Archive for maggio 2010

La crescita, la cicala e la formica

maggio 26, 2010

di Martin Wolf, © THE FINANCIAL TIMES LIMITED 2010, “Il Sole 24 Ore

In Occidente, tutti conoscono la fiaba della cicala e della formica. La cicala è pigra e canta per tutta l’estate, mentre la formica accumula scorte per l’inverno. Quando arriva il freddo, la cicala supplica la formica di darle del cibo. La formica rifiuta e la cicala muore di fame. Morale della storia? La pigrizia porta alla miseria. Ma la vita è più complessa della favola di Esopo. Oggi le formiche sono i tedeschi, i cinesi e i giapponesi, mentre le cicale sono gli americani, gli inglesi, i greci, gli irlandesi e gli spagnoli.

Le formiche producono merci allettanti, che le cicale vogliono acquistare, e chiedono alle formiche se vogliono qualcosa in cambio. «No – rispondono le formiche – Non avete niente che noi vogliamo, tranne forse un posto in riva al mare. Vi prestiamo noi il denaro. In questo modo voi vi godete le nostre merci e noi accumuliamo scorte».
Le formiche e le cicale sono felici. Essendo frugali e prudenti, le formiche depositano i loro guadagni in eccedenza in banche teoricamente sicure, che poi prestano altri soldi alle cicale. (more…)

In modo buffo verso il baratro

maggio 26, 2010

Il premio Nobel analizza la situazione tragica dell’Italia. Ecco il testo dell’intervento al Festival del Giornalismo d’Inchiesta di Marsala

di Dario Fo da “Il Fatto

1 L’Italia oggi.

Che paese è oggi l’Italia? Per capire dove siamo e dove siamo arrivati, bisognerebbe andare indietro e ricordare il valore, il significato delle cose che sono avvenute in Italia nei secoli passati. A partire dal Medioevo. La nascita di uno dei fenomeni più importanti della coscienza umana, che sono i comuni. Noi abbiamo inventato un modo collettivo di giustizia, che nel mondo si studia ancora oggi. E poi c’è stato l’Umanesimo: straordinario valore e poi grandi pittori, grandi scienziati, grandi scopritori; e tutta la scienza che è venuta avanti, l’invenzione, la poesia, lo scrivere. Abbiamo inondato di opere tutto il mondo intiero. Poi c’è stato il momento di un silenzio pericoloso, a parte che il Settecento italiano è anche importante. È il tempo dei Lumi, e anche noi abbiamo partecipato. Da lì abbiamo fatto una calata incredibile: siamo arrivati anche al Fascismo, siamo arrivati anche a fondare l’Italia, ad affondarla anche; siamo risaliti. Finita la guerra, io devo dire che, l’ultima guerra, un’aria straordinaria, di impegno, di convinzione al fare, al realizzare, al cambiare, all’inventare una vita. E tutti quanti ci siamo dati come pazzi al gioco e alla gioia di realizzare questo mondo diverso. Tutti quanti, veramente tutti quanti, dagli operai, ai contadini, alle donne. Siamo stati la meraviglia del mondo, perché nessuno ha avuto un ritmo di rinascita così imponente e importante. Poi ecco che la politica, il furto, lo scanno, il derubare e il distruggere è stato all’ordine del giorno. Naturalmente il governo non dice, non accetta, anche quando viene preso con le mani nel sacco (come in questi giorni, con tutti i ministri che dovrebbero essere cacciati via a pedate), che naturalmente continua a minimizzare, dice: “No, non siamo al momento della strage finale, ma no! Non è il tempo di vent’anni fa, quando andavano in galera, uno dopo l’altro: ministri, deputati, ecc. ecc. Mani Pulite non c’entra niente.” E invece siamo dentro. Non volere accettare, non vedere che siamo in un momento tragico, proprio come quello di Mani Pulite, forse anche peggio, è un’incoscienza, soprattutto in un momento come questo. Con la crisi che ci viene addosso. Con gli operai che non trovano più lavoro. Con la gente che si sbatte giorno per giorno. Con le scuole che non funzionano, con il traffico che non funziona, con questa aria intasata, con questa mancanza di rispetto anche per la vita dei bambini, dei vecchi etc. etc. Stiamo andando verso un bel baratro. Ora è un pessimismo. Io sono felice di essere pessimista. Perché il pessimista è quello, a differenza dell’ottimista cosiddetto, che guarda le cose, che va a fondo. Non si accontenta della speranza, anzi, non vuol sentire parlare di “speranza”, ma di fatti veri, reali, di progressione, di trasformazione. Continuo. Io sono pessimista, perché voglio veramente l’Ottimo. (more…)

