«Oriente, quel concetto è solo ideologico»

Vittorio Bonanni per “Liberazione
E’ “Orienti” il tema della sesta edizione del Festival internazionale della storia che da oggi prende il via a Gorizia fino a domenica prossima per iniziativa dell’associazione “èStoria” e a cura di Adriano e Federico Ossola. Un tema appassionante, vastissimo, che ha sempre suscitato nel mondo occidentale i sentimenti più svariati come fascino, paura, demonizzazione, attrazione, voglia di indagare o di immedesimarsi. Tanti gli storici e gli studiosi invitati, italiani e stranieri. Tra questi c’è anche Luciano Canfora. filologo classico, appunto storico, saggista, un intellettuale di levatura internazionale con il quale abbiamo cercato di dipanare questa matassa aggrovigliata che sta intorno al concetto di “Oriente”. 

Professor Canfora, difficile dare una definizione univoca di Oriente. Gli stessi organizzatori del Festival sostengono «l’impossibilità di pensare, individuare o circoscrivere un “Oriente” tout court». Che cosa ne pensa?
La domanda è curiosa. Si tratta di un concetto vago. E a rigore non c’è e non può esserci un atteggiamento unitario nei confronti dell’Oriente. Dal punto di vista geografico poi basta cambiare posizione e l’Oriente cambia. Per esempio la Grecia è stata considerata per tanto tempo Oriente. Però nello stesso tempo è considerata la culla dell’Occidente essendo quel paese la matrice della nostra cultura. La contraddizione appare dunque di immediata evidenza. Sono, quelli che usiamo, termini convenzionali che cambiano continuamente di valore. Tornando alla Grecia questa faceva parte dell’Impero turco fino a che non si liberò nei primi decenni dell’Ottocento. Dopo, comunque, la Turchia e l’Impero ottomano fino alla Prima guerra mondiale con la rivoluzione di Ataturk costituirono un problema, determinando la cosiddetta “questione d’Oriente”. L’Italia pensò di contribuire a risolverla con la forza quando nel 1912 aggredì la Libia, determinando peraltro una spinta non lieve verso la Prima guerra mondiale. La Libia è situata un po’ più a Occidente, e non di meno la si considerava, essendo parte dell’Impero ottomano, un pezzo dell’Oriente. Dopo di che Oriente è anche il Giappone che è il più occidentale dei paesi occidentali. Un paese iperoccidentale ma non soltanto da dopo la guerra. Già dalla seconda metà dell’Ottocento prese la Germania come modello, tanto che la cultura tedesca cominciò ad essere molto presente in Giappone. Werner Sombart, un grande sociologo tedesco, ha lasciato tutta la sua biblioteca all’Università di Tokyo e sta ancora tutta lì. Poi copiò il nazismo, e ancora l’America. Insomma il Giappone ha fatto suoi sempre modelli occidentali. Però a rigore, possiamo dire che il concetto di “Oriente” è inutile e tutto sommato vago. A conferma di questo basti pensare che i francesi hanno sempre considerato i tedeschi, soprattutto i prussiani, dei centro-orientali. Durante la contrapposizione Francia-Germania, con il secondo impero francese di Napoleone III da un lato e il cancellierato di Bismarck dall’altro, i tedeschi erano considerati l’avamposto dell’Oriente. Ma lo stesso cancelliere prussiano considerava se stesso un grande statista dell’Occidente che aveva buoni rapporti con un grande rappresentante del mondo orientale che era lo Zar. Ma se la geografia non ha cambiato natura, la stessa Russia è un pezzo dell’Europa ma nello stesso tempo un grande Stato orientale. 

Forse lo stesso concetto di Europa è generico non crede?
E’ senza capo né coda, non si capisce che cosa vuole dire Europa. La situazione della Russia è appunto la più complicata perché sta da una parte e dall’altra. Ma a rigore tutta l’area di consenso ed economicamente connessa alla Francia, e cioè il Nord Africa, dovrebbe essere parte integrante dell’Europa. Però non ne fa parte geograficamente. E si potrebbe continuare. La stessa Gran Bretagna ha una posizione ambigua. Certamente fa parte dell’Europa ma non ne è partecipe, non ha neanche la moneta e tutta la sua vita economica e politica e rivolta verso gli Stati Uniti. I quali dal canto loro sono il nostro Occidente. Non ci resta dunque che esortare le persone a guardare il mappamondo!

Confermando, come dicevamo prima, l’impossibilità di definire il concetto di “Oriente”….
Certamente. Questo concetto è solo un ritrovato ideologico.

