CHIAMATE L’ESORCITA A PROPAGANDA FIDE, LA CONGREGAZIONE DA 9 MILIARDI DI EURO DI PATRIMONIO CHE DÀ IMMOBILI DI PREGIO AL CENTRO DI ROMA

Marco Damilano e Denise Pardo per “l’Espresso

Questa volta, si teme nelle sacre stanze del Pontefice, non basterà la Provvidenza. Bisognerà passare a qualcosa di più terreno, per esempio a un commissariamento per riportare sotto controllo l’allegra e disordinata, a esser buoni, gestione della Sacra Congregatio. Eppure era andata di lusso mica per poco, per quasi quattro secoli ad evangelizzare fino ai confini della Terra, con missioni, donazioni, patrimoni immobiliari, chiese, tutto era filato liscio come l’olio.

Poi, più che il diavolo, potè un Angelo. Nel senso di Balducci, presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, l’uomo capace di trascinare in uno scandalo intrecciato di sacro e di mondano, San Pietro e Salaria Sport Village, faccendieri e missionari, elemosine e conti segreti, tonache e grembiulini, nell’affaire Cricca, Protezione civile, Anemonegate e altre amene inchieste, quello che viene chiamato Oltretevere “l’unico ministero con portafoglio”.

Propaganda Fide, patrimonio stimato intorno ai 9 miliardi di euro, la sola congregazione vaticana con il privilegio di un bilancio autonomo dal controllo della Santa Sede. E che bilancio! Per anni, però, affidato a un consultore laico, il suddetto Balducci, battezzato da un ruolo davvero centrale per elargire, amministrare, far fruttare quel ben di Dio, altro che gentiluomo di Sua Santità, carica perlopiù utile per far prendere aria al vecchio frac.

Per capirci, il capo di Propaganda è detto il “papa rosso” perché non ha il papa sopra di lui. E Balducci, che oggi giace dietro le sbarre e scrive la sua memoria difensiva, mentre tutti i giornali titolano sul suo conto corrente allo Ior, era niente meno che il suo vicario. E così ci mancava anche la lista-memorandum di Diego Anemone, il molto servizievole imprenditore intimo e sodale di Balducci, finito in manette nell’inchiesta sugli appalti G8 e affini.

Una lista pasticciata con indirizzi, elenchi di case, affitti, vendite, ristrutturazioni, benefici e beneficiati, con nomi che c’entrano e nomi che non c’entrano, con lavori o favori, fatturati o neri, che ha trascinato Propaganda, proprietaria di alcuni stabili, dall’altare ai polveroni terra terra, dalle stelle divine della Cappella Sistina a quelle stelle che al Salaria Sport Village di proprietà di Anemone, la brasiliana Monica fa vedere a Guido Bertolaso con il suo celeste, a quanto pare, massaggio (di pura natura postural-cervicale, ha specificato serio il sottosegretario).

In effetti, un commissario avrebbe il suo daffare per riportare Propaganda Fide, una volta per tutte, nei ranghi dell’Apsa, l’amministrazione del patrimonio pontificio, estremo rimedio a cui pensa Benedetto XVI per arginare quello di cui tutta Roma parla. Il Vaticano finito, urbi et orbi soprattutto, nella gelatina di un sistema vischioso, dell’ordinario e intercettabile scambio di do ut des di una città corrotta.

Nel racconto, manca la grandiosità demoniaca dello scandalo dello Ior ai tempi di monsignor Paul Marcinkus. Non c’è traccia dell’entità sterminatrice del ponte dei frati neri. E nemmeno il terrorismo visionario dei Lupi grigi dell’attentato a papa Wojtyla per mano di Alì Agca. Nessun ingrediente del menù di avvelenamenti, segreti di Fatima, sepolture di boss della Magliana nell’ombra delle basiliche romane.

Dal banchiere di Dio, Roberto Calvi, a don Bancomat, Evaldo Biasini, prete, missionario e cassa continua di Anemone. Questa volta la Chiesa, “il potere senza potere, la realtà senza realtà” di cui scriveva Leonardo Sciascia, si fa mattone, piastrella, metro cubo, tramezzo, androne.

Materia, insomma, peggio, edilizia che accoglie ministri, sottosegretari, anchorman, gran commis, quella Capitale “porta a porta” ammanicata e impunita, quella fiesta mobile di “piaceri” e di servizi, segreti, deviati o no, così radicata da essere riuscita a fare un Tevere più stretto tra le due Rome, quella del Palazzo, quella del Cupolone. E di una Propaganda, un Condominio Fide.

Per esempio, che invidia, che beatitudine, chissà a chi è toccata la strepitosa terrazza sospesa verso San Pietro di via della Conciliazione 44. Qui, nel palazzo di Propaganda, l’ultimo prima del sacro Stato, il più vicino al colonnato, vivono l’ambasciatore croato presso l’ordine di Malta (e ci vorrebbe John Le Carrè), l’avvocato rotale Ettore Boschi, fortunato sposo di Giovanna Ralli e legale di Serena Grandi (e ci vorrebbe Ennio Flaiano), il venerando cardinale Tomko cecoslovacco, ex papa rosso (chiamate Dan Brown!) i portieri indossano la marsina, e sull’occhiello luccicano chiavi dorate, mica chiavi da qualunque portiere d’albergo a cinque stelle, macché, sono quelle di San Pietro cioè del Paradiso.

È quello che pensa di meritarsi Giancarlo Innocenzi, commissario dell’Agcom, quando torna a casa stremato dagli ordini perentori e di prima mattina del premier (“Caccia Michele Santoro, zittisci Serena Dandini”).