Petrolini inedito: ecco venti testi perduti del comico romano

maggio 26, 2010

Gremese pubblica una serie di componimenti e commedie del celebre mattatore scomparso nel 1936, ritrovate alla Biblioteca del Burcardo di Roma. In programma anche un secondo volume dedicato ai testi in lingua

Stefano Giani per “Il Giornale

Non solo Gastone. O Giggi er bullo. Non solo er sor Capanna. O Fortunello. Macchiette indimenticabili, soggetti unici con un solo papà, quell’Ettore Petrolini, scomparso troppo presto, a soli 52 anni, nel lontano 1936. Un artista indimenticabile e indimenticato che ha fatto del teatro comico una capolavoro ineguagliabile, in particolare nella versione vernacolare. Romano, nato nel 1884, Petrolini è passato alla storia della comicità per la sua indiscussa abilità nel sostenere botta e risposta con il pubblico oltre che per aver recitato al teatro e al cinema. Celeberrime molte sue gag riproposte però assai di rado. Per celebrare la carriera, ma soprattutto il valore di Ettore Petrolini autore letterario esce in questi giorni per Gremese editore un ambizioso volume che contiene importanti inediti del comico romano trovati nella Biblioteca del Burcardo nella Capitale e presentati ora in edizione critica per la prima volta. (more…)

Piccola Posta di Adriano Sofri

maggio 26, 2010

Francesco Recami, “Prenditi cura di me”, Sellerio, mostra il deserto senza remissione della vita ordinaria contemporanea, per giunta a Firenze, e nei dintorni di casa mia. La vita livida e squallida che coinvolge tutti i personaggi, e specialmente il protagonista, uno che dice stronzo pezzo di merda vaffanculo al resto del mondo, a quello che gli sta davanti nel traffico, a sua madre malata, alla sua badante, agli altri, uno che in fondo, e neanche in fondo, desidera che gli altri, sua madre eccetera, muoiano, è del tutto verosimile, e induce a chiedersi quanta distanza ci separi da uno come lui, ammesso che una distanza ci separi -però sì, direi. E comunque ho visto ieri sera una giovane badante che incontro sempre nel paese, mentre accompagna sorreggendolo, a passi cortissimi e lentissimi, un signore molto anziano. Era la prima volta che la vedevo sola, correva e aveva un’espressione felice. Ho pensato che avesse finito l’orario e andasse a un suo appuntamento.

Il Foglio

Copernico, un funerale lungo quattro secoli e mezzo

maggio 26, 2010

La Chiesa ha concesso ieri un’onorata sepoltura ai resti del padre dell’eliocentrismo, morto nel 1543 in odore di eresia

Armando Torno per “Il Corriere della Sera

Niccolò Copernico, nome italianizzato di Nikolaj Kopernik (o Koppernigk), attendeva dall’anno della sua morte, il 1543, una sepoltura con la benedizione della Chiesa. La bara, con i resti umani del celebre astronomo che cambiò radicalmente la concezione del cosmo mettendo al centro del nostro sistema il Sole, è stata posta in un sarcofago sotto l’altare della basilica di Frombork, nel Nord della Polonia, dopo una solenne cerimonia presieduta dal primate, arcivescovo Jozef Kowalczyk. Nel suo discorso l’alto prelato ha, tra le molte cose, evocato la condanna del 1616 di papa Paolo V, deplorando gli «eccessi di zelo dei difensori della Chiesa».

Va altresì detto che l’identificazione delle spoglie dell’autore del De revolutionibus orbium coelestium è stata possibile grazie all’analisi del Dna di un capello trovato a Uppsala, in Svezia, all’interno di un libro che faceva parte della sua biblioteca e che egli aveva sicuramente consultato in più occasioni. Dopo che cinque anni or sono furono rinvenuti i suoi resti, anche i criminologi, basandosi sul cranio, ne hanno ricostruito la faccia, la quale non contrastava con i dipinti d’epoca che lo raffiguravano. Non si deve dimenticare che Copernico fu sepolto, pur essendo canonico di Frombork, in una tomba priva di iscrizione. (more…)

Umberto Boccioni, Rissa in galleria, 1910, Collezione Jesi Milano

maggio 25, 2010

Tv, il regime degli show men

maggio 25, 2010

Lo strapotere dei conduttori e la ‘nuova’ politica. E se c’è un problema sociale o etico non si chiamano in causa filosofi o poeti: ci salviamo con Vespa, Celentano o Bonolis

