Metànoia e tradizione, per Vian sono la vera riforma di B-XVI

Intervista al direttore dell’Osservatore Romano

Andrea Monda per “Il Foglio

La parola chiave è “metànoia”, conversione, la prima parola di Cristo che risuona nel Vangelo di Marco. Per Gian Maria Vian tutta questa discussione sulla “riforma della chiesa” rischia di essere mal condotta se si inseguono facili stereotipi come invece non ha fatto Chesterton, il più brillante apologeta cattolico del Novecento, il quale afferma provocatoriamente che “il marchio della fede non è la tradizione: è la conversione. E’ il miracolo in virtù del quale gli uomini scoprono la verità nonostante la tradizione, e spesso troncando tutte le radici dell’umanità”.

Benedetto XVI non è un Papa tradizionalista ma un cristiano che lotta per il rinnovamento, spiega al Foglio il direttore dell’Osservatore Romano: “Tenere uniti conversione e tradizione, questo è il punto. La provocazione di Chesterton mi appare ben incarnata nella predicazione dell’attuale Pontefice che anche di recente ha invitato i cristiani a lottare contro il peccato, questo male radicale, questo “agente oscuro e nemico” verrebbe da dire, citando Montini”. Paolo VI è un passaggio obbligato e continuo nella riflessione di Vian, così come la cura filologica con cui soppesa le proprie parole e analizza quelle altrui. “Ecclesia semper reformanda è un’antica espressione che, vedo con sorpresa, viene trattata da Adriano Prosperi con sufficienza. Non capisco come si possa bollare questa espressione latina come apologetica, con l’intento evidente di squalificarla. Ma perché poi l’apologetica dovrebbe essere qualcosa di negativo? Non facciamo tutti apologetica? Anche Prosperi la fa. Tra l’altro mi colpisce la contrapposizione, apologetica, tra un Wojtyla-pastore e un Ratzinger-curiale. La dicotomia di Prosperi mi sembra del tutto infondata storicamente. Questo Papa è certo un intellettuale e un docente, cioè un uomo immerso nella storia, che fa da ponte tra i suoi maestri e i suoi allievi, che dà vitalità e imprime una direzione alla tradizione, con apertura verso il futuro. Il problema dell’apologetica è allora il fatto che l’unica non ammissibile sarebbe quella cattolica. Oggi anche nei seminari e nelle università pontificie il termine non c’è più, ma l’insegnamento della materia è rimasto sotto il nome di teologia fondamentale, particolarmente cara a Joseph Ratzinger, che spiega i fondamenti della fede alle donne e agli uomini del nostro tempo, che ‘rende ragione’, come vuole san Pietro, della speranza del cristiano”.

C’è qualcosa di intollerante in questo fastidio verso la spiegazione della fede, come se la chiesa possa e debba solo battersi il petto. “La secolarizzazione non è di per sé una realtà del tutto negativa” osserva Vian, “ma quando si associa a una certa intolleranza, per cui termini come ‘apologetica’ e ‘tradizione’ vengono visti con sospetto e banditi, allora non va più bene, vuol dire che le ‘religioni’ emerse nell’Ottocento (scientismo, positivismo e così via) hanno occupato tutto il campo e quelle tradizionali vengono espunte, chiuse nella ‘riserva’ dell’intimo e del privato. Sin dall’elezione il Papa lotta contro questa deriva che vuole cancellare Dio dall’orizzonte umano”.

Dopo la “pars destruens”, la “pars construens”: “Ecclesia semper reformanda è una verità che va presa sul serio, anche perché parla di quell’esigenza di un continuo rinnovamento che è una caratteristica a un tempo storica e metastorica, spirituale, della chiesa. Ed è in quest’ottica che si spiega anche il concetto di tradizione, così importante nel cattolicesimo e carissimo a Benedetto XVI. Tradizione, in greco ‘paràdosis’, significa ‘affidare’. Questo atto del consegnare si può fare solo se si ha fiducia nel futuro. Insomma, è un concetto dinamico, di apertura, che s’intreccia con quello di continuità”.

Il nodo quindi è l’interpretazione da applicare al Concilio
: una riforma nella continuità e non una rottura. “La chiesa è immersa nel flusso della storia, lo riconosce anche Prosperi, per cui la tradizione si rinnova sempre. Quando Benedetto XVI lo ha ricordato nel discorso alla curia del 2005, qualcuno ha arricciato il naso, non gradendo, ma le cose stanno così. Nel quadro di un progressivo declino culturale (sia all’interno che all’esterno del mondo cattolico) l’attuale Pontefice, che già nel 1973 aveva dedicato un libro al rapporto tra dogma e predicazione, tenacemente tiene vivi i fili di questa tradizione che si sviluppa. Non è un caso che sarà proprio il Papa a presiedere la beatificazione del cardinale Newman il prossimo settembre, contravvenendo a una prassi proprio da lui ripristinata in merito alle beatificazioni (a favore della collegialità nella chiesa!): Newman che parla di coscienza e di sviluppo del dogma”.

Un Papa teologo che beatifica un teologo. Ma a Vian non piace tanto questa definizione che considera riduttiva, quando non maliziosa. “Benedetto è senz’altro un Papa teologo, e per trovare un Pontefice del suo livello teologico bisogna forse risalire a Leone Magno, a metà del Quinto secolo. Ma è un Papa al tempo stesso pastore, forse proprio perché è stato un grande professore. Chi insegna è sempre pastore, altrimenti è solo un arido e algido contenitore di nozioni che non trasmette alcunché a nessuno”. E’ evidente fino nel timbro della voce che Vian si sta riferendo anche alla propria esperienza. E con lo stesso timbro legge una meditazione di Paolo VI, risalente al 1963, poche settimane dopo l’elezione, sulla solitudine del Papa: “Era già grande prima, ora è totale e tremenda. Dà le vertigini. Come una statua sopra una guglia; anzi una persona viva, quale io sono. Niente e nessuno mi è vicino. Devo stare da me, fare da me (…) La lucerna sopra il candelabro arde e si consuma da sola. Ma ha una funzione, quella di illuminare gli altri; tutti, se può”.

E’ bellissimo, secondo Vian,
il ritornare di Benedetto XVI su questa “mistica del papato”, insistendo che lui non è solo. “L’attuale pontificato è fortemente spirituale, per questo forse non è ben compreso da molti. Anche se il Papa ha detto più volte di non essere solo e ha spiegato che questo vale per tutti i credenti, resta il fatto che ogni Papa ha una sua solitudine costitutiva, come la definisce Montini, che è il peso della responsabilità. Paolo VI ha condotto in porto la più grande assemblea non della storia della chiesa, ma della storia dell’umanità. Mi sorprendo quando sento parlare di Vaticano III. Ma il II è veramente conosciuto? Abbiamo attinto tutto quello che c’era da attingere dall’evento ricchissimo del Concilio? Benedetto XVI, che pure sa di non essere mai solo, ha chiesto ai fedeli di pregare per lui ‘perché non indietreggi davanti ai lupi’. Una richiesta che rivela a un tempo il senso di una inevitabile solitudine ma anche il contrario. Lui sa che c’è un popolo attorno a lui, nella comunione dei santi. E a Malta, Torino e in Portogallo si è visto questo popolo”.

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