La crescita, la cicala e la formica

di Martin Wolf, © THE FINANCIAL TIMES LIMITED 2010, “Il Sole 24 Ore

In Occidente, tutti conoscono la fiaba della cicala e della formica. La cicala è pigra e canta per tutta l’estate, mentre la formica accumula scorte per l’inverno. Quando arriva il freddo, la cicala supplica la formica di darle del cibo. La formica rifiuta e la cicala muore di fame. Morale della storia? La pigrizia porta alla miseria. Ma la vita è più complessa della favola di Esopo. Oggi le formiche sono i tedeschi, i cinesi e i giapponesi, mentre le cicale sono gli americani, gli inglesi, i greci, gli irlandesi e gli spagnoli.

Le formiche producono merci allettanti, che le cicale vogliono acquistare, e chiedono alle formiche se vogliono qualcosa in cambio. «No – rispondono le formiche – Non avete niente che noi vogliamo, tranne forse un posto in riva al mare. Vi prestiamo noi il denaro. In questo modo voi vi godete le nostre merci e noi accumuliamo scorte».
Le formiche e le cicale sono felici. Essendo frugali e prudenti, le formiche depositano i loro guadagni in eccedenza in banche teoricamente sicure, che poi prestano altri soldi alle cicale.

Le cicale, a loro volta, non hanno più bisogno di fabbricare merci perché le formiche gliele forniscono a prezzi molto convenienti. Ma le formiche non vendono case, centri commerciali o uffici. Questi li producono le cicale. Chiedono addirittura alle formiche di venire da loro a fare il lavoro. Le cicale scoprono che con tutti questi soldi che affluiscono nelle loro colonie il prezzo dei terreni sale, e quindi prendono in prestito altri soldi, costruiscono altre case e spendono altri soldi.

Ora, dato che il formicaio tedesco si trova molto vicino a certe piccole colonie di cicale, le formiche tedesche dicono: «Noi vogliamo essere amici. Allora perché non usiamo tutti la stessa moneta? Ma prima dovete promettere che vi comporterete sempre come formiche». Le cicale sono costrette a passare un esame: comportarsi per alcuni anni come formiche. Lo fanno e ricevono il permesso di adottare la moneta europea.

Per un po’ di tempo tutti vivono felici e contenti. Le formiche tedesche guardano i loro prestiti alle cicale e si sentono ricche. Nel frattempo, nelle colonie di cicale, i loro governi guardano i conti pubblici in ordine e dicono: «Guardate, siamo più bravi delle formiche a rispettare le regole di bilancio».

Le sagge formiche tedesche insistono, cupamente, che «gli alberi non crescono all’infinito». Alla fine, il prezzo dei terreni nelle colonie di cicale tocca il punto massimo. Le banche formichesche subito cominciano a innervosirsi e chiedono indietro i loro soldi, costringendo le cicale indebitate a vendere e innescando una catena di fallimenti. Nelle colonie di cicale l’attività edilizia si ferma, e le cicale smettono di spendere soldi per comprare le merci delle formiche. L’occupazione scende sia nelle colonie di cicale che nei formicai, e i bilanci nazionali vanno in profondo rosso, specialmente nelle colonie di cicale.

Le formiche tedesche si rendono conto che le loro scorte di ricchezza non servono a molto, dato che le cicale non hanno da offrire niente che possa interessarle, tranne case a buon mercato sotto il sole. Le banche formichesche devono stornare i crediti in sofferenza o persuadere i governi formicheschi a dare ancora più soldi formicheschi alle colonie di cicale. I governi formicheschi hanno paura di ammettere di aver consentito alle loro banche di prestare il denaro delle formiche, e quindi scelgono la seconda opzione, il “salvataggio”. Nel frattempo, ordinano ai governi cicaleschi di alzare le tasse e tagliare la spesa pubblica. Ora, dicono, dovete veramente comportarvi come formiche. E così le colonie di cicale precipitano in una grave recessione. Ma le cicale continuano a non essere in grado di produrre niente che le formiche vogliano acquistare, perché non sanno come si fa. Non potendo più prendere soldi in prestito per comprare merci dalle formiche, le cicale fanno la fame. Alla fine le formiche tedesche stornano i prestiti fatti alle cicale. Ma avendo imparato poco da tutta la faccenda, vanno a vendere le loro merci altrove, in cambio di ancora altro debito.

Si dà il caso che nel vasto mondo ci siano anche altri formicai. In particolare l’Asia ne è piena. C’è un ricco formicaio, abbastanza simile alla Germania, chiamato Giappone. E ce n’è un altro gigantesco, ma più povero, chiamato Cina. Anche queste formiche vogliono diventare ricche vendendo merci alle cicale a prezzi bassi e prestando soldi alle colonie di cicale. Il formicaio cinese addirittura fissa il prezzo estero della sua valuta a un livello che garantisce che le sue merci continuino a costare pochissimo. Per fortuna (apparentemente) degli asiatici, c’è una colonia di cicale molto grande e straordinariamente industriosa, chiamata America. Anzi, che è una colonia di cicale lo sia capisce solo dal fatto che il suo motto è: «In shopping we trust». I formicai asiatici sviluppano con l’America un rapporto simile a quello della Germania con i suoi vicini. Le formiche asiatiche accumulano pile di debito cicalesco e si sentono ricche.

Ma c’è una differenza. Quando in America arriva il disastro e le famiglie smettono di prendere soldi in prestito e di spendere, e il disavanzo di bilancio esplode, il governo non dice: «Siamo in pericolo, dobbiamo ricominciare a tagliare le spese», ma dice: «Dobbiamo spendere ancora di più, per tenere in movimento l’economia». E così il disavanzo diventa gigantesco.

Gli asiatici si innervosiscono e il capo del formicaio cinese dice all’America: «Noi, i vostri creditori, vi chiediamo di smettere di indebitarvi, come stanno facendo adesso le cicale europee». Il capo della colonia di cicale americana ride: «Non vi abbiamo chiesto noi di prestarci questi soldi. Anzi, ve lo dicevamo che era una follia. Noi vogliamo garantire che le cicale americane abbiano un lavoro. Se non volete prestarci soldi, alzate il valore della vostra moneta. Così noi fabbricheremo quello che prima compravamo e voi non dovrete più prestarci denaro». E così l’America insegna ai suoi creditori la lezione di un saggio ormai defunto: «Se dovete alla vostra banca 100 dollari, avete un problema; ma se gliene dovete 100 milioni, è la vostra banca che ha un problema».

Il capo del formicaio cinese non vuole ammettere che le sue enormi scorte di debito americano non varranno quanto sono costate. E i cinesi vogliono continuare a fabbricare merci a buon mercato per gli stranieri. Perciò la Cina decide, alla fin fine, di comprare ancora altro debito pubblico americano. Ma dopo decenni, i cinesi alla fine diranno agli americani: «Ora vorremmo che foste voi a rifornirci di merci in cambio del vostro debito pubblico». A quel punto le cicale americane rideranno e ridurranno prontamente il valore del debito. Le formiche vedranno svalutati i loro risparmi e una parte di loro morirà di fame.
Qual è la morale della favola? Se volete accumulare una ricchezza di lunga durata, non prestate alle cicale.

Traduzione di Fabio Galimberti

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