Il papa straniero

Il caso Ezio Mauro, indagine sulle passioni politiche di un direttore e su un’ipotesi credibile ma non troppo

Marianna Rizzini per “Il Foglio

Ezio Mauro che esce dalla sua stanza a Repubblica e va in piazza, sotto a un gazebo, attorniato dalle folle viola – accadeva qualche mese fa. Ezio Mauro che rende piazza la stessa Repubblica, con il volantino che si fa titolo – accade oggi, mentre cartelli gialli simili ai post-it che cuciono le bocche dei manifestanti anti legge bavaglio campeggiano sulle pagine del quotidiano, nelle due varianti “la legge bavaglio cancella il diritto di essere informati” e “con la legge bavaglio non leggerete più questo articolo”. E’ già un po’ che Ezio Mauro esce dalla sua stanza a Repubblica per andare in televisione – non importa se la tv in quel momento è Lucia Annunziata, Serena Dandini, Michele Santoro, Gad Lerner o un cameraman indigeno di Largo Fochetti. 

Mauro, in quel caso, presiede sotto le telecamere la riunione di redazione, non prima di aver detto, senza sorriso, qualcosa a metà tra la lode e il pungolo – “ieri abbiamo coperto bene questo, oggi ci vuole quest’altro” – e non prima di aver stretto la mano al caporedattore ma non al vicedirettore, forse per stabilire un contatto con la società civile del giornale più che con il suo gotha (e però i frequentatori di Rep. sottolineano la differenza tra le riunioni dirette da Mauro e quelle dirette da Eugenio Scalfari: “Scalfari”, dice un osservatore interno, “era tipo da ‘messa cantata’, ma amava il disordine creativo delle idee in contrasto e degli interventi a sorpresa; Mauro invece ascolta e chiede ordinatamente, un caposervizio alla volta”). 

Quando poi Ezio Mauro resta nella sua stanza a Repubblica, capita che dica al Pd “anche a sinistra è arrivata l’ora di un Papa straniero” e che ribadisca il concetto in un’intervista a Marco Damilano sull’Espresso: “Dovrà essere un leader che non risponda ad apparati e cursus honorum tradizionali. Che esprima una discontinuità, che offra una speranza di cambiamento e di vittoria”. E se il Pd, risentito, butta lì un “non ci facciamo dettare la linea”, Mauro finge di schermirsi senza per questo arretrare dal centro della scena: “Dicono che siamo un partito, che li vogliamo sostituire… in questo modo di ragionare vedo un grave deficit: non capiscono che qualcuno possa amare il suo lavoro e al tempo stesso appassionarsi senza secondi fini al futuro della sinistra”. 
C’è chi, non convinto dalla tesi “amo il mio lavoro e mi appassiono senza secondi fini”, si è chiesto, sulla scorta di un contestatissimo sondaggio del gruppo Espresso, “ma chi sarà mai questo Papa straniero?” – Luca Cordero? Roberto Saviano? – e però Ezio Mauro non fa nomi. Si mostra, si adatta al suo nuovo essere mediatico, entra in una specie di alias da piccolo schermo e “non si oppone più all’ostensione del suo corpo”, come osserva un fine conoscitore dell’universo mauresco. 

Men che meno si sogna, il direttore di Repubblica, di accreditare l’incredibile tesi di un suo scendere in campo, di un suo buttarsi oltre il Pd e oltre il Carlo De Benedetti non proprio entusiasta della linea “dieci domande” – né la tesi della discesa in campo trova riscontro presso gli osservatori esterni: figurarsi, “Mauro ha sempre voluto fare solo il giornalista”, dice un vecchio amico, “e poi cosa c’è di più politico che dirigere un giornale, e quel giornale?”. “Ma va, Mauro dice sempre di voler tornare in America, lontanissimo dai Bersani, dai D’Alema e dai Veltroni tutti”, dice un ex collega. “Per carità, Mauro usa la testa e ha capito che questo è l’unico modo per restare il più a lungo possibile alla testa di Repubblica”, dice un affettuoso avversario. 
E però da qualche parte in politica Ezio Mauro c’è già entrato, anche se non alla maniera istituzionale di un Giovanni Spadolini – direttore di giornale e uomo di partito – ma con un piglio redazional-personale che rende il suo approccio improvvisamente più feltriano (nel senso di Vittorio Feltri, a parti rovesciate) che scalfariano. 

