Il cardinale: Shoah favorita anche da un tipo di teologia

Luigi Accattoli per “Il Corriere della Sera”

Il dibattito degli storici su Pio XII durerà «forse fino alla fine dei tempi» ma la Santa Sede non ha «nulla da nascondere» e sta preparando l’apertura degli archivi riguardanti il suo Pontificato che avverrà «tra cinque o sei anni». Quel Papa scelse di «essere moderato» nelle dichiarazioni sul nazismo ma favorì il «nascondimento» in ambienti ecclesiastici romani di « circa 4.500 ebrei»: ad assumere questa posizione pragmatica, tesa a sminare la disputa, è il cardinale tedesco Walter Kasper, uno dei primi collaboratori di Benedetto XVI.

Kasper ha trattato l’ostica questione nei giorni scorsi all’ Università Hope di Liverpool ottenendo qualche buon consenso in ambienti ebraici. «Come ebrei non abbiamo né il bisogno né il diritto di chiedere di più alla Chiesa Cattolica» ha commentato David P. Goldman editorialista del magazine First Things. In particolare è stata apprezzata la valutazione autocritica dell’atteggiamento dei cristiani di fronte alla Shoah che il cardinale ha riassunto così: «Secoli di teologia cristiana anti-giudaica hanno contribuito alla Shoah favorendo lo sviluppo di un’avversione generalizzata agli ebrei che ha impedito alla resistenza dei cristiani verso l’antisemitismo razziale e ideologico del nazismo di raggiungere la dimensione e la chiarezza che ci si sarebbe potuti attendere». Se dunque — ha argomentato il cardinale — l’avversione nazista all’ebraismo «di suo non può essere attribuita al cristianesimo dal momento che al suo interno erano presenti degli elementi anticristiani», resta nondimeno vero che «quel crimine senza precedenti» ha costretto le Chiese cristiane a rivedere il loro «rapporto» con gli ebrei e per i cattolici il «tornante decisivo» è stato il Vaticano II, con le sue scelte «irrevocabili». Non sono posizioni inedite. Il pieno rispetto del dibattito storiografico sulle «decisioni» di Pio XII era stato affermato dal portavoce vaticano il dicembre scorso in occasione della pubblicazione del decreto sulle «virtù eroiche» di Eugenio Pacelli, che è stato un passo decisivo in vista della beatificazione. Il riconoscimento di una responsabilità cristiana indiretta nella Shoah era contenuto in un documento epocale della Commissione per i rapporti religiosi con l’Ebraismo (ora presieduta dal cardinale Kasper), pubblicato nel 1998 con il titolo «Noi ricordiamo», in vista del «mea culpa» giubilare.

A suonare come nuovo, nella conferenza di Kasper, è il taglio vivo e diretto con cui ha proposto a un pubblico esigente l’insieme delle questioni ebraico-cristiane lasciando da parte le cautele diplomatiche e il linguaggio di scuola. Ecco il passaggio in cui riconosce che sarà necessario indagare ancora sul rapporto tra le Chiese cristiane e la persecuzione degli ebrei: «Chi oserebbe dire l’ultima parola su un evento così mostruoso come la Shoah? La sola risposta adeguata può essere la vergogna e la penitenza per il fatto che i cristiani non hanno reagito con più forza, e la metanoia, vale a dire un nuovo modo di pensare e un nuovo comportamento oggi, per costruire un nuovo rapporto con il popolo ebraico».

Altrettanto apprezzabile è risultato il tono di ragionevole buonsenso con cui Kasper ha invitato a riequilibrare il giudizio su Pio XII insistendo sul carattere ormai storiografico della querelle e richiamando la presenza oggi di «studiosi ebrei che lo difendono» e «cattolici che lo criticano»: «Egli non era un uomo dai gesti profetici, era un diplomatico e ha deciso non di tacere ma di essere moderato nelle dichiarazioni» ritenendo che parole più forti avrebbero provocato «una vendetta brutale».

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2 Risposte to “Il cardinale: Shoah favorita anche da un tipo di teologia”

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