Massimo Fini per “Il Fatto

In Italia i conduttori di talk-show in particolare e i personaggi televisivi in generale, dagli show men giù giù fino all’ultima velina, hanno preso un potere eccessivo, abnorme, spropositato e pericoloso. Costoro confondono la potenza del mezzo con la propria e così fanno i telespettatori a casa su cui i protagonisti dello show business televisivo esercitano un’influenza pesantissima. Un buon esempio del delirio di onnipotenza e della perdita di ogni e qualsiasi senso del limite e dei propri limiti l’ha dato giovedì sera ad Annozero Michele Santoro parlando per venti minuti buoni, e con grande arroganza, di sue questioni personali come se fossero fatti nazionali. (more…)

Tolstoj braccato dalla stampa: fu la prima morte in diretta

maggio 25, 2010

La fuga e la fine dell’autore di «Guerra e pace» scatenarono i giornali di tutto il mondo. Il romanzo-verità di Pozner narra quel che accadde

di Giuseppe Ghini per “Il Giornale

La morte degli scrittori russi è degna delle loro pagine più belle. E quella di Tolstoj non poteva scriverla che lui, l’autore di Guerra e pace e di Anna Karenina, ed è un piacere riviverla nella ricostruzione che Vladimir Pozner approntò nel 1925 e che Adelphi ora presenta al lettore italiano, a cent’anni dalla scomparsa del grande vecchio della letteratura russa.

Il piacere della lettura è molteplice. Anzitutto deriva dall’originalità della narrazione di Pozner, giornalista, scrittore, ma soprattutto sceneggiatore (a partire dal Secondo Dopoguerra, fu infatti questa la sua attività principale, fino alla Dama delle camelie con Isabelle Huppert, 1980). Pozner rende un tema potenzialmente «pesante» – la morte del maggiore scrittore del tempo – con un metodo quasi cinematografico, con un ritmo e un montaggio che, a ottant’anni dalla sua stesura, risultano familiari a ogni lettore. Il racconto della fuga di Tolstoj da Jasnaja Poljana e della malattia e morte nella sperduta stazione di Astàpovo è costituito, infatti, dagli elementi della realtà, dai realia: brevi scambi di comunicazione tra i giornalisti e le redazioni dei quotidiani, diari dei presenti, verbali di polizia, corrispondenze, bollettini medici, necrologi, brani degli articoli del tempo. Il tutto con letterale aderenza ai fatti, ma senza pignolerie da filologi. (more…)

Giulio Tremonti

maggio 25, 2010

Colbertista sarà lei

Marco Ferrante per “Il Foglio” del 7 febbraio 2007

Giulio Tremonti è nato a Sondrio nel 1947. Ha fatto il liceo classico Piazzi di Sondrio, lo stesso di Palmiro Togliatti e Francesco Forte. L’università l’ha fatta a Pavia, in uno dei quattro collegi storici della città, Ghisleri, Cairoli, Borromeo e Fraccaro. Il suo era il Fraccaro. Studi giuricidi, per la tesi ha frequentato l’Istituto di finanza fondato da Benvenuto Griziotti, che aveva come caratteristica una posizione culturale intermedia tra economia e diritto: quel tipo di formazione definita dagli inglesi cultura istituzionale. Nella sostanza, un misto di visione politica e di concreta capacità tecnica, una tradizione che in Italia non si è formata solo a Pavia: va da Enrico Cuccia, a Guido Carli, da Bruno Visentini a Beniamino Andreatta fino a Giuliano Amato. Il maestro di Tremonti fu Gian Antonio Micheli che era succeduto a Calamandrei nella cattedra di Diritto processuale civile a Firenze.
I collegi di Pavia sono istituzione complessa, fabbrica di classe dirigente, con un elemento elitario: lo studio viene considerato, cioè, fattore di promozione personale e di progresso. Tremonti, di famiglia liberale, si avvicina alle idee socialiste dopo l’università, durante il servizio militare prestato come soldato semplice. Nella prima metà degli anni Settanta, ventisettenne, diventa professore universitario. Alla fine degli anni Settanta comincia a fare attività professionale, in una società di consulenza e revisione internazionale dove impara l’economia moderna. A partire dagli anni Ottanta si avvicina alla politica. Comincia a collaborare per il Corriere della Sera chiamato da Piero Ostellino (collaborerà dal 1984 al 1994) e a scrivere libri politici per il Mulino, Laterza e Mondadori. Nell’estate del 1993 partecipa alla fase di riorganizzazione del quadro politico dopo Mani pulite. Entra nel Patto Segni, viene eletto alla Camera e quando si tratta di decidere l’atteggiamento da tenere con Berlusconi, Tremonti spinge perché il cartello giscardiano promosso da Segni non voti contro, ma si astenga. Il patto si sfalda, perché inizia il bipolarismo. Tremonti si avvicina a Berlusconi. Parlamentare dal 1994, è stato ministro delle Finanze nel primo Berlusconi, ministro dell’Economia nel secondo, vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Economia  nel terzo. Attualmente è professore ordinario presso la facoltà di Giurisprudenza a Pavia. E’ stato visiting professor a Oxford. E’ presidente dell’Aspen Institute Italia. Ha inventato il meccanismo dell’otto per mille. Tiene a far sapere – visto che qualche volta lo legge sui giornali – che non ha fatto il Sessantotto, che non ha scritto il programma fiscale della Rete (ma ringrazia Leoluca Orlando per una colazione), e che sul Manifesto ha scritto solo due articoli, non politici ma tecnici. Uno critico verso l’operazione di acquisizione della Buitoni da parte di Carlo De Benedetti, l’altro contro la politica fiscale di Bruno Visentini. A quel tempo, non c’era altro giornale che gli consentisse di farlo e, comunque, resta grato per l’ospitalità. 