Quell’appartamento e quella terrazza sono il sigillo del suo potere, capace di sorpassare e di lasciarsi due palazzi più indietro persino l’attico della famiglia simbolo della politica romana, devota e papalina, i Rebecchini, surclassati da un trentino baciapile, dice lui, e si capisce, un attico del genere val bene una messa, no? Quale cornice migliore per ospiti d’onore e di gran rango? Il prefetto Giannni De Gennaro, per esempio. E soprattutto l’onore degli onori, Lui in persona, il Cavaliere che ogni volta rimane senza fiato alla vista del tramonto sul Cupolone.

Dall’altra parte del Tevere, un altro miracolato, chi se non Bruno Vespa che, per mesi, ha puntato l’ultimo piano di un palazzo di via Gregoriana, prima di riuscire a traslocare lui e il capo Dipartimento per gli Affari di Giustizia di via Arenula, il magistrato Augusta Iannini, al secolo sua moglie. Per forza, che poi non c’è pellegrinaggio o visita apostolica, fuso orario o notte in bianco, che lo fermi e non lo veda pio, le palpebre abbassate a intermittenza in una sorta di estatico raccoglimento in diretta.

Propaganda semina e poi raccoglie: tutte le manifestazioni religiose, in questi anni, dai viaggi papali fino al quarto centenario della nascita di San Giuseppe da Copertino, sono entrate nell’elenco Grandi eventi della Protezione civile. Nella lista di Anemone sono apparsi come affittuari del generoso ente conduttrici come Cesara Bonamici, grand commis come l’ex ragioniere generale dello Stato Andrea Monorchio, installati in edifici nelle strade pregiate del centro di Roma, a due passi dal quartier generale della Congregazione, piazza di Spagna, naturalmente.

Ma chi è riuscito nel colpo grosso è stato Pietro Lunardi che, all’epoca in cui era ministro delle Infrastrutture, si è accaparrato un intero palazzo di via dei Prefetti. Un affarone per l’uomo dei tunnel, capace di aprire un varco (data la specializzazione) in una tradizione secolare: Propaganda non molla (quasi) mai un intero stabile, perché il suo obiettivo è fare condominio. Fatto sta che lo straordinario evento ha il suggello del papa rosso in persona, il cardinale Crescenzio Sepe al tempo in cui guidava Propaganda, presente, udite, udite all’atto dell’acquisto.

È una Roma da marchese del Grillo. È una rappresentazione dell’equilibrismo fra poteri che si sostengono a vicenda, che padroneggiano reciprocamente informazioni riservate, i mille rivoli dei priviegi, le mille tentazioni della nomenklatura.

È proprio l’ambizioso Sepe, oggi cardinale di Napoli, a nominare Balducci consultore, ad avviare la gestione creativa del patrimonio e a dare il là a una poderosa campagna immobiliare nelle diocesi asiatiche, africane, perfino in Mongolia: chiese e cattedrali, da erigere in ogni angolo del globo. Fonda una scuola di formazione politica per giovani africani, docenti anche Giulio Tremonti e Francesco Cossiga, con il sogno favoloso di una Dc subsahariana, la Balena bianca del Continente nero.

Qui da noi, a dirigere le danze, ci sono i consultori: non solo Balducci, anche Francesco Silvano, uomo del Bambin Gesù e ciellino, e Pasquale De Lise, potente presidente del Tar Lazio. Nelle sede di piazza di Spagna, Sepe fantastica di un mega-museo: lo inaugurerà il papa per l’Immacolata concezione, il prossimo 8 dicembre. In corsa per aggiudicarsi gli effetti multimediali una società legata a Mario Maffucci, l’ex patron di Sanremo per conto della Rai, e quindi oggi meritato membro del Comitato per i 500 anni della Basilica di San Pietro per conto del ministro Bondi.

Tout se tient, anche canzonette e madonnine nell’incredibile mondo della Capitale. Sepe ora è a Napoli, ma gli altri dell’entourage continuano a frequentarsi, dietro ai separè. Il cardinale argentino Leonardo Sandri riceve nella rinomata pizzeria in viale Giulio Cesare, Napul’è, dove si incontrava con Balducci, prima della sua disavventura giudiziaria. Sfortunato, il prelato: dove c’è lui, per puro caso, prima o poi arrivano anche le manette.

Scattarono ai polsi anche del banchiere del Banco Provincial de La Plata Francisco Trusso, in epoca Menem, non certo un epigono di Mani Pulite. Sfortunatamente, il banchiere custodiva nei suoi depositi i soldi dell’arcidiocesi di Buenos Aires. Ancora più sfortunatamente, si era rifugiato in casa della sorella di Sandri, richiamato prontamente a Roma. Oltre a Sepe e Sandri, l’altro amico di Balducci è il cerimoniere pontificio Franco Camaldo.

Super-fotografato: accanto al papa nelle celebrazioni liturgiche e nelle feste della Capitale. Infaticabile organizzatore di serate riservate, in case private e salette appartate, per esempio l’esclusivo ristorante dell’ex istituto Paolo VI solo per ecclesiastici ma solo, solo su prenotazione, dove appare insieme all’amico padre Leonardo Sapienza, altro curiale amante dei misteri gaudiosi.

Un sistema in cui ora Ratzinger in persona vuole vederci chiaro. Per l’attuale papa rosso, l’indiano Ivan Dias che pure non è uno sprovveduto, un passato in segreteria di Stato a occuparsi di Urss, decifrare le mosse della Cricca è stato più complicato che interpretare le mosse del Kgb. Intanto si è messo a studiare la voluminosa rassegna stampa sull’incresciosa vicenda, in vista del probabile commissariamento. Ma, in Vaticano, vista la situazione, sono in molti a pensare che invece di un commissario, ci vorrebbe un esorcista. Non uno qualunque. Un esorcista coi fiocchi, almeno.

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