Tolstoj: cara Sof’ja ti lascio per sempre

Alberto Cavallari per “La Stampa

Nella notte tra il 27 e il 28 ottobre 1910, a 82 anni, Tolstoj fugge dalla casa in cui è sempre vissuto, a 12 chilometri da Tula. Treno, calesse, traghetto, di nuovo treno, di tappa in tappa, in cerca di pace e di libertà da una moglie ossessiva. Alle 3 del mattino del 31 ottobre, un’altra partenza, prima in carrozza poi in treno, diretto verso Sud, vera meta della fuga. Durante il viaggio si sente male. Dopo molte insistenze si lascia convincere a scendere e viene ricoverato in casa del capostazione di Astàpovo. Qui morirà il 7 novembre, circondato dai figli e dalle autorità locali. Nel centenario della scomparsa, l’attenzione torna a concentrarsi sul grande scrittore russo. Un film, The last station, girato da Michael Hoffmann è appena uscito nelle sale italiane, ispirato all’omonimo romanzo di Jay Parini ora tradotto da Bompiani, oltre a due volumi che arrivano in questi giorni in libreria: Tolstoj è morto di Vladimir Pozner (Adelphi) e La fuga di Tolstoj di Alberto Cavallari, edito da Einaudi negli Anni 80 e ora ripubblicato da Skira con un ricco apparato di immagini storiche. Nel testo di Cavallari, di cui qui proponiamo le prime pagine, sono in corsivo le frasi testuali che lo stesso Tolstoj ha dedicato alla sua fuga nei diari e nella corrispondenza di quei giorni, come pure quelle tratte dai diari dei testimoni diretti e dal saggio biografico Tolstoj di Viktor Sklovskij.

La sera del 27 ottobre 1910 il conte Tolstoj si coricò verso le 11,30. La vecchia casa di Jasnaja Poljana era silenziosa, immersa nel buio freddo di un inverno precoce. Era già caduta la neve, la pioggia aveva infangato la campagna, vapori di umidità velavano il parco, lo stagno, i boschi di frassini che danno il nome al più vicino villaggio Jàsenki, la terra nera della steppa che si stende in tutto il governatorato di Tula, la strada del Sud che taglia la steppa macchiata di foreste. Il buio cancellava tutto, compreso il cielo dove quell’anno era passata la cometa di Halley, portatrice di sventure.

Lev Nikolaevic Tolstoj non sapeva che sarebbe stata l’ultima sua sera nella casa dov’era nato, cresciuto, invecchiato, e dove aveva compiuto in agosto 82 anni. Prima di coricarsi, s’era fermato nello studio ricapitolando la giornata trascorsa in uno dei suoi diari. Negli ultimi tempi ne teneva tre: uno ufficiale, uno segreto, che nascondeva negli stivali perché la moglie non lo leggesse, uno disordinato su taccuini e fogli sparsi. Scrivendo a lume di candela aveva concluso il bilancio della giornata con queste parole: Nulla da segnalare; anche se ciò sembra triste, in effetti è un bene.Essendo in quel periodo la sua vita tempestosa, piena di giornate nere, dominata da una crisi familiare più grave delle precedenti, gli parve di aver vissuto una giornata dopotutto normale.

Infatti, si era alzato assai presto, aveva camminato nel parco, aveva ritoccato una lettera per sua moglie Sof’ja sul solito tema della loro crisi coniugale, aveva lavorato a un saggio «Sul socialismo» che non gli piaceva più, aveva pensato a un testo che doveva redigere sulla pena di morte. Si era sentito senza energia intellettuale: ma non gli era mancata l’energia fisica, e aveva cavalcato a lungo con Dusàn Makovickij, il medico personale slovacco che da sei anni stava a Jasnaja Poljana seguendolo ovunque. La cavalcata su «Delire» era stata difficile: aveva percorso sedici verste, attraversato un profondo burrone scosceso, un ruscello ghiacciato, risalendo l’altra riva ancora più scoscesa; ma s’era ritrovato alla fine «con l’illusione d’ogni giorno, cioè di non essere vecchio». Poi aveva cenato, aveva letto Siutaïev, un manoscritto di Gastiaev, guardato la posta, apprezzato la bella lettera di un khokhol ucraino, Ivan Diomidovic Ovdonk, ricevuta tramite Certkòv, il suo amico più fedele, capo dei «tolstojani», suo controllore ideologico e antagonista di sua moglie So’fja. Per quanto la preparazione di un’ennesima lettera a Sof’ja confermasse la gravità della loro crisi, la presenza di un’ossessione quotidiana, non aveva accumulato particolari tensioni. Spenta la candela dello studio, passato nella camera da letto accanto, a mezzanotte già dormiva.