A Washington Giulio Tremonti ha presieduto un convegno internazionale dell’Aspen Institute sull’energia sicura e la sfida per un futuro sostenibile, chiuso dal capo della banca mondiale Paul Wolfowitz. La questione ambientale è uno dei temi su cui Tremonti ritiene che si riorganizzerà la polarizzazione delle forze politiche nei prossimi anni. Pensa che per le forze di destra l’ambiente sarà una delle occasioni per elaborare una visione politica. In una lunga conversazione con il Foglio, in cui si analizzano alcuni aspetti del tremontismo – dalla critica alla globalizzazione all’analisi dello stato criminogeno – Tremonti spiega alcune posizioni, la sua azione di governo, ragiona sull’andamento della spesa pubblica nella scorsa legislatura. Difende la sua posizione antiglobal fatta di dazi e quote europee e di lotta alle regole suicide che l’Europa fabbrica contro se stessa. Nega, invece, di essere mai stato interventista in economia, dice che quella del colbertismo è una vulgata, e spiega, per esempio, che la Cassa depositi e prestiti serviva solo come strumento tecnico per avviare il processo di privatizzazione di alcune partecipazioni dello stato e per finanziare opere pubbliche. Dalla Cassa depositi e prestiti nasce il fondo infrastrutturale F2I, avviato lo scorso anno, di cui si discute in questi giorni. Tremonti spiega che la cultura del nuovo intervento pubblico – attribuita dagli osservatori a Romano Prodi – è fuori dallo schema da lui immaginato quando era ministro.  (more…)

E se a rischio fosse Berlino?

maggio 25, 2010

di Wolfgang Münchau (Traduzione di Fabio Galimberti) per “Il Sole 24 Ore

Eurolandia è insolvente? Nelle ultime settimane, tutti si sono concentrati sulla solvibilità di Grecia, Spagna e Portogallo. Ma nessuno ha mai messo in discussione quei paesi che garantiscono il debito dell’Europa meridionale.
È impossibile rispondere a questa domanda con sbrigativi riferimenti al rapporto fra debito e Pil nei paesi dell’Eurozona. È un approccio macroeconomico che qui serve a poco: secondo questi dati, Eurolandia si trova in una posizione migliore degli Stati Uniti, della Gran Bretagna o del Giappone.

Il problema è che quei numeri non tengono conto del credito condizionato e delle interconnessioni di flussi finanziari.
La tipologia più consistente di credito condizionato è quella costituita dalle varie garanzie offerte negli ultimi due anni dai paesi dell’Eurozona. I governi della Ue hanno garantito le passività di tutto il settore bancario, e anche tutti i depositi bancari fino a un certo limite. Gli stati membri dell’euro hanno garantito il debito greco per i prossimi tre anni, e poi hanno esteso lo stesso meccanismo a tutto il resto di Eurolandia. E queste garanzie probabilmente dovranno essere raddoppiate.
Ho già osservato che non era un caso che l’Eurozona avesse creato uno special purpose vehicle, la cosiddetta “società veicolo”, per gestire questo salvataggio. Non è solo il nome a richiamare alla mente le famigerate strutture finanziarie che hanno determinato la crisi dei subprime: i paralleli ci sono, e sostanziali. (more…)

Kosovo: stato di diritto cercasi

maggio 25, 2010

Il problema principale del Kosovo? Le carenze del sistema giudiziario. Polizia, tribunali e pubblici ministeri – proni alla classe politica – non garantirebbero giustizia e protezione ai cittadini. L’introduzione ad un’analisi del think tankICG

