L’inconscio allo specchio

Anticipiamo lo stralcio introduttivo di una tra le relazioni principali del XV congresso nazionale, che riunirà la Società psicoanalitica italiana da oggi a Taormina. Tra gli obiettivi degli eredi di Freud, quello di leggere e interpretare le forme più recenti con cui si manifesta il disagio psichico

di Fernardo Riolo, da “Il Manifesto

Una teoria scientifica, diceva Karl Popper, funziona come un faro: mette in luce le cose che descrive e che senza di essa non avremmo mai visto; ovvero ci consente di vedere quelle dimensioni sottostanti alle cose, che pur essendo determinanti per la loro realtà, non sono osservabili perché non possono essere viste. L’inconscio è un esempio di una realtà che essendo all’origine della coscienza non può essere cosciente: lo vediamo solo dai suoi effetti sulla coscienza e attraverso il filtro della teoria. La teoria è dunque strumento essenziale per l’osservazione. Non avanziamo di un passo se una teoria non ci conduce.
L’indagine sulla genesi inconscia dei contenuti della coscienza fu resa possibile dalla teoria di Freud e questa sta a fondamento del nostro metodo clinico. La legittimità di questo metodo si basa sul presupposto che l’inconscio, in sé irrappresentabile e ineffabile (a-phané), continuamente irrompe nel territorio della rappresentazione con le sue manifestazioni, le sue fanìe ; e attraverso queste diviene suscettibile di essere indagato e di pervenire alla «effabilità». Ne consegue che l’inconscio che possiamo indagare è prevalentemente, anche se non esclusivamente, un inconscio rappresentazionale, le cui forme sono – nei termini di Freud – Vorstellungen, Darstellungen, Entstellungen: idee, figurazioni, de-formazioni.
Ma il limite fin dove queste espressioni ci assistono è continuamente travalicato dal confronto con i fenomeni drammatici e incomprensibili con i quali ci cimentano i nostri pazienti di oggi e la cultura del nostro tempo; fenomeni che sconfinano in un territorio che è al di là della rappresentazione. Io penso che i modi in cui questo territorio si declina nel suo rapporto con lo psichico, costituiscano per la psicoanalisi una sfida cui siamo chiamati a rispondere: l’ho chiamata la sfida della rappresentabilità. Cercherò di inoltrarmi oggi nell’esplorazione di quel territorio, tramite una storiella da me inventata.
Sir Wilfred si avvicinò alla finestra e aprì la busta. Ne estrasse un rullino fotografico. Iniziò a srotolarlo: strano, l’immagine impressa era sempre la stessa. Osservando meglio vide che i fotogrammi rappresentavano la traiettoria di un proiettile; la traiettoria lo colpì, perché la curva si impennava rapidamente in un’iperbole, quasi a voler uscire dalla pellicola. Questa osservazione gli suscitò una certa inquietudine: che significa? È un messaggio cifrato? Una minaccia? Si rammentò che in alcuni paesi del Sud la malavita usava inviare alla vittima predestinata un proiettile come avvertimento. Ma qui non siamo nel Sud pensò; e poi la fotografia di un proiettile non è un proiettile. La distinzione gli era familiare per via dei suoi studi di logica; sapeva bene la differenza che c’è tra una cosa e la rappresentazione di una cosa. Dopo tutto non c’era proprio lì davanti a lui, sulla parete, quella famosa riproduzione di una pipa con su scritto «Cette pipe n’est pas une pipe»? Sorrise della propria ingenuità: un’immagine alla fine non ha mai ucciso nessuno. Ma non potè completare quel pensiero, perché nello stesso momento srotolò l’ultimo fotogramma e si accasciò fulminato sul pavimento con un forellino rosso sulla tempia. Il proiettile aveva bucato la rappresentazione.
«L’inconscio si rivela dallo scontro – dice una paziente – come le particelle della materia: le vediamo solo facendole scontrare; sono gli urti che le fanno essere.»