Lev Tolstoj dormì fino alle tre di notte. Poi si svegliò, e come le notti precedenti sentì che un uscio si apriva, intese dei passi. Le notti precedenti non aveva mai guardato in direzione della porta della stanza, stavolta lo fece, e vide attraverso le fessure che c’era una vivida luce nel suo studio, percepì un frusciare di carte. Era sua moglie Sof’ja che cercava, che probabilmente leggeva qualcosa. Prima di andare a letto gli aveva chiesto, anzi imposto, di non chiudere le porte che dividevano la sua stanza, lo studio, la stanza di Lev. Voleva dormire con le porte aperte, in modo da sentire ogni minima mossa di lui. Notte e giorno voleva percepire i suoi movimenti, le sue parole, tenerlo sotto controllo.

Lev Tolstoj sentì ancora dei passi, poi il cauto aprirsi di una porta, poi lei che passava, e ciò gli procurò un irresistibile disgusto, un sentimento di rivolta. Tentò di riaddormentarsi, non riuscì, si rigirò per un’ora, accese una candela, si tirò a sedere sul letto, e a questo punto la porta si aprì, apparve sua moglie chiedendogli «come stava», meravigliandosi della candela accesa nella camera. Sof’ja rimase pochi secondi nel rettangolo della porta. Per quanto fosse la principale protagonista della vicenda che Tolstoj stava vivendo, fece solo un’apparizione fuggevole, come accade alle comparse. Aveva sessantasei anni, era ingrassata, miope, ma era molto più giovane di lui ed era rimasta ancora bella. La sua voce era alta, chiara, come quella delle cantanti. Nei quarantotto anni di matrimonio l’aveva amato con passione, l’aveva detestato, era stata generosa e dispotica; ma si sentiva sempre giovane, ancora lo voleva, imponendogli il suo amore-possesso fino a perseguitarlo. Ma Tolstoj non fece nemmeno in tempo a fissare nella memoria quest’ultima immagine notturna di sua moglie, subito sparita. Avvertì che disgusto e rivolta aumentavano, si sentì soffocare, si contò le pulsazioni, 97 battiti, non poté più restare a letto. S’alzò, prese la decisione di andarsene da Jasnaja Poljana. Si era prodotto in lui lo choc che lo forzava a farlo […].

Ora era venuto il momento; e nel silenzio della notte Tolstoj cominciò a scrivere una lettera a Sof’ja, stavolta definitiva. Non la stese subito, prima tracciò una bozza sui taccuini. Cancellò, aggiunse, cancellò ancora, e scrisse questo testo: «Sono partito da… [cancellatura]. La mia partenza ti farà dispiacere. Me ne rammarico, ma cerca di capire e credimi che non potevo agire diversamente. Mi è divenuta insopportabile la mia situazione, quella di un uomo che ha coscienza di quanto gli pesi la vita [dei ricchi tra i miserabili… cancellatura] eppure continua a vivere in queste criminali condizioni di lusso insensato in mezzo alla miseria di tutti coloro che lo circondano. Faccio soltanto quello che fanno di solito i vecchi, migliaia di vecchi, gente prossima alla morte [che se ne vanno ancora più lontano dalle condizioni più consone al loro stato d’animo… cancellatura] e me ne vado. Quasi sempre essi vanno nei conventi, e anch’io ci andrei [aggiunta: in un monoastero] se credessi in ciò in cui si crede nei monasteri. Ma non credendoci, me ne vado [semplicemente…. cancellatura] in solitudine. Mi è indispensabile essere solo. Ti prego, non cercarmi, non venire da me se saprai dove sono. Il tuo arrivo non farebbe che rendere più penosa la tua condizione e la mia. Addio [compagna di 48 anni della mia vita… cancellatura] io ti ringrazio dei tuoi 48 anni di vita onesta passati con me, delle cure che hai avuto per me e per i ragazzi [ti prego rassegnati alla situazione nella quale ti pone la mia parteza e non ricordarmi male… cancellatura]. Ti prego di perdonarmi tutti gli errori che ho compiuto verso di te mentre io ti perdono quelli che hai compiuto verso di me; e ti prego di accettare subito la nuova situazione in cui ti pone la mia partenza da casa, di non avere sentimenti cattivi per me, come io non ne ho per te. Se tu vuoi farmi sapere qualcosa, trasmettilo a Saša, lei saprà dove sono, benché le abbia fatto promettere di non dirlo a nessuno».

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