Da “Osservatorio Balcani e Caucaso

A più di due anni dalla dichiarazione di indipendenza, il Kosovo arranca tra uno stato di diritto deficitario e un sistema giudiziario debole di cui fanno le spese i suoi cittadini. La polizia, i pubblici ministeri e i tribunali hanno modalità di procedere errabonde, e sono proni alle interferenze politiche e agli abusi di potere. Il crimine organizzato e la corruzione sono diffusi e in costante aumento. Rendendosi conto che lo sviluppo economico, le relazioni con l’Unione europea e il riconoscimento del paese come stato indipendente dipendono dallo stato di diritto, il governo del Kosovo ha fatto scelte importanti, sostituendo funzionari e approvando riforme da troppo tempo rimandate. Nonostante ciò, permangono debolezze critiche, in particolare nei tribunali, e il governo, sostenuto dalla comunità internazionale, dovrà agire in fretta per eliminarle. (more…)

Israele e l’apartheid: un matrimonio di convenienza e di potenza militare

maggio 25, 2010

Original Version: Israel and apartheid: a marriage of convenience and military might

Documenti segreti che rivelano una proposta israeliana di vendere testate nucleari al Sudafrica dell’apartheid gettano nuova luce sull’alleanza che intercorreva tra i due paesi, e confermano che Israele era in possesso di armi atomiche già negli anni ‘70 – scrive il corrispondente del Guardian da Washington Chris McGreal, da Medarabnews

***

E’ un rapporto che non è mai esistito. Tenuto nell’ombra, è stato nascosto dietro accordi segreti e disinformazione, che hanno mascherato la cooperazione militare così come i contratti per le estrazioni minerarie. 

Ma quando i riflettori di tanto in tanto si posavano su una delle alleanze più segrete e durature degli anni del dopoguerra, Israele si affrettava a minimizzare i suoi profondi legami militari con il Sudafrica dell’apartheid, come nient’altro che una necessità di sopravvivenza senza un barlume di affinità ideologica.

Ma come viene mostrato nel libro di Sasha Polakow-Suransky, “The Unspoken Alliance”, questo rapporto è andato oltre la semplice convenienza. Per anni, dopo la sua nascita, Israele è stato apertamente critico nei confronti dell’apartheid e ha cercato di costruire alleanze con gli stati africani di recente indipendenza, durante gli anni ‘60.

Ma dopo la guerra dello Yom Kippur del 1973, i governi africani iniziarono a vedere lo stato ebraico come una nuova potenza coloniale. Il governo di Gerusalemme andò in cerca di nuovi alleati e ne trovò uno nel governo di Pretoria. Tanto per cominciare, il Sudafrica stava già fornendo l’ossido di uranio necessario per la costruzione di una bomba atomica. (more…)

La neutrale Svizzera fece armi per Hitler

maggio 25, 2010

di Roberto Festorazzi per “Avvenire

Esiste ancora un lato occulto del riarmo dell’Italia, nella seconda guerra mondiale, e ciò getta luce soprattutto sul ruolo equilibratore svolto da Mussolini, come ago della bilancia tra Hitler, da un parte, e la Francia e l’Inghilterra, dall’altra. Dossier illuminanti, che emergono dopo settant’anni dagli archivi privati di un ministro di Mussolini, Raffaello Riccardi, sotto chiave alla Wolfsoniana di Genova (la collezione del miliardario di Miami Mitchell Wolfson), ci mostrano quanto la Svizzera, ad esempio, temesse lo strapotere della Germania nazista in Europa. Il governo della Confederazione elvetica, che pure fin dagli anni Venti aveva ospitato sul proprio territorio la ricerca e lo sviluppo della produzione di armi da guerra tedesche, banditi dai Trattati di Versailles, nel fatale 1940 – dopo la caduta della Francia e lo sconfinamento delle armate di Hitler fino alla Manica – cominciò a temere la cancellazione della nazione dalle carte geografiche. (more…)

La storia controcorrente del Cavaliere

maggio 25, 2010

Pubblichiamo per gentile concessione dell’editore il Mulino alcuni stralci del saggio di Ernesto Galli della Loggia “Tre giorni nella storia d’Italia”. Il volume si sofferma su tre momenti fondamentali nelle vicende del Paese: la Marcia su Roma, le elezioni del 1948 vinte dalla Dc e le elezioni del 1994 caratterizzate dal successo di Berlusconi

Ernesto Galli della Loggia da “Il Giornale

Il successo di Berlusconi è figlio in qualche modo, ma certo in misura significativa, del grande vuoto socioculturale apertosi in Italia dagli anni Settanta-Ottanta in poi. Non già per colpa della televisione, come si dice, bensì per effetto di trasformazioni profonde del tessuto sociale. Negli anni Settanta-Ottanta giunge infatti a termine il processo di modernizzazione del paese iniziato all’incirca mezzo secolo prima. Anche in conseguenza di ciò cominciano a perdere rapidamente influenza la famiglia, la Chiesa e la scuola, vale a dire i tre principali canali che fino ad allora avevano assicurato la formazione della personalità individuale e degli orientamenti collettivi. (more…)