In un anno Ezio Mauro è passato dal “dàgli” al Walter Veltroni dimissionario allo scavo più insistito sul caso Noemi all’autodifesa dalle accuse di evasione fiscale (al grido di “ho pagato più di quanto la legge mi avrebbe permesso di pagare”: c’era una casa di mezzo, e ogni volta che si parla di case qualcuno glielo ritira fuori). Sono arrivati nel contempo gli appelli di professori e scrittori contro ogni singolo orrore dell’Italia al tramonto, tutti sponsorizzati da Mauro, le raccolte di firme on line su sito di Rep. e il filo diretto periodico con lettori sconosciuti e felicemente internettizzati. Fatto sta che ora il direttore, facendo concorrenza al Fatto quotidiano che gli fa concorrenza, ha preso il microfono in mano – sul palco cittadino come alla Federazione della stampa come in prima serata, e sembra averci preso gusto: si guarda intorno, fa le pause giuste, dice “scusate devo andare alla riunione di redazione” ma poi ricompare alla tavola rotonda del pomeriggio, non muove la faccia ma aggrotta la fronte e mantiene la promessa-minaccia annunciata qualche giorno fa con un articolo manifesto (“Il dovere di difendere la libertà di stampa”, 19 maggio: “… l’opposizione non sembra consapevole del pericolo, il mondo dell’informazione nemmeno, dunque il governo va avanti. Ma ci sono battaglie che devono essere combattute indipendentemente dai rapporti di forza: lo faremo”). Ora che il microfono è acceso, Ezio Mauro pronuncia a malincuore la parola “regime” – Mauro “sta alla larga” dalle parole usate con leggerezza, ha detto Mauro al Teatro dell’Angelo di Roma, elencando i motivi della deroga (oggi il direttore di Rep., appellandosi alla distorsione operata da “conflitto di interessi”, “leggi ad personam” e “legge sulla libertà”, cioè quella sulle intercettazioni, usa e riusa la parola “regime” al cospetto di Stefano Rodotà e Oliviero Beha, con sfoggio assertivo di “a” e “o” piemontesi per sottolineare il diritto del cittadino a essere “informaaaatooo”).

E insomma l’Ezio Mauro di oggi aleggiava in nuce nell’Ezio Mauro che, nel 1994, intervistato come direttore della Stampa da Prima comunicazione, diceva “bisogna che i giornali siano sempre più nelle mani dei giornalisti” mentre l’intervistatore, sotto fresca vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, poneva l’accento sulla difficoltà di essere Ezio Mauro, direttore di un giornale da un lato “edito da un imprenditore (Agnelli, ndr) che deve per forza, se vuole sopravvivere, venire a patti con chi ha vinto le elezioni” e dall’altro desideroso di non abdicare “ai suoi principi di giornale grintoso e libero da ogni influenza politica”. Mauro era allora tornato nella sua Torino, quella azionista, quella dei Norberto Bobbio e degli Alessandro Galante Garrone, e, racconta un amico, “pareva fosse arrivato in visita all’Olimpo, al cospetto degli dèi preferiti”. Da direttore, e prima ancora da condirettore con Paolo Mieli, Ezio Mauro alternava le conversazioni rigorose con i suoi maestri alle ragazzate da redazione, mai abbandonate dai tempi in cui, giovane aspirante cronista giunto da Dronero, in provincia di Cuneo, per scrivere sulla Gazzetta del Popolo (l’anti Stampa di corrente Donat-Cattin), si divertiva a svegliare i politici nel cuore della notte per finte interviste su argomenti improbabili. 

Per il resto il Mauro degli esordi, ancora privo di fonti Dc-Pci-Psi
, si industriava per seguire i lavori del Consiglio comunale. Grazie a qualche amico conoscitore di cose romane, riusciva a sapere in anticipo quando un pezzo grosso giungeva dalla capitale – e a quel punto era già alla stazione o all’aeroporto ad aspettarlo. Il metodo “era quello usato dai cronisti di nera”, racconta un ex cronista di nera: “Bisognava parlare con un esponente delle forze dell’ordine e con un becchino per trattare la cessione di almeno una foto del defunto. Nel caso di Mauro la questione era diversa. Lui seguiva il terrorismo, ed era talmente rapido nella consultazione delle due o tre fonti fondamentali che una volta riuscì ad arrivare davanti all’ospedale prima che arrivasse la persona ferita in un agguato”. Concetto Vecchio, autore di un libro su quegli anni (“Ali di piombo”, Bur), parla di un Mauro in Renault arancione pedinato dalle Br, ma Mauro viene ricordato dagli ex competitori sulla scena cronistica torinese soprattutto come “quello che dava i buchi” – “bisognava darci dentro per non apparire degli incapaci”, ha scritto Giampaolo Pansa nel libro “Il revisionista” (ed. Rizzoli). 

Da direttore della Stampa, Mauro conservò in qualche modo l’abitudine degli scherzi telefonici, correggendola per la prima pagina. Ne venne fuori un appuntamento a metà tra inseguimento della notizia e agguato goliardico: nel corso dell’interminabile riunione serale, Mauro, racconta un collega di allora, chiamava in viva voce il politico della giornata e gli chiedeva informalmente qualche notizia. Il redattore semplice Guido Tiberga, debitamente istruito, prendeva appunti per poi trascrivere il tutto. Il giorno dopo comparivano in prima pagina interviste firmate da Tiberga – con grande stupore del politico di turno (che spesso chiamava Mauro per protestare: “Ma io con questo non ho mai parlato”). 
“Mauro da direttore della Stampa parlava con Agnelli ma anche con Berlusconi, ovviamente, solo che Berlusconi non dava a Mauro la stessa soddisfazione dei politici della Prima Repubblica. Non era di quel mondo, non aveva quel lessico, rispondeva magari ‘sto lavorando’ alle domande dei giornalisti, e addio divertimento”, dice oggi un ex collega di Mauro, in pensione da un decennio ma ancora memore degli anni “in cui Ezio, invece di presentarsi con la bisaccia da cronista arruffato, o con i mocassini senza calze come il suo futuro allievo Augusto Minzolini, compariva in cravatta e camicia impeccabile e metteva soggezione solo a guardarlo”. 

Il mondo di Ciriaco De Mita e Bettino Craxi, quello in cui Mauro si era affermato come cronista politico, dice l’ex collega, “era un mondo che permetteva a Ezio di cercare e dominare la notizia. Una volta Mauro riuscì con somma soddisfazione a comporre una lite al vertice liberale tra Zanone e Altissimo. Un’altra volta, almeno così si vociferava in Transatlantico, convinse De Mita a tenere in pista Nicolazzi. Un’altra ancora riuscì a fingersi servizio d’ordine a un congresso socialista per avvicinare Craxi.  Era tra i pochi a poter parlare sia con Craxi sia con De Mita”. Il terreno su cui muoveva i suoi passi un Mauro già “da prima pagina, già serissimo, già sposato una prima volta e già direttore senza esserlo”, racconta un esperto cronista, “era un mondo giornalisticamente arcaico. Si stava tutti nella sala stampa della Camera ad aspettare che il commesso ti desse la linea per parlare con la redazione. Mauro soffriva molto se il caporedattore a Torino gli assegnava sessanta righe quando pensava di avere in mano lo scoop, e spesso lo aveva”. Dai racconti incrociati di quattro frequentatori dell’allora Transatlantico emerge un Mauro “odiatore dei divanisti che si abbeveravano dal politico a fine giornata”, un Mauro “in veste ‘uomo che amava le donne’ che mostrava inventiva romantica e nel tempo libero leggeva romanzi e non saggi” e un Mauro “che non si intrufolava in senso minzoliniano ma era sempre davanti agli altri: era già arrivato quando tu arrivavi e aveva sviluppato tecniche sofisticate di avvicinamento al politico del giorno”. Rimase leggendaria l’idea di Mauro di camminare davanti al ministro o al sottosegretario: spinto dalla folla e dalla scorta, il politico urtava Mauro e si scusava (a quel punto Mauro, educatamente, poneva una rapida domanda, e il pezzo era fatto). 

Ci furono poi gli anni alla rincorsa di De Mita a Nusco, spesso in coppia con Pietro Calabrese (allora al Messaggero). Erano giornate di macchina e mozzarelle indigeste. Tanto si cementò l’amicizia che i due giornalisti cominciarono a raccontarsi le notizie senza per questo rubarsi il pezzo. “Nessuno dei due bluffava”, racconta un vecchio amico di entrambi. Mauro si era autoimposto la regola della “telefonata in più” (da direttore la consiglierà caldamente ai suoi redattori anche a pezzo già concluso). Fu grazie alle molte telefonate in più che Mauro riuscì in qualche modo a dare impulso alla carriera di Luca Giurato – Luca Giurato ed Ezio Mauro si erano conosciuti un giorno a un congresso del Pci, quando Mauro scriveva per la Gazzetta del Popolo e Giurato per la Stampa. Il giorno dopo aver conosciuto Mauro, Giurato lesse l’articolo del collega e lo trovò migliore del suo, pur avendo Mauro preso pochissimi appunti. Lo chiamò per fargli i complimenti. Quando divennero colleghi alla Stampa, Mauro avvisò Giurato che Biagio Agnes lo voleva alla direzione del giornale radio – disse qualcosa come “guarda che la tua candidatura è ben vista da tutti: da Veltroni, da Craxi, dal Pri, da Nicolazzi”, racconta Giurato. La notizia si rivelò vera (cioè Mauro era arrivato come al solito primo su una notizia, e c’è chi dice che fu anche parte in causa nella decisione).

A Mosca invece – dove Mauro approdò da corrispondente della Repubblica scalfariana, “prima tappa del suo graduale accreditarsi come figura di giornalista completo che può aspirare alla direzione”, dice un conoscitore di dinamiche redazionali – la regola della telefonata in più si tramutò in “chiacchierata in più” con i collaboratori di Michail Gorbaciov. Mauro arrivò in piena glasnost e se andò prima che iniziassero i guai. Appariva, dall’Italia, “fortemente invaghito del personaggio Gorbaciov, tanto che pareva non esistesse più la Russia comunista, con le sue illiberalità e i suoi scarafaggi negli hotel”, nota ridendo un attento lettore di Repubblica Mauro intanto andava a cena nelle fredde sere moscovite con Giulietto Chiesa e sua moglie Fiammetta Cucurnia. Chiesa ricorda un Mauro che con il russo se la cavava così così; un caro amico di Mauro dice invece: “Non è possibile, Ezio aveva studiato tantissimo prima di partire, e aveva persino una tabella attaccata al muro con le principali tappe della storia russa”. Chiesa e Mauro discussero una volta sul colpo di stato del 1991, sulla Piazza Rossa, e fu la loro discussione più lunga. Nel complesso Chiesa considerava Mauro “gramscianamente ineccepibile”. Oggi Chiesa dice: “Mauro, pur pensandola diversamente, è un combattente come me, uno che non crede nell’oggettività giornalistica”.Chissà com’è contento di vederlo oggettivamente combattente alla testa del popolo dei post-it.

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