Il fantasma di Chessex

Anticipiamo l’introduzione del romanzo in uscita da Fazi con il titolo «L’orco». Una sola parola scelta dall’autore svizzero per alludere al tragico destino che unì la sua vita a quella del suo personaggio

Tommaso Pincio per “Il Manifesto

Questa è una storia di fantasmi. Più esattamente è la storia di un uomo e del suo fantasma. È dunque opportuno introdurla dalla fine, dalla suprema e inappellabile fine che attende ognuno di noi: la morte. È sera ed è autunno. Sono passate da poco le sette di un venerdì sera di ottobre. Ci troviamo in una sala della biblioteca pubblica di Yverdon-les-Bain, nel cuore del Canton Vaud. Fuori è di certo buio, forse pioviggina. Dal lago di Neuchâtel, sul quale la cittadina si affaccia, giunge un’aria frizzante e carica di odori. Per contro, la sala è calda e luminosa. Lo scrittore Jacques Chessex si siede davanti a un’assemblea di circa quaranta persone, accanto a lui ha già preso posto il regista teatrale che di recente ha messo in scena un adattamento da La confession du pasteur Burg. All’epoca della pubblicazione – stiamo parlando del lontano 1967 – questo racconto suscitò non poco scalpore nella Svizzera romanda. Non avrebbe potuto essere altrimenti, essendo centrato sulla scabrosa quanto tragica vicenda di un intransigente pastore di anime che a dispetto di una fede austera incespica nella passione amorosa per una catecumena. Ma sono passati più di quattro decenni da allora, il tempo ha cancellato lo scandalo, per cui il dibattito procede placido, senza scossoni.

Dopo il caso Roman Polanski
Il pubblico ascolta composto, in silenzio. Nessuno immagina quel che sta per accadere. Perché sta per accadere qualcosa. Giunto il fatidico momento delle domande, un uomo si alza. È sulla cinquantina, brizzolato. Si presenta come medico di base e padre di famiglia. In effetti, non ha domande da porre. Gli preme soltanto esprimere con una certa veemenza il proprio biasimo per la recente presa di posizione di Chessex a favore del regista Roman Polanski. A suo modo di vedere è una vergogna che un intellettuale si dichiari solidale con uno stupratore di minorenni. Detto ciò si avvia all’uscita. Jacques Chessex tenta di fermarlo, gli chiede di attendere un attimo, giusto il tempo di ascoltare la sua replica. L’improvvisato inquisitore però si è già dileguato e a Chessex non resta altro che spiegare le proprie ragioni alle persone rimaste, e mentre lo fa, è colto da un malore. Si accascia sul tavolo e muore.
Molto tempo addietro, nel 1973, Jacques Chessex aveva pubblicato un romanzo sulla tragica parabola di un insegnante quasi quarantenne che cerca vanamente scampo dall’oppressiva influenza di una figura a dir poco ingombrante. Il titolo era tutto un programma: con una sola parola restituiva la dimensione ancestrale delle paure che attanagliano l’infelice protagonista, L’orco. In effetti, il titolo conteneva, però, anche un riferimento concreto. Sopra la fontana di una delle piazze più antiche di Berna si erge infatti la statua di un orco intento a divorare bambini. Un infante nudo è già per metà sparito nelle sue fauci, altri attendono la stessa tremenda fine in una sacca che il mostro porta a tracolla. Circolano varie spiegazioni circa il significato dell’inconsueto arredo urbano. C’è chi sostiene si tratti di una libera rappresentazione del dio Crono; chi vi vede allusioni all’infame accusa del sangue che nei secoli andati veniva rivolta agli ebrei. La meno fantasiosa e probabilmente più veritiera è che sia una maschera carnascialesca concepita per incutere spavento ai bambini disobbedienti. Ed è proprio in quest’ultima accezione che la statua compare in uno dei momenti chiave del romanzo, diventando il terribile emblema dell’inferno in cui annaspa e affonda il protagonista. Perché malgrado i suoi trentotto anni, Jean Calmet è un bambino disobbediente e spaventato. Cosa concretamente abbia fatto di male o sbagliato non importa. Se davvero si sia macchiato di una colpa è anch’esso un fatto irrilevante. Ciò che conta è che si senta «disperatamente colpevole».