Il paese dei balocchi

maggio 25, 2010

Francesco Merlo per “La Repubblica

Da ministra del rigore a ministra del tempo libero, da sacerdotessa dello studium a fanatica dell’otium, da bacchetta che castiga a sbracata Lucignola che vuole mandare tutti i bimbi italiani nel paese dei balocchi.
Insomma “per favorire il turismo” la ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini vuole ritardare di un mese l’apertura dell’anno scolastico, dai primi di settembre ai primi di ottobre. Attenzione: non per ragioni didattiche né per qualche forma, sia pure contorta o distorta, di saggezza pedagogica, ma soltanto per allungare la vacanza, per aiutare l’industria del tempo libero, per fare divertire di più i ragazzi italiani che solitamente bastona e per fare riposare di più i professori contro i quali scaglia lampi ed emette tuoni.
Dopo avere maltrattato gli insegnanti come fannulloni ignoranti e avere insultato gli studenti come somari e pelandroni, dopo avere predicato il ritorno alla disciplina e al faticoso impegno, Nostra Signora dei Grembiulini ha dunque scoperto la virtù della pigrizia rilanciando il sogno di tutti gli asini del mondo e persino riproponendo quel modello sessantottino contro il quale si batte in maniera ossessiva: viva la strada che libera gli istinti e abbasso la scuola che li reprime. (more…)

Oltre i miti. Darwin Einstein Freud. Che errori grandiosi

maggio 25, 2010

Le grandi scoperte della biologia, della fisica e della psicoanalisi sono mosse dalla falsa convinzione che si possa tracciare un percorso con un inizio e una fine, dal nulla al nulla. Eppure, proprio sbagliando, hanno aperto la via alla scienza

Emanuele Severino per “Il Corriere della Sera

Davanti alla filosofia molti scienziati alzano le spalle. Dato il modo in cui essa, per lo più, è loro presente, hanno ragione. Soprattutto se non sa essere altro che una riflessione sui risultati della scienza o ha la pretesa di insegnarle che cosa debba fare. Ma i concetti fondamentali della scienza sono inevitabilmente filosofici: in un senso ben più radicale di quello a cui si allude quando ad esempio, per la profondità delle categorie filosofiche coinvolte, si paragona il dibattito tra Einstein e Niels Bohr a quello tra Leibniz e Newton (M. Jammer, The Philosophy of Quantum Mechanics, Wiley, 1974). E se il fisico Leonard Susskind, nel suo libro La guerra dei buchi neri (Adelphi), scrive di non essere «molto interessato a quel che dicono i filosofi su come funziona la scienza», tuttavia la sua «guerra», combattuta contro il collega Stephen Hawking, riguarda il tema a cui la filosofia si è rivolta sin dagli inizi e che sta al fondamento di tutti gli altri. Per Hawking i «buchi neri» presenti nell’universo sono voragini in cui vanno definitivamente distrutte le cose che vi precipitano. Susskind vede in questa tesi la violazione del primo principio della termodinamica, per il quale la quantità totale di energia dell’universo rimane costante nella trasformazione delle sue forme. Ora la «costanza» dell’energia è il suo continuare a «essere»; e l’«incostanza» delle sue forme è il loro venire a «essere» e il loro ridiventare «non essere», «nulla». Certo, il fisico si disinteressa del senso dell’«essere» e del «nulla», ma il primo principio della termodinamica non può disinteressarsene: lo ha dentro di sé, ne è animato. All’interno di quest’anima, a cui la filosofia si rivolge sin dall’inizio, cresce la scienza. (more…)

Bernardo Bellotto, Capriccio con palazzo, porticato e loggiato, fontana monumentale e il Vojoda Potocki, 1763-1764, Museum of Art di el Paso

maggio 24, 2010

Assad: “Vedo un nuovo Medio Oriente, Siria pronta a trattare sul Golan”