Sia pure in parte quel concetto ci fa comunque venire in mente l’Islam, l’integralismo e questo dannato “scontro di civiltà” con il quale si è aperto questo millennio. Eppure gli arabi hanno contribuito non poco alla nascita della modernità. Che cosa è successo nel frattempo? E’ colpa della religione che ha sostituito le scomparse ideologie del Novecento se lì si è tornati indietro o c’è qualche altra cosa che ci sfugge?
Ideologie del Novecento? Mah. C’è stato un tentativo di penetrazione dell’Urss nel mondo arabo che è stato preceduto peraltro da un altro tentativo, soprattutto hitleriano, che ha guardato al mondo arabo soprattutto in funzione antinglese. Riuscendo ad ottenere dei risultati. Sia Nasser che Sadat erano gli uomini di Rommel in Egitto. Il futuro presidente egiziano infatti poi aprì le porte agli ufficiali nazisti in fuga e li integrò nell’esercito egiziano. In funzione, come lui pensava nella sua stupidità, antinglese e antimperialista. Il nazismo poi è finito e si è aperta negli anni Cinquanta l’era del socialismo arabo con l’ascesa al potere di Nasser. Se fino a quel momento Stalin e l’Urss si erano schierati in maniera chiarissima a favore di Israele, Krusciov si convinse invece che il futuro era nel socialismo arabo e che sostenendolo si poteva conquistare il Medio Oriente. Ma fece un enorme errore di calcolo perché poi da un lato fu costretto a guardare mentre i cosiddetti socialisti arabi facevano a pezzi i comunisti, a cominciare da quelli egiziani. Per poi ricevere il benservito quando Sadat, successore di Nasser, cambiò alleanze e si schierò con gli Stati Uniti. Tutto questo per dire che il socialismo arabo è stato un disastro. Ma la cosa più significativa è che quando il komeinismo è sorto e si è fatto avanti lo ha fatto in funzione antisovietica e anticomunista. E in nome della religione che è tuttora l’unica ideologia, nel caso iraniano, di un furbastro come Mahmud Ahmadinejad. Il quale ammanta di fanatismo religioso lo sforzo di contendere all’Occidente e ai russi le risorse del Medio Oriente. In tutto questo si è inserito un fattore che è difficile tenere a bada e cioè il famoso terrorismo. Una forma di lotta indiscriminata di fronte alla quale uno non può dire, non mi interessa. Perché c’è! 

Il contributo islamico alla modernità dunque si ferma ai tempi della dominazione per poi, per svariate ragioni, fermarsi e perdersi?
Parlare in generale non vale perché loro sono ovviamente divisi. Noi vediamo gli esponenti più in vista, quelli che comandano. Però, persino in Iran, paese sotto dittatura religiosa, ci sono infinite forze culturalmente avanzate che saprebbero mescolare in modo creativo la tradizione islamica con gli apporti esterni. Insomma non esistono culture separate perché il mondo dal XIX° secolo in avanti ha mescolato tutto e non esiste più la possibilità di connotare etnograficamente. Anche noi abbiamo una cultura che è contemporaneamente impregnata di istanze socialiste, tradizioni europee, americanismo. E per fortuna. E anche loro, in Oriente appunto, al di là dell’ideologia esteriore, hanno assimilato tantissimo dal mondo occidentale. 

Professore, cambiando discorso, lei questo pomeriggio a Gorizia sarà protagonista di un dibattito su Artemidoro, il più grande geografo di età ellenistica, e il ritrovamento di una sua presunta opera perduta. Ce ne può parlare?
Si tratta di un cosa di una importanza duplice. Da un lato culturale: viene fuori un testo sospetto, lo si studia e si scopre che è il lavoro di un grandissimo falsario ottocentesco che era riuscito a beffare mezzo mondo al tempo suo, cioè nella seconda metà dell’Ottocento. L’elemento inchiesta è divertente e riguarda le prove che portano all’attribuzione. Questo è il giallo. Però c’è un altro giallo che è molto più grave: perché, è questa la domanda, un grande mercante di oggetti d’arte che si chiama Simonian, di orgine armena e che sta ad Amburgo, è stato capace di gabellare questo pezzo come pezzo antico in sostanza ingannando fior di studiosi e per fortuna non riuscendo ad ingannare il museo egizio di Torino? Siamo dinanzi ad una operazione economica e a un prezzo favoloso, quasi tre milioni di euro, per un oggetto discutibile ed ormai chiaramente falso, che va, dal punto di vista della valutazione economica, al di là di qualunque compravendita economica mai avvenuta in questo campo. C’è da chiedersi come mai un mercante così forte e potente possa ingannare l’establishment accademico. Questa è la cosa che ha trasformato un fattarello culturale in un episodio di costume che ha coinvolto un colosso bancario come il San Paolo, l’allora ministro dei beni culturali Urbani e fior di studiosi. Il re di Spagna fu ben consigliato e si rifiutò di comprare questa roba salvandosi.

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Una Risposta to “Intervista a Luciano Canfora”

  1. Nichi Vendola su ilMattino | Sinistra Ecologia Libertà - la Sinistra in provincia di Benevento Says:

    […] Intervista a Luciano Canfora « Sottoosservazione's Blog […]

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