Rimandi autobiografici
Per sentirsi così, a Jean Calmet basta essere l’individuo che è. Per esempio, nell’ordinata società che lo circonda, chi ha sua età è già sposato o perlomeno fidanzato. Tutti hanno messo su famiglia o sono sulla buona strada per farlo. Lui divaga, perde tempo, si smarrisce in pensieri neri o, nella migliore delle ipotesi, vaghi. All’apparenza, è un onesto cittadino come tanti, un professore di liceo, una brava persona. Nell’intimo, si domanda però cosa ci faccia in mezzo a tutta questa gente. Nell’intimo, è innamorato di una ragazza che ha la metà dei suoi anni e la contende a un suo alunno. Ciò basterebbe e avanzerebbe, ma a farlo sentire ancora più indegno e reietto si aggiunge l’infamia di non poter consumare una relazione che, seppure avvertita come ingiusta, considera come l’unica via di fuga, la sola a portata a mano.
Lo schiacciante sentimento di indegnità di cui è prigioniero lo porta a sentirsi sotto processo, costantemente esposto al rimprovero o al biasimo di qualcuno, se non dell’intera comunità. Ovunque Jean Calmet vede giudici, castigatori, censori. A puntargli il dito contro può essere chiunque, il preside, gli allievi, un semplice passante, ma tutti costoro non sono che emissari, emanazioni, reincarnazioni del supremo inquisitore: il padre morto, il cui fantasma lo perseguita manifestandosi nelle forme più impreviste. Possente, immenso, lo sguardo duro e severo, l’odore di vino misto a sigaro che lo avvolge in un nube mefitica, la voce arrochita da capo sempre pronta a lanciare improperi: il padre morto di Jean Calmet è letteralmente un orco, un mostro la cui ragione di vita sembra quella di divorare e annientare ogni afflato di libertà e pienezza di vita nel figlio, il quale si ritrova così impotente sotto ogni aspetto, incluso quello sessuale.
Il padre morto di Jean Calmet è però anche un medico, proprio come il padre di famiglia che ha biasimato Jacques Chessex. Similmente, la vergogna rinfacciata allo scrittore Calmet – la solidarietà per un uomo maturo accusato di avere abusato di una minorenne – fa inevitabilmente pensare alla impropria passione del personaggio Calmet per una studentessa che potrebbe essere sua figlia. I nomi di Jacques Chessex e Jean Calmet, oltre ad avere identiche iniziali, hanno un suono e un ritmo vagamente simili. Null’altro che semplice coincidenze o forti indizi di un tragico destino che accomuna lo scrittore e il suo personaggio?
Che L’orco sia un romanzo pervaso di fantasmi autobiografici non è certo una scoperta. Lo stesso Chessex ha in più di un’occasione dichiarato che la figura paterna è all’origine del suo lavoro di scrittore, la sua fonte primaria d’ispirazione. Ha inoltre ammesso di aver provato un profondo senso di colpa per non essere stato capace di anticipare il suicidio del padre. Pierre Chessex si tolse la vita nel 1956 quando Jacques aveva ventidue anni, dunque ancora abbastanza giovane per sentirsi devastato dall’abbandono e già abbastanza adulto per addebitarsi la responsabilità di quel gesto. Risolvere la faccenda nei banali confini dell’autobiografia ci porterebbe però fuori strada. Pensare che nell’impotenza del personaggio Calmet si debba automaticamente scorgere il riflesso speculare dello scrittore Chessex sarebbe troppo facile, e ancor più lo sarebbe concludere che l’orco sia soltanto un padre o, peggio, che il padre sia soltanto un orco. L’amoroso odio che lega il figlio al genitore è un motivo universale. In esso è contenuto un conflitto d’ordine superiore che riguarda la condizione umana e dunque la natura stessa della letteratura. Quando il padre domanda a Franz Kafka perché asserisca di avere paura di lui, il figlio non sa rispondere. Per un verso è la stessa paura a precludergli la possibilità di spiegare, per l’altro è «la vastità dell’argomento» a ridurlo al silenzio. Alla fine, non gli resta che prendere carta e penna e mettersi a scrivere una lettera passata alla Storia che comincia così: «Mio caro papà.» Mio caro papà, punto. In quel segno d’interpunzione è condensata la dimensione trascendentale, religiosa quasi, della paura che attanaglia il figlio.
L’orco di Chessex presenta qualcosa di simile. Il romanzo è anticipato da una citazione dal libro Giobbe: «Fino a quando da me non toglierai lo sguardo?» Anche gli eserghi delle tre parti di cui si compone il libro provengono da quella fonte. Tanta insistenza indica ovviamente qualcosa. Dunque, perché Giobbe?