maggio 24, 2010

ANDREA BONANNI e ALIX VAN BUREN per “La Repubblica

“Non possiamo più aspettare”, dice Bashar al Assad, il presidente siriano. “L’America di Obama aveva suscitato speranze riguardo a una nuova politica mediorientale. Però, adesso è scoccata una nuova ora. Un’intesa fra le potenze del Medio Oriente sta ridisegnando l’assetto della regione”. Seduto su un divano in pelle nera nel suo studio presidenziale, Bashar al Assad traccia quelli che definisce i contorni di un nuovo quadro geopolitico. Avverte: “Questa non è una inversione di rotta: noi vogliamo buoni rapporti con Washington. È, piuttosto, la presa di coscienza di una realtà: del fallimento di America ed Europa nel risolvere i problemi del mondo, nella nostra regione. Da questo fallimento affiorano necessariamente altre alternative: una mappa geostrategica che allinea Siria, Turchia, Iran, Russia, accomunate da politica, interessi, infrastrutture. Prende forma un unico spazio che unisce cinque mari: Mediterraneo, Mar Caspio, Mar Nero, Golfo Arabo e Mar Rosso. E cioè, il centro del mondo”, spiega. E poi: “Non si tratta di rinunciare alla pace: se Israele ci restituirà il Golan, noi non potremo dire di no. Ma solo un accordo complessivo, che includa i palestinesi, garantirà la pace vera. E la pace, prima o poi, arriverà”.

Signor presidente, lei sta delineando un nuovo fronte strategico come alternativa a un Occidente di cui lei vede declinare l’influenza?
“Io ricavo una lezione dagli errori del passato. L’America e l’Europa avevano detto “risolveremo noi i problemi”. E noi abbiamo aspettato. Ora non crediamo più nel ruolo di altri Paesi. Se qualcuno vuole aiutare, benvenga. Però, la soluzione spetta a noi”.

Se Israele fosse disposta a concludere un trattato con la Siria, lei accetterebbe? O pretende un accordo allargato al mondo arabo?
“Molti, in Occidente, non capiscono la differenza. Se Israele è pronta a restituirci il Golan, noi non possiamo dire di no a un trattato di pace. Ma solo una soluzione complessiva garantisce la pace, quella vera. Un accordo limitato a Siria e Israele lascerà irrisolta la questione palestinese. Più che una pace, sarà una tregua. Infatti, con cinque milioni di profughi palestinesi sparsi nel mondo arabo, la tensione resterà alta”.  (more…)

Dietro la guerra ecco il futuro

maggio 24, 2010

Valerio Castronovo per “Il Sole 24 Ore

La guerra era appena cessata, il 25 aprile 1945, quando una missione guidata dai banchieri Raffaele Mattioli ed Enrico Cuccia era partita alla volta dell’America per ottenere qualche aiuto economico, ma era tornata a mani vuote. E il nostro ambasciatore Alberto Tarchiani aveva faticato a farsi ascoltare. D’altronde, a Washington si riteneva che l’Italia rientrasse nella sfera d’influenza della Gran Bretagna.

Ci si dovette accontentare solo dei soccorsi, per lo più in generi alimentari, dell’Unrra. Per il resto, mancando materie prime e combustibili, si era cercato di ripristinare i servizi pubblici essenziali. D’altronde, non si sapeva ancora quale sarebbe stata la sorte dei più grossi gruppi industriali privati. I loro massimi dirigenti, accusati di connivenza con il regime fascista, erano stati chiamati in giudizio dalla Commissione centrale di epurazione. E di alcune imprese, i socialisti, confidando nell’appoggio dei comunisti, chiedevano l’immediata nazionalizzazione. Tuttavia Togliatti aveva consigliato i suoi compagni di partito di andarci piano. C’era già una parte rilevante del sistema industriale sotto le insegne dello stato tramite l’Iri, per aggregarne altri spezzoni. Semmai si poteva pensare alle imprese elettriche. Ma «se per nazionalizzare la Fiat – aveva detto – dovessimo trasformarla in un’officina di stato con operai, impiegati e funzionari inquadrati come nei vari gradi dell’amministrazione pubblica, sarebbe una cosa sbagliata». (more…)

Ferrara: L’appellismo è l’ultima malattia dei «bravi ragazzi» consigliati da cattivi maestri

maggio 24, 2010

Giuliano Ferrara per “Panorama”

Si fa presto a dire «appello». Nasce in tempi moderni come estrema risorsa della razionalità umanitaria che invoca e accusa. Con Emile Zola, è un canto repubblicano. È il costituirsi in partito dell’opinione pubblica, la decisione di far sapere con toni alti e forti che cosa pensa il paese reale. Poi, a Novecento inoltrato, sarà il santo manipolatore comunista Willy Münzenberg – grande organizzatore di cultura e di gride intellettuali sostenute dal Comintern, poi trovato morto ammazzato dai sicari di Baffone in un bosco dell’Île-de-France – a fare degli appelli politici e civili la malattia di un’epoca, lo stalinismo, che contagiò il meglio e il peggio dell’intellettualità europea, anche in Occidente. (more…)

Il mio Craxi incompreso

maggio 24, 2010

Sostituisce l’opera di Mazzini con quella del leader socialista. Ma Cattelan difende la sua arte: “Farà riflettere sull’importanza dell’eroe risorgimentale”

Alessandra Mammì per “L’Espresso

Questa volta non si può dire sia stata colpa sua. Era incisa nel titolo della mostra “Post-monumento” l’idea di lavorare sulla precarietà della memoria storica. “Sic Transit Gloria Mundi” e con lei i monumenti. Compreso quello a Giuseppe Mazzini al centro della piazza di Carrara, sede della XIV Biennale di scultura.

