“Intrigo internazionale”, l’indicibile dell’Italia

Un libro-intervista di Giovanni Fasanella e Rosario Priore sui grandi misteri del nostro Paese. Per raccontare quelle “verità” che non è mai stato possibile provare sul piano giudiziario

Silvana Mazzocchi per “La Repubblica

In Italia i misteri non finiscono mai. E, delle stragi che insanguinarono il nostro paese  dal 1969 in poi,  della strategia della tensione, del terrorismo che, con l’assassinio di Aldo Moro, toccò il suo acme per poi discendere senza mai  esaurirsi,  conosciamo esclusivamente “le ovvietà”. Perché la verità giudiziaria è stata necessariamente parziale e i processi hanno colpito quasi sempre solo la manovalanza, senza mai arrivare alle complicità “interne e straniere”. E’ l’amara analisi da cui parte Intrigo internazionale, firmato da Giovanni Fasanella,  giornalista-scrittore che più volte ha raccontato quelle buie stagioni, e il magistrato Rosario Priore che, per decenni, ha seguito le inchieste collegate ai più importanti episodi eversivi: dall’eccidio di via Fani all’attentato a papa Giovanni Paolo II, alla strage di Ustica.

Intrigo internazionale è un libro-intervista, (né un’inchiesta, né un saggio, ma piuttosto una sorta di “risarcimento” alla ricostruzione dei fatti) ed è l’occasione per mettere nero su bianco tutte quelle verità “indicibili” che Rosario Priore ha accumulato negli anni. “Verità che, pur intuendole, intravedendole o addirittura a volte vedendole chiaramente, non potevano essere provate sul piano giudiziario”.  

E’ qui la chiave dei tanti misteri d’Italia: la verità che riguarda quegli anni tormentati è rimasta nascosta dietro le prove parziali. Ma adesso, per la prima volta, Priore prova a dire “quell’indicibile” e a risalire alle ragioni che lo hanno determinato. Ai tanti depistaggi, condizionamenti, pressioni, informazioni negate, testimoni scomparsi contro cui, sempre, si sono scontrati i magistrati chiamati a indagare. Per rileggere gli avvenimenti Priore sposa l’analisi di Giovanni Pellegrino, per molti anni Presidente delle Commissioni parlamentari su Moro e sulle stragi, che puntava il dito soprattutto sulla “guerra fredda” e sullo scontro Usa-Urss che all’epoca condizionava il mondo. E, guardando al ruolo del nostro paese in quello scenario internazionale, incalzato da Fasanella, allarga lo sguardo alle “guerre sporche” combattute dall’asse franco-inglese contro l’Italia per l’egemonia del Meditteraneo. Ed evoca paesi come la Cecoslavacchia di allora o la Germania dell’Est in balia della Stasi fino alla caduta del Muro, per ipotizzare il ruolo che probabilmente hanno giocato nello sviluppo della lotta armata in casa nostra, come azione di disturbo contro un Pci reo di aver simpatizzato con la Primavera di Praga e di essere troppo riformista. E lo stesso contesto di “guerra mediterranea” sarebbe stato l’elemento condizionatore della strage nel cielo di Ustica e  di quella alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. 

Dal ’69 l’Italia è stata ferita dalle stragi e dal terrorismo. Perché proprio nel nostro Paese questa guerra?
F: Perché  la crisi del delicato equilibrio politico su cui si era retto il nostro sistema fino a quel momento diede corpo alle paure reciproche di destra e sinistra, generando un clima di tensione e di violenza. Su quel clima interno agirono gli interessi di alcuni Stati europei, in contrasto con la posizione di forte influenza che l’Italia aveva conquistato nell’area del Mediterraneo grazie ai buoni rapporti con i paesi arabi produttori di petrolio.

P: Potrei rispondere con frase detta da un grand commis della Repubblica francese a una giornalista italiana che qualche anno fa, gli fece l’analoga domanda: “Perché il terrorismo in Italia?”. Rispose: “Perché no?”. E spiegò: “L’Italia è una democrazia. Se fosse un regime comunista, come l’Urss, non conoscerebbe il terrorismo. Anzi l’Italia è una democrazia “molle”. E, in quanto tale, è anche un sistema di lusso per il tempo di pace”.  Io aggiungo che l’Italia è un Paese a democrazia giovane, e quindi debole, instabile, che si può far cadere anche con forti, prolungate campagne di terrorismo. All’epoca era (e probabilmente lo è tuttora), il gran malato d’Europa. Non era, insomma, né la Gran Bretagna né la Francia (democrazie di antica data), né la Germania, uno Stato forte che poteva ben resistere all’attacco di un centinaio di terroristi.

In Europa, altri Paesi hanno vissuto gli anni del terrorismo. Ma solo in Italia non si è mai definitivamente esaurito. Perché?
F: Il terorrismo aveva radici così profonde nella storia, nella realtà sociale e nella cultura politica del nostro Paese, che non si è mai riusciti a estirparle del tutto. E, in parte, sono attive ancora oggi, nonostante sia cambiato il quadro geopolitico internazionale. Per questo il terrorismo, da noi, tende continuamente a riprodursi. 

P: De Gaulle chiamò il ’68 i cinque minuti della ricreazione; dopo si ritorna in classe e si riprendono gli studi e la vita normale. In Italia il fenomeno era molto più esteso e poi attorno a un nucleo, già di per sé numeroso di militanti di lotta armata, vi erano più bacini di supporto, di protezione, di simpatia, di un tal favore nei confronti di quelle organizzazioni armate da far dire ad alcuni dei miei colleghi e a noi che stavamo per assumere incarichi nelle inchieste contro il terrorismo: “Aspettate prima di schierarvi; vediamo chi vince!”. Questa era l’altra grande anomalia del nostro Paese.

Quali misteri restano oltre le verità giudiziarie, necessariamente parziali?
F: Le zone d’ombra riguardano la cosiddetta “area della contiguità” che fiancheggiava le organizzazioni armate, le alleanze politico-culturali e “i patti col diavolo” da esse stipulati: insomma, i contesti, interni e internazionali, con cui il terrorismo ha interagito.

P: Non sono  pochi. La verità giudiziaria ha ambiti ristretti, limiti insuperabili. Quando non devianti, come è capitato più volte. Del caso Moro, ad esempio, sappiamo con sicurezza quasi solo le ovvietà. Non sappiamo i luoghi delle prigioni, non sappiamo chi lo interrogò, non conosciamo i canali dei messaggi, di andata e di ritorno, da Moro al mondo esterno e viceversa. Non sappiamo quale fosse il livello superiore alla Direzione Strategica delle Br; non ci è stato mai rivelato quali fossero i molteplici canali delle trattative. Senza parlare delle stragi, atti in esecuzione di politiche destabilizzanti, se non di guerra vera e propria, contro il nostro Paese, decise sicuramente non nel cortile di casa né in covi di periferia, bensì in capitali anche di Paesi amici.

Giovanni Fasanella, Rosario Priore
Intrigo internazionale
Chiarelettere
Pag 194, euro 14

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