Un’analisi è continuamente colpita da particelle che attraversano il tessuto della rappresentazione rischiando di lacerarlo. Ciò che sembrano essere parole, immagini, o sogni, possono rivelarsi proiettili e, a dispetto della loro apparente appartenenza al campo del pensiero, possedere la qualità di «cose».
Di correre questo rischio non possiamo d’altronde fare a meno, poiché alla fine una rappresentazione ci serve perché rinvia alla cosa; e questa deve essere in qualche modo presente se deve essere analizzata. Come sappiamo da Freud, niente può essere trasformato in absentia o in effigie. Ma nemmeno, direi, in absentia di effigie: poiché è la rappresentazione che possiede il significato della cosa per noi; e grazie a questo consente la contemporanea trasformazione di entrambe. Dovremmo perciò riuscire a mettere insieme le rappresentazioni e le cose.
Non si tratta di un problema nuovo. Già Freud, negli Studi sull’isteria, aveva parlato di esperienze e affetti che non sono mai stati formulati in pensieri e per i quali si dà una possibilità d’esistenza solo virtuale; sicché per essi «la terapia consisterebbe nel completamento di un atto psichico precedentemente incompiuto». Freud anticipava qui quello che sarà per l’analisi un nuovo compito: non solo il recupero dei pensieri rimossi, ma il recupero di quegli atti psichici che non sono mai divenuti pensieri: impulsi emotivi, esperienze e affetti non riconosciuti e non rappresentati; e tuttavia psichicamente influenti. E poiché non si esprimono in forma di pensieri, si ripresentano in forma di sensazioni e azioni.
Un ruolo cruciale svolge in questo processo il meccanismo del «rigetto» (Verwerfung), che Freud distinse nettamente dal meccanismo della rimozione: «Esiste una forma di difesa, più energica ed efficace (della rimozione), che consiste nel fatto che l’Io rigetta l’idea incompatibile unitamente al suo affetto e si comporta come se all’Io non fosse mai pervenuta». Per cui il soggetto giunge a un completo rimodellamento del proprio mondo interno e esterno: da un lato il mondo interiore è svuotato dei suoi contenuti, affetti e significati; dall’altro viene creato un nuovo mondo esteriore esente dal conflitto e costruito unicamente in base ai moti di desiderio che la precedente realtà impediva. 
Un esempio di questo processo è la realizzazione, nell’anoressia, di un corpo superiore, perfetto, espressione del rigetto della propria effettiva realtà e della contemporanea creazione allucinatoria di un presunto mondo ideale, di cui il corpo superiore è l’incarnazione e l’immagine. La semplice corrispondenza di questa immagine a modelli estetici e culturali diffusi non dovrebbe perciò trarci in inganno. Pure se, a ben vedere, anche quei modelli estetici condividono il medesimo carattere di realizzazioni allucinatorie collettive. In questo senso, il meccanismo del rigetto sarebbe l’operatore privilegiato di una Kultur caratterizzata dalla produzione normalizzata di realtà illusionali e dalla ricerca esasperata di esperienze emozionali e sensoriali, quali modi d’azione finalizzati all’evitamento del riconoscimento di sé e dei limiti di sé.
La portata e le conseguenze del rigetto sono pertanto molto diverse da quelle della rimozione. Qui non si tratta del mancato avvento di determinati contenuti psichici alla coscienza; bensì della loro «abolizione» quali contenuti psichici e della loro sostituzione con oggetti reali: i pensieri diventano corpi, azioni, «cose». In altre parole, in quanto comporta l’evacuazione della realtà interna in quella esterna, il rigetto sfocia in un collasso del mentale nel reale – un processo che è destinato comunque a fallire il suo scopo: poiché, come diceva Freud, ciò che è stato abolito dentro di noi, continuamente a noi dal di fuori ritorna. (…)

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