“Ecco: è Mazzini la figura su cui lavorare”, si è detto Maurizio Cattelan: “Molto meglio di Garibaldi che è un personaggio fin troppo popolare. Giuseppe Mazzini è più misterioso. Tutti sanno che ha contribuito in maniera fondamentale all’Unità d’Italia, ma nessuno sa esattamente in che termini. Dunque si può partire da lui e dal suo ruolo per fare una riflessione a 360 gradi sulla vulnerabilità della storia”. (more…)

INTERVISTA DI LORENZETTO IN GLORIA DEL SITO CHE HA CAMBIATO L’INFORMAZIONE (IN PEGGIO)

maggio 24, 2010

Stefano Lorenzetto per Panorama

Nel primo anniversario di Dagospia l’avevo lasciato in via Condotti, un ultimo piano con vista a 180 gradi su scalinata di Trinità dei Monti, villino di Maria Angiolillo, palazzo color oro di Roberto Colaninno, attico di Vittorio Ripa di Meana, belvedere di Maria Sole Agnelli (sorella dell’Avvocato), rifugio di Giancarlo Giammetti (socio di Valentino). Nel decimo anniversario, che cade il 22 maggio, lo ritrovo più in cima che mai. Sempre un ultimo piano, però provvisto di soprastante doppio attico e circondato da un terrazzo con vista a 360 gradi su quella che lui chiama «Roma godona», e da quassù si capisce bene perché.

I nove anni trascorsi dal nostro ultimo incontro hanno reso più evidente il paradosso: Roberto D’Agostino, 62 anni a luglio, non ha affatto bisogno di spiare. Gli basta guardare. È uno dei pochi giornalisti d’Italia a poterlo fare dall’alto dei cieli, quasi dal paradiso. Sarà per questo che sulla prima rampa di scale della nuova casa-redazione ti accoglie un gigantesco crocifisso di Damien Hirst, un’opera intitolata The Wounds of Christ (Le piaghe di Cristo), formata da foto autoptiche di un uomo con mani e piedi bucati, costato trafitto, ferite lacero-contuse sul capo.

E dev’essere sempre per questo che la camera degli ospiti è stata sostituita da una cappellina privata, con tanto di altare dello stesso Hirst, sul quale la scienza, nuova religione del mondo, celebra la propria fede nell’immortalità attraverso le medicine incastonate nella croce. «L’artista inglese ha notato che l’aspirina è ricalcata sull’ostia: la prima ti salva il corpo, la seconda l’anima. A te la scelta» si concede all’esegesi.

Continuano a definirlo «il più cliccato sito di gossip», ma D’Agostino preferisce differenziarsi dalle prime pagine dei quotidiani che eruttano tutte le mattine intercettazioni telefoniche e pettegolezzi assortiti sulla «cricca», sulla compravendita di immobili, sulle preferenze sessuali: «Che palle ‘sto termine gossip! Dagospia è un bollettino d’informazione, punto e basta». Passato dalle 12 mila visite di dieci anni fa a una media di 600 mila pagine consultate in un giorno, oggi ci lavorano anche Luca e Simona, vietati i cognomi.

«Stavo a Milano, al casting della Mtv, mi sono trasferita a Roma solo per lui, ma da appena sei mesi: troppo pochi» si rammarica del tempo perduto la redattrice, e le leggi negli occhi adoranti che percepisce il suo direttore come il Grande Timoniere, molto ma molto più grande del pur incombente Mao Zedong ad altezza naturale che saluta il cupolone di San Pietro dalla terrazza, riconoscibile anche di notte fra palme di plastica lampeggianti a intermittenza e catenelle luminose multicolori.

È tutto qui «Il fenomeno Dagospia», per usare il titolo della lezione che D’Agostino è stato chiamato a tenere all’Università La Sapienza di Roma in occasione del decennale: l’eccentricità piegata da 3.652 giorni ai doveri d’ufficio, 9-19 orario continuato, sabato e festivi (quasi) esclusi.

Benedetto XVI non può parlare alla Sapienