ORIANA È PIÙ VIVA CHE MORTA

Alessandro Gnocchi per “Il Giornale

Appassionata e puntigliosa fino allo sfinimento (dei suoi collaboratori). Sempre combattiva: la malattia non la distolse dalla scrittura se non quando le mancarono le forze. Perfezionista, dura ed esigente verso se stessa e il resto del mondo. Oriana Fallaci era così. I suoi redattori sanno cosa significasse assisterla. Capace di telefonare da New York quando in Italia era passata la mezzanotte, di fronte alle (deboli) rimostranze dell’assonnato pivello, concludeva così: «È l’una? Bene, è ancora presto, c’è tempo almeno per un paio d’ore di correzioni».

Cioè limare e levigare il testo fino a quando non fosse in grado di reggere la lettura ad alta voce eseguita in diretta dall’autrice stessa. Lo faceva regolarmente, anche alla fine, quando leggere le risultava difficile e doloroso.

Se al carattere deciso aggiungiamo un tocco di narcisismo (d’accordo, anche più di un tocco) e la giusta consapevolezza del proprio valore, risulta assai difficile credere che la Fallaci non abbia pianificato nel minimo dettaglio la sua dipartita dal mondo, avvenuta il 15 settembre 2006. Eppure la famiglia, su questo punto, si è spaccata.

Da una parte la sorella Paola Fallaci, dall’altra il nipote Edoardo Perazzi (figlio proprio di Paola, anche se lei lo chiama «ex figlio»). A Perazzi è toccata l’eredità universale, il che significa anche la gestione dei diritti d’autore e del materiale edito e inedito.

L’accusa di Paola, neanche troppo sfumata, è di aver tramato per ottenerla e di averla tradita con iniziative mancanti della approvazione di Oriana. Non entriamo nella disputa comunque accademica: non solo c’è un testamento a favore del nipote, ma si è trovato un accomodamento tra le parti per evitare strascichi.

Raccontiamo invece il limpido ritratto degli ultimi giorni della scrittrice tratteggiato da Edoardo in una bella intervista rilasciata a “Panorama”. (È firmata da Antonio Rossitto, accompagnata da un testo inedito molto divertente, oltre che da foto rare: il tutto nel numero oggi in edicola).

Nel giugno 2006, Oriana convocò il nipote a New York. «Mi diede disposizioni precisissime – racconta Perazzi al settimanale – la pubblicazione del romanzo inedito “Un cappello pieno di ciliegie”; quali libri rieditare; come gestire i rapporti con la casa editrice». Sulle sue carte, si sarà capito, Oriana non scherzava. Mai. Per questo, dice Perazzi, a Robert De Niro, che voleva liberamente trarre un film da “Un uomo”, rispose: «Va’ al diavolo, deficiente».

Che il romanzo postumo fosse destinato agli scaffali della libreria sebbene incompleto pare sicuro: era solita rileggerlo (sigaretta e champagne a portata di mano) a Paolo Klun, suo redattore Rizzoli negli Usa, anche negli anni in cui ne aveva sospeso la stesura per dedicarsi alla Trilogia. Nonostante il cancro, si alzava presto, scriveva, guardava i notiziari, telefonava a un numero ristretto di amici, moltiplicatisi per magia il giorno dopo la sua morte, tra cui «Vittorio Feltri, Sofia Loren e due giornaliste americane: Barbara Walters, della Abc, e Christiane Amanpour della Cnn».

Nell’estate 2006 la scrittrice ebbe un malore e fu necessario il ricovero. Tornato a New York, Perazzi fu accolto dalla Fallaci (che non ha mai osato chiamare «zia» per evitare rappresaglie verbali) con queste parole: «M’hanno messo in ospedale con un malato terminale, ‘sti stronzi». Poi il ritorno a Firenze, l’immediato ingresso in clinica e la prima richiesta al risveglio: «Va’ a comprare una bottiglia di champagne, festeggiamo il ritorno a casa». Invece a casa non tornerà più. Prima di morire dirà quest’ultima frase, presa in prestito dall’attrice Anna Magnani: «Com’è triste morire, dal momento che siamo nati».

