Una vita per il medioevo latino

di Francesco Santi per “L’Osservatore Romano
Università di Cassino
La mattina di venerdì 21 maggio, a Firenze, nella sede della Certosa del Galluzzo, Claudio Leonardi ha aperto come tante altre volte la riunione del Comitato dei Garanti della Fondazione Ezio Franceschini; ha condotto la riunione con la consueta lucidità, e la solita prontezza a lanciare e ad accogliere nuove idee. Dopo il pranzo ha salutato gli amici, è tornato a casa, e nell’atrio della sua casa, con la fermezza e la calma dell’uomo vissuto nello Spirito, si è piegato per morire, all’improvviso, lavorando sino alla fine, come Beda descritto da Cuthbert. “Magister dilecte, restat adhuc una sententia non descripta”. At ille dixit:  “Scribe”. Et post modicum dixit puer:  “Modo descripta est”. At ille “Bene – inquit – consummatum est”.
Leonardi ha dato allo studio della letteratura latina del medioevo un impulso straordinario. Era nato il 17 aprile del 1926 a Sacco di Rovereto e si era laureato con Ezio Franceschini all’Università Cattolica del Sacro Cuore; aveva poi studiato con Gianfranco Contini a Friburgo e aveva lavorato come scriptor nella Biblioteca Apostolica Vaticana. A Roma aveva costruito un sodalizio intellettuale con Gustavo Vinay, ereditandone la direzione di “Studi Medievali” (tenuta dal 1970 al 2002). Aveva cominciato ad insegnare nell’università relativamente tardi, nel 1968:  a Lecce, Perugia, Siena (nella sede di Arezzo) e infine a Firenze, lasciando in ogni luogo una traccia.
 Leonardi obiettivamente ha cambiato la condizione dei nostri studi inventando “Medioevo Latino”, il grande repertorio dedicato agli autori e ai testi medievali, per il quale Leonardi cominciò a pensare a quello a cui nessuno trent’anni fa prevedeva, ossia che le nuove tecnologie avrebbero cambiato il volto dell’erudizione. L’erudizione è necessaria perché ci mette in condizioni di arrivare alle fonti, ma per affrontare le fonti bisogna riconoscervi un senso. Con queste idee creò due grandi istituti, la Sismel (Società internazionale per lo studio del medioevo latino) e la Fondazione Ezio Franceschini, che pubblicano oggi un libro alla settimana e che amministrano banche dati con centinaia di migliaia di informazioni, distribuendole alle università di tutto il mondo.
La storia ha senso. Questo ci ha insegnato Claudio Leonardi. Questa idea ha un versante teologico e spirituale, che era maturato in lui dall’intesa intellettuale e nell’amicizia fortissima con don Gianni Baget Bozzo, e che lo rendeva sicuro del fatto che la storia era attratta da Dio, che in Dio sarebbe tornata e che Dio si era fatto uomo perché l’uomo fosse fatto Dio, secondo l’insegnamento di Ireneo da Lione, che sempre ricordava.
Gregorio Magno, Beda, Eginardo che racconta il vero volto di Carlo Magno, Gregorio vii e Anselmo di Canterbury, Francesco d’Assisi, Bonaventura, Angela da Foligno e le mistiche del secolo xiii, Caterina da Siena, Gerolamo Savonarola, Tommaso Moro sono gli autori che ha letto e amato di più, i costruttori delle grandi figure poetiche e spirituali su cui il mondo si poggia. In qualche caso, come per le mistiche e per la letteratura agiografica, egli ha inaugurato un’attenzione per testi che erano trascurati nella comunità scientifica.
La sua ultima opera è stata la Letteratura francescana accolta dalla Fondazione Lorenzo Valla nella Collana degli Scrittori Greci e Latini. Nel primo volume si legge un’introduzione e un commento agli scritti di Francesco e di Chiara d’Assisi tutta contro corrente, ma difficile da respingere da chi voglia davvero capire quei testi, che possono essere compresi solo in relazione all’idea di fondo che Francesco non si spiega se non con la mistica. Aveva appena finito il lavoro su Bonaventura di cui volentieri faceva circolare i suoi dattiloscritti tra noi, ascoltando ogni suggerimento, magari in lunghissime telefonate, e pure di Bonaventura aveva ricostruito la mistica, connettendo l’opera della predicazione ad un atto intratrinitario:  “Come il Padre ha mandato me, io mando voi”.
Claudio Leonardi era membro di molte istituzioni scientifiche. Aveva molte relazioni e tantissimi in tutto il mondo ricorderanno la sua intelligenza e i suoi modi gentili e accoglienti, ma tutti questi rapporti non interrompevano affatto il ritmo del suo lavoro e del lavoro che dirigeva in Certosa. Aveva in questo una forza incredibile:  era capace di impegnarsi in serie di riunioni successive e spostarsi da una parte all’altra del Paese e a volte d’Europa. E non ha mai smesso di studiare.
Negli ultimi mesi della sua vita, sebbene una malattia lo affaticasse, voleva e riusciva a mantenere lo stesso ritmo, anche se tutti intorno a lui cercavano di convincerlo a rallentare un poco. Era un vero intellettuale, perché formulava domande e cercava risposte nelle idee (che vedeva “piene di fatti”):  quando tornammo da Monaco con le casse di libri donate dai “Monumenta Germaniae Historica” per sostenere la nascita della Biblioteca di Cultura Mediolatina della Certosa del Galluzzo, lui scaricava quelle casse con noi.
Era un maestro diligente e affettuoso:  era capace di fare lezioni bellissime e si lasciava scoprire a imparare anche di fronte a un giovane allievo; leggeva i dattiloscritti dei nostri lavori con cura e non perdeva la pazienza quando dopo due giorni dalla consegna della prima copia gli davamo dello stesso testo una seconda redazione, appena un po’ diversa, che lo costringeva a rileggere daccapo.
Correggeva sempre in maniera costruttiva e non disprezzava le sperimentazioni, lasciandoci correre i nostri rischi e anzi suggerendoci di correrne, perché il coraggio e la libertà sono il cuore della ricerca (“Quando nessuno è d’accordo con te puoi cominciare a pensare che l’idea è buona”; “Quando hai pensato una cosa, pensa la possibilità del suo contrario”). Ci coinvolgeva volentieri nelle sue tante imprese, stando attento a non trascurare nessuno, e quando partecipavamo insieme a qualche convegno stavamo per ore a discutere; ci trovavamo spesso in situazioni in cui praticamente nessuno era d’accordo con noi, ma eravamo pronti ad affrontare tutti e ci divertivamo moltissimo nel fare il nostro lavoro.
Era assolutamente laico nel lavoro storico e filologico, di cui conosceva le procedure come pochi studiosi. Su questo andrà misurato e ci sarà tempo per farlo. Io però lo conoscevo da trent’anni, da tanto tempo quasi tutti i giorni ci sentivamo per qualcosa ed ora tutto sembra impossibile. Oggi non posso non ricordare quello che mi disse quando l’estate scorsa gli telefonai in clinica, nella sua Rovereto, dove era ricoverato per un ictus e temevamo per la sua vita:  “Come sta?”. “Sto bene. Ricordati Francesco:  tieni sempre il capo sul seno della vergine Maria, e ti troverai sempre bene”.

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