Ferrara: Giulio Tremonti è competente ma non sa creare consenso

Giuliano Ferrara per “Panorama

Il consenso è il cruccio di ogni governo. Tutti si domandano, specie dopo il varo dell’ultima manovra di salvezza nazionale, quale sia oggi il posto di Giulio Tremonti nel sistema di comando berlusconiano: commissario della crisi in nome dell’Europa, decisore di ultima istanza, nuovo leader del Paese? Il brusio del nome, un ministro arcigno e solo-contro-tutti, è sempre meno generico, e ormai «Tremonti» ronza nelle orecchie dell’élite e del popolo, diciamo così, con sempre maggiore autorevolezza.
Chi ha potere suscita curiosità. Le persone pubbliche non possono lamentarsi della sguaiataggine con cui sono interpellate, guardate, sezionate, auscultate, origliate. L’uomo politico di razza vorrebbe essere campione di visibilità, ogni giorno sugli scudi di ciascuna coscienza civile, e insieme imbattibile recordman di riservatezza: esserci senza parere, contare senza che lo si dia a vedere, per non fare ombra a nessuno, per non consumare il prestigio, l’influenza, le stesse promesse del suo destino.
Tremonti ha un profilo di eccezionale interesse, e non gli sarà possibile sfuggire con il suo stile distante alla regola di birichina trasparenza delle politiche democratiche. Lo screening è incominciato, fino a ora le malsane incursioni nella sua specifica libido politica, nei suoi mezzi per farsi largo e nelle sue idee sul futuro sono state solo un leggero antipasto. Non si mette impunemente una nazione come l’Italia al riparo dei suoi vizi, costringendola alla virtù, senza incorrere nella sanzione di un interesse morboso del pubblico. Il superministro non è un osso banale per rosicchiatori di cronaca politica. È un tipo più complicato di così.
La leadership di Tremonti è fondata sulla sua padronanza delle idee e sulle sue reti di influenza. Tremonti è competente in fatto di economia, e conosce la finanza, ma si vanta di essere un giurista, affettando degnazione verso gli economisti; viene dalla Valtellina, ama la montagna, si fa compagno di scalata della Lega, ma guai a dirgli che è un uomo del Nord, infatti ha varato la Banca del Sud; conosce la tecnica televisiva del sound-bite, la classica brevitas in versione tecnologica, ma nelle interviste costringe l’interlocutore a citazioni dal Levitico che danno auraticità e senso artistico alle sue posizioni polemiche con il capitalismo globalizzato e «mercatista».
Tremonti esercita la stessa fantasia nel suo sistema di governo e di potere, scegliendo con sovrana leggerezza  interlocutori e avversari diversi di volta in volta. Basta pensare ai suoi rapporti di formidabile cattivo vicinato, e poi di solida alleanza, con le banche; ai suoi dinieghi, sempre più forti e autorevoli, opposti alle diverse nomenclature
che dalla politica invocano quattrini e risorse di ogni genere per il «consenso ». Ecco, la parola che sarà decisiva per la leadership di Tremonti, e il concetto che oggi lo divide psicologicamente da Silvio Berlusconi, è proprio quella: il consenso.

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