Ferrara: L’appellismo è l’ultima malattia dei «bravi ragazzi» consigliati da cattivi maestri

Giuliano Ferrara per “Panorama”

Si fa presto a dire «appello». Nasce in tempi moderni come estrema risorsa della razionalità umanitaria che invoca e accusa. Con Emile Zola, è un canto repubblicano. È il costituirsi in partito dell’opinione pubblica, la decisione di far sapere con toni alti e forti che cosa pensa il paese reale. Poi, a Novecento inoltrato, sarà il santo manipolatore comunista Willy Münzenberg – grande organizzatore di cultura e di gride intellettuali sostenute dal Comintern, poi trovato morto ammazzato dai sicari di Baffone in un bosco dell’Île-de-France – a fare degli appelli politici e civili la malattia di un’epoca, lo stalinismo, che contagiò il meglio e il peggio dell’intellettualità europea, anche in Occidente.

Anche la generazione degli anni Sessanta abbondava in appellistica, specie per battere gli americani che combattevano in Vietnam, ma, se non proprio con giudizio, si agiva almeno con un qualche ritegno. Negli anni Settanta, ricordo, gli appelli migliori servirono a fare argine al delirio terroristico, a mostrare una falsa compattezza civile davanti alle P38 e alle «risoluzioni della direzione strategica delle Br», distribuite come un programma di sala davanti alle fabbriche Fiat e Pirelli; quelli peggiori, tipo Bologna ’77, servivano a legittimare la sovversione creativa e diciannovista che cercava di mangiarsi la democrazia dei partiti popolari incatenata al famoso compromesso storico. Adesso, con il web e la sua benedizione dell’immediato, l’appellite o appellosi in tempo reale produce un effetto di saturazione patologica e di palloccoloso in tutto travolgente.

Roberto Saviano, lo scrittore di Gomorra, è stato letteralmente sussunto dagli appelli, almeno due a settimana, che gli sono stati proposti e che lui ha ingenuamente imbracciato. E da ultimo due simpatici furbetti del quartierino editoriale di sinistra (ma todos caballeros e niente polemiche avventate) hanno proposto alla firma un appello alla delazione telefonica sistematica, mediante intercettazioni, che per un momento ha fatto sembrare l’opposizione un regime, e il governo un’agenzia libertaria.

Scherzo, naturalmente. A ciascuno il suo, regime e libertarismo. Sono da sempre convinto che alla fine le intercettazioni resteranno, perché in un Paese di mafia e camorra è dura privarsi di un mezzo emergenziale, anche se tendenzialmente esposto a usi barbarici (sopra tutto in una società ciarliera come quella italiana: «Italians love talking» avvertivano le inchieste di marketing all’epoca del lancio dei telefonini, che da noi hanno raggiunto le vette del venduto battendo record mondiali). Ma l’appello dei dotti, no, quello non vale la candela, non ha senso mettere la toga ai letterati, difendere il giornalismo intendendolo come la losca portineria che è diventato con il cattivo uso delle intercettazioni. Pepe Laterza e Stefano Mauri sono goodfellas, ma anche i bravi ragazzi talvolta ascoltano cattivi consiglieri, e si adeguano a qualche brutta e pigra abitudine della società civile senza stare tanto a pensarci su.

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