Precisissime le istruzioni impartite per la sepoltura. Primo. «Se fai il funerale m’incazzo davvero». Secondo. Lapide a forma di libro con la scritta «Oriana Fallaci, scrittore». Terzo. Tomba accanto ai suoi genitori. Quarto. Colpo di fucile a salve come fosse una cerimonia militare. Quinto. Abbigliamento della salma: «Golfino di cashmere, gonna e giacca di tweed, spilletta degli ufficiali di Orazio Nelson appuntata sul risvolto, orologio degli incursori della Marina al polso».

Tutto eseguito a regola, tranne la fucilata, un po’ problematico ottenere il permesso. Grottesco? No, disarmante e commovente.

La vera eredità di Oriana Fallaci resta comunque la sua straordinaria opera. Un successo di vendite strepitoso. E un calcio negli stinchi (lei avrebbe usato un’altra parola) all’ipocrisia mascherata da buone maniere del mondo culturale italiano. Che per questo la disprezzava, senz’altro ricambiato.

Dalla “Lettera a un bambino mai nato” che trattando il tema dell’aborto fece infuriare molte femministe (a dire il vero, ne attrasse anche qualcuna) fino alle battaglie post 11 settembre, i libri di Oriana hanno sempre avuto l’effetto di spaccare in due l’opinione pubblica. Segno che erano vitali e nascevano dall’urgenza di comunicare qualcosa in modo onesto e intransigente. Non avendo il complesso di risultare antipatica, disse sempre ciò che pensava, facendo infuriare soprattutto i benpensanti di sinistra.

Prima con la Trilogia islamica. Poi, via via, quando assunse posizioni contro l’eutanasia nel caso di Terri Schiavo e contro il referendum abrogativo della legge sulla procreazione assistita. La goccia che fece traboccare il vaso fu la sua confessata ammirazione per Benedetto XVI. Pur restando, lei, atea fino in fondo anzi: anticlericale. A chi chiedeva lumi sugli orientamenti politici, rispondeva che destra e sinistra italiana le facevano entrambe schifo. Si considerava allieva di Alexis de Tocqueville, padre del liberalismo, e ammirava gli anarchici toscani.

La Fallaci però non voleva essere ricordata solo per le recenti polemiche: riteneva che la sua opera andasse vista nel complesso. E quindi aveva pianificato ristampe e nuove edizioni. Ma per carità, come raccomandò al nipote, niente commemorazioni soprattutto «niente convegni pallosi dove la gente parla a vanvera». Nel 2011 sarà prodotta una fiction sulla sua vita. Peccato non poterla fare commentare proprio alla protagonista…

L’INEDITO: NEL MIO UFFICIO NON VOGLIO SCARPE DA TENNIS
Da “Il Giornale

Dal memorandum datato 1989 (pubblicato dal settimanale Panorama nel numero in edicola oggi) che Oriana Fallaci compilò per i suoi collaboratori a New York.
«Per l’ufficio 
– L’ufficio deve essere aperto puntualissimamente alle 9 del mattino. […] 
– Non vi sono vacanze […] quindi se uno ha bisogno della vacanza non può assumere l’impegno di questo lavoro. Per vacanza intendo anche il giorno saltuario. 
– […] Niente richieste per recarsi dal dentista o dalla zia che ha la polmonite. […]

-Per l’impiegato o l’impiegata 
– Deve trattarsi di persona decorosa, bene educata, rispettosa, cortese, e in grado di scrivere senza errori in italiano e in inglese. […] 
– Deve essere sempre vestita in modo decoroso, dignitoso. Niente giovanotti e ragazzette vestite da pagliacci, niente scamiciati (magari puzzolenti come è successo) e con le scarpacce da tennis. […] 
– La persona non deve familiarizzare con altri uffici che, si sa, sono persone interessate a me o alla mia vita. […]»

Dagospia

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