L’attaccamento al Canton Vaud
Prese in sé e per sé, le citazioni non sono esplicite, ma nel libro del patriarca idumeo si leggono parole in cui riecheggia la spietatezza dell’orco: «Ero sereno e Dio mi ha stritolato, mi ha afferrato la nuca e mi ha sfondato il cranio, ha fatto di me il suo bersaglio. I suoi arcieri prendono la mira su di me, senza pietà egli mi trafigge i reni, per terra versa il mio fiele, apre su di me breccia su breccia, infierisce su di me come un generale trionfatore». La figura di Giobbe sembra concepita apposta per mettere in dubbio la nostra fede nella giustizia divina. Dio dovrebbe scagliarsi contro chi fa il male, eppure il suo bersaglio preferito è quest’uomo buono, la cui unica colpa pare essere quella di essergli figlio. Dopo averlo tormentato con disgrazie di ogni sorta, non soddisfatto, il Signore rivolge il dito inquisitore a Giobbe e lo accusa: «Quando io ponevo le fondamenta del mondo, tu dov’eri?»
Chessex padre era profondamente attaccato alla sua terra, il Canton Vaud. Esprimeva questo suo amore dilettandosi nella storiografia e nell’etimologia. Il suo meticoloso studio dei dialetti della zona è probabilmente all’origine della prosa asciutta, chirurgica e diamantina di Chessex figlio. Ma prima della lingua, viene un altro lasciato, la terra, l’humus da cui nascono le parole. Nella morte del padre, lo scrittore vide una perdita totale, lo smarrimento delle sue origini, la fonte del suo stesso essere. Nel tentativo di recuperare le proprie radici, Chessex giunse a vedere il padre e il Canton Vaud come una cosa sola. «Mio padre è divenuto il paese» scrive in Portrait de Vaudois, e dalla terra di appartenenza alle fondamenta del mondo menzionate nel libro di Giobbe il passo non è poi così lungo.

Due volte peccatore
L’attaccamento alla terra è un misto di amore, terrore e odio, né più né meno come il crogiuolo di sentimenti contrastati per il padre. Se il dottor Calmet finisce per diventare un orco agli occhi del figlio è perché nella possente severità del padre si incarna il dio intransigente e crudele di una certa morale calvinista. «Esiste una filiazione calvinista profonda che non è assolutamente frutto dell’andare in chiesa né di una pratica della fede, bensì di una tradizione culturale, se non psicoanalitica». Se a queste parole aggiungiamo la colorita ammissione dello scrittore – «Sono stato allattato dal seno calvinista» – le iniziali di Jean Calmet e Jacques Chessex finiscono per convergere e rispecchiarsi in un nome ben più antico, Jean Calvin. L’irrimediabile condizione di colpa che affligge Jean Calmet e molti altri personaggi di Chessex è dunque un retaggio primigenio, un peccato di cui ci si macchia per il semplice fatto di essere nati, per il semplice essere ciò che si è.
Jacques Chessex era uno scrittore, oltre che poeta, saggista e – negli ultimi anni della sua vita – pittore. L’essere ciò che è lo rendeva doppiamente peccatore giacché la morale aperta della letteratura si concilia poco con quella rigida calvinista. Raccontando le storie di persone che, come Jean Calmet, cercano scampo dall’influenza nefasta di una mentalità crudele e inquisitoria non poteva non urtare la sensibilità dei suoi conterranei, che infatti sono stati puntualmente scandalizzati dalla sua opera. Per questo, in quella fatale sera d’ottobre, Jacques Chessex deve certo avere visto un fantasma. Quel medico padre di famiglia, quel bigotto inquisitore non era però lo spettro del padre né un orco in senso lato. E non era nemmeno la morte. Era semplicemente il suo destino. Ciò che egli era stato fino a quel momento, vale a dire un grande scrittore che, nonostante tutto, amava le fondamenta del mondo, la terra che il padre gli aveva lasciato.

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