Shoah, quei treni si potevano fermare?

Paolo Sorbi per “Avvenire

«È un errore supporre che il problema di evitare un’altra guerra non solo europea ma, con ogni probabilità mondiale, dipenda, per la maggior parte, dalla risposta che Hitler ha indirizzato alle potenze di Locarno. Bisogna, io credo, fermare ora la valanga!» Così Winston Churchill sull’Evening Standard del 3 aprile 1936. Come sappiamo le potenze democratiche fecero orecchie da mercante. Continuarono inutili conversazioni col tiranno tedesco e pochi anni dopo scoppiò la tremenda Seconda guerra mondiale. Se non inquadriamo “l’abbandono ebraico” in questo scenario di politica internazionale di metà, fine degli anni Trenta non possiamo intendere perché poi nessuno poté più salvare l’ebraismo europeo. Allora, nell’inizio del ’36, con una decisione di attacco alla Germania nazista, sarebbe stato possibile. Ma questo non ci fu.

L’impossibilità di agire durante la guerra, mentre si doveva agire prima, lo sottolinea correttamente Claude Lanzmann, attuale direttore di Temps Modernes e grande regista di Shoah, in un lungo servizio uscito di recente sul Nouvel Observateur. Le democrazie furono culturalmente innanzitutto, e poi anche politicamente, “bloccate” dall’insidiosa tattica hitleriana, accettarono la linea delle continue mediazioni con Hitler dell’allora primo ministro inglese Chamberlain. Anche perché, ribadisce sempre Lanzmann, la percezione dell’importanza culturale e spirituale dell’Ebraismo nella millenaria storia europea non era affatto centrale nell’opinione diffusa degli europei, sia nelle élites che nelle popolazioni. 

I leader politici pensarono che il gruppo dirigente nazionalsocialista fosse ancora, come si diceva nelle Cancellerie europee, “sotto controllo”. E invece… come mai si previde così poco? Le società democratiche, in tutto il decennio degli anni Trenta, dimostrarono forti incapacità di comprendere la natura nuova e “ipermodernizzante” dei regimi totalitari di massa. Esse erano a pensare secondo categorie di pragmatismo e conflitti nazionali. Spesso le loro élite pensavano che i conflitti, anche aspri, non evolvessero mai in guerra totale. I cambiamenti nelle élite democratiche degli anni Trenta furono intrapresi sotto la luce di drammatiche esperienze. Ci fu certamente chi andò controcorrente. Chi elaborò, presagi lucidi e preventivi. Furono quei diplomatici polacchi, come Jan Karski, quei giornalisti inglesi e americani che lavoravano in Germania. Essi documentarono, con dispacci diplomatici, articoli, cinegiornali e così via, il tremendo processo di nazificazione popolare che emergeva nella vita quotidiana, stravolgendo qualsivoglia norma di garanzia giuridica individuale. 

Il leader che incarnò meglio questo atteggiamento diffidente verso i totalitarismi ascendenti, fu Winston Churchill. La guerra, nei primi anni, vide l’avanzata dei tedeschi in tutta Europa e la stessa Palestina, secondo molte organizzazioni sioniste, sarebbe stata occupata dalle forze naziste. Le comunità ebraiche, in terra d’Israele, erano ossessionate, letteralmente, dal pericolo incombente e i funzionari dell’Agenzia Ebraica, pur ricevendo le terribili notizie delle persecuzioni che gli ebrei europei subivano, pensavano ci fossero margini ristrettissimi per la loro stessa salvezza in terra d’Israele. Tantissime, allarmanti informazioni arrivavano dalla Polonia, dall’Ungheria, da tutti i Paesi dell’Est europeo. Ma erano attendibili? 

Oramai ben sappiamo da una sterminata letteratura storiografica, che tutte le leadership europee sapevano e che hanno cercato, per quel fu che possibile, di agire e di mobilitarsi a favore dei perseguitati al contrario di molta storiografia attuale che cerca sempre di trovare opportunisni che io ritengo inesistenti. C’è una grande trappola in cui non si deve cadere nel dibattito su come si organizzò la salvezza possibile degli ebrei europei: le tentazioni del senno di poi. È molto facile distribuire premi o punizioni, dare giudizi di assenteismo e di atteggiamenti ignobili. Tutto ciò rimane astratto e specialmente non affronta il fenomeno macroscopico del totalitarismo nazista. Fenomeno inedito da tutti i punti di vista nella storia dell’Occidente.

Ci sono anche altri drammatici motivi, diciamo così, più “endogeni” dell’impressionante incapacità di capire quello che avveniva sotto gli occhi dell’opinione pubblica, anche ebraica, in tutta Europa e negli Stati Uniti. I dirigenti delle organizzazioni ebraiche, laiche e religiose, tardarono enormemente a comprendere che non si trattava delle classiche persecuzioni e di terribili pogrom. Si trattò di una forte incapacità di immaginazione politica e di limiti atavici in “atti di fiducia” verso le maggioranze sociali europee che tradizionalmente avevano portato le minoranze ebraiche a sopportare persecuzioni, ma a vedere nel futuro la continuità delle convivenza nei territori europei. Qui si trattava di ben altro. Le dinamiche della “psicologia del politico” ci spiegano bene come si realizzò un drammatico processo di rimozione politica in tanti leader di origine ebraica. Non si “volle” accettare, pena immenso dolore non gestibile, una sindrome caratteristica di quei tempi terribili di ferro e di fuoco: voler indulgere in illusioni di speranza e chiudere gli occhi di fronte all’emergente verità troppo straziante: il progetto di annientamento generale delle minoranze ebraiche.

La maligna natura del nazismo fu al di là, ripeto, della comprensione culturale delle leadership sioniste o comunque legate alla cultura ebraica. Il fenomeno fu anche di tante altre istituzioni laiche e religiose, come ad esempio la Croce Rossa Internazionale. Anch’essa cercò di aiutare e di intervenire: molte volte vinse contro le rappresaglie dei nazisti, tante altre non poté far quasi niente, pur sapendo ben presto quasi tutto dell’annientamento degli ebrei.

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