Sartre tifava Mourinho?

La squadra di calcio come riproduzione in vitro dell’organizzazione di gruppo, Eto’o terzino e il modello Toyota. Intervista a Raoul Kirchmayer, professore di estetica all’università di Trieste.

di Alberto Piccinini, il manifesto, 26 maggio 2010

«La noia di Ranieri? Cos’è la noia di Ranieri? Ho studiato e conosco solo la nausea di Sartre, filosofo, premio Nobel, ma anche grande appassionato di calcio». Forse la battuta del neo campione d’Europa Josè Mourinho non è stata all’altezza delle sue migliori, ma la comparsa di Sartre nel gran teatrino del nostro calcio ci aveva fatto un certo effetto. Il filosofo francese, in effetti, era stato persino qualcosa di più che un appassionato di calcio. Ci aveva giocato fin da ragazzino, per strada: il pallone – ricordava – era stata la sua palestra di democrazia. Di riferimenti al calcio e allo sport ha disseminato il suo lavoro, in particolare la Critica della Ragion Dialettica pubblicata nel 1960.

Per Sartre la squadra di calcio è una riproduzione in vitro dell’organizzazione di gruppo. La metafora calcistica mette in evidenza i rapporti tra libertà e funzione individuale, la dinamica tra i legami positivi all’interno di un gruppo e l’antagonismo nei confronti degli avversari. «Tra una squadra di calcio e un gruppo di ribelli armati – si legge – ci sono molte cose in comune». Abbiamo chiesto a Raoul Kirchmayer, professore di estetica all’università di Trieste, membro del Gruppo italiano di studi sartriani, curatore di diverse opere del filosofo francese e juventino pentito, di guidarci alla scoperta della passione di Sartre per il calcio. «Dunque, nella Critica della Ragione Dialettica – ci spiega – Sartre pone la questione del funzionamento di un gruppo organizzato e cerca di descriverne le dinamiche interne, impiegando la metafora della squadra di calcio. Diciamo subito però che il suo è un esempio limitato, dal momento che lui stesso scrive: Nella realtà tutto è complicato dalla presenza dell’avversario».

E questa è passata alla storia come la sua citazione più famosa sul calcio.
Precisamente. Sartre fa un analisi in vitro tenendo conto solamente del funzionamento del gruppo-squadra, cioè delle interazioni reciproche tra gli individui, ovvero tra i giocatori della stessa squadra. A lui interessano i rapporti che si stabiliscono in un gruppo, nel momento in cui il gruppo si costituisce e funziona. Utilizzo questo verbo perché Sartre lo sottolinea.

E qui tira in ballo la questione della libertà dei singoli.
Esatto. Come si fa a essere liberi in un gruppo che prevede delle relazioni specifiche tra i suoi componenti, ovvero delle funzionalità? E qui arriviamo a Mourinho, che abbia letto oppure no la Critica, perché Sartre ci fa vedere come funziona un gruppo laddove l’individuo ha alienato la sua libertà a vantaggio degli altri. Più avanti Sartre intende contrapporre questo gruppo a quello che lui stesso chiama gruppo in fusione, che procede dentro una sorta di esplosione collettiva nella quale il fattore di alienazione, l’elemento di alterità che entra in gioco in ogni organizzazione viene sciolto all’interno di un evento storico. Sartre fa l’esempio della presa della Bastiglia: il gruppo in fusione non prevede più né alterità né alienazione.

E’ una specie di miracolo rivoluzionario.
All’interno del gruppo in fusione è importante quello che Sartre chiama il terzo – che è l’elemento costitutivo del gruppo: partendo da una coppia infatti il gruppo si forma al momento in cui abbiamo la presenza di un terzo. Nel gruppo in fusione ciascuno è terzo per gli altri. Mentre evidentemente nel caso della squadra di calcio c’è un terzo che è esterno al gruppo, e definisce il gruppo in quanto tale. In questo caso potremmo tranquillamente intendere che si tratta dell’allenatore.

Tornando alla «presenza dell’avversario», Sartre insiste molto sull’importanza di questo come elemento costitutivo del gruppo.
Certo. Secondo Sartre non si forma il gruppo senza la presenza dell’avversario, ma soprattutto il gruppo diventa un gruppo organizzato e funzionale quando c’è un avversario che lo fronteggia. Questo significa che ci sono degli spazi di libertà all’interno del gruppo ma che sono funzionali al fine da perseguire, cioè la vittoria sull’avversario. Ma la domanda resta sempre la stessa: come è possibile garantire la libertà dopo, all’interno di forme strutturate di relazione sociale?

E come è possibile garantire su un campo di calcio la convivenza tra creatività dei singoli e rispetto delle posizioni tattiche?
Tornando a Mourinho, nel calcio di oggi siamo già all’interno di un processo che fa del gruppo un organismo in cui tutti i giocatori sono intercambiabili. Questo si era prospettato nell’idea di calcio totale olandese, che non a caso nasce in un periodo di trasformazione dei luoghi di lavoro e dell’impresa: i grandi cambiamenti degli anni ’80 sono preannunciati anche da quest’idea funzionalistica. Come dire che nel calcio sta vincendo il modello Toyota.

Difatti Mourinho fa giocare Eto’o da attaccante e da difensore.
Il suo è un calcio dove ciascuno ha la propria identità, ma dove al tempo stesso deve perdere quest’identità a vantaggio della squadra. Mourinho nelle sue dichiarazioni continua a ripetere: lavoro, lavoro, lavoro. Come se l’aspetto ludico fosse un effetto del lavoro, il che è pure vero, ma se lo poniamo alla fine della gerarchia ciò che conta maggiormente è la retorica del lavoro, del sacrificio, addirittura del sangue che trovo molto discutibile. Ma c’è anche un calcio-gioco, un calcio spettacolare, un calcio che si basa più sul gesto espressivo del singolo, ed è un calcio romantico, un patrimonio della cultura sudamericana ad esempio. La cosa preoccupante è che anche il Brasile negli ultimi vent’anni è andato verso un gioco all’europea, più funzionale e meno spettacolare.

Però la similitudine usata da Sartre tra una squadra di calcio e un gruppo di ribelli armati non dovrebbe lasciare dubbi sulla necessità dell’organizzazione.
Il punto di uscita dalla teorizzazione della Critica, che è uno straordinario sguardo sui gruppi e sulla loro cristallizzazione, è anti-istituzionale. Proprio come i processi di decolonizzazione che stavano venendo avanti in quegli anni e ai quali Sartre rivolge una peculiare e appassionata attenzione. E’ lui che scrive la prefazione ai Dannati della Terra di Franz Fanon…

E proprio in quegli anni il calcio assume una sorta di valenza anticoloniale. Penso all’afro-portoghese Eusebio. E’ la maniera in cui i «dannati della terra» si ribellano?
In Sartre il calcio è più di un esempio, è un simbolo. La lotta contro l’oppressore passa attraverso la pratica sportiva come simbolo della liberazione. Possiamo pensare all’atletica, agli atleti neri che rivendicano la loro identità, e lo fanno per un pubblico che sta diventando mondiale grazie ai mezzi di comunicazione di massa. Questo aumenta il pericolo di erosione e di perdita di senso della lotta, però al tempo stesso aumenta le possibilità di rivendicazione della propria identità.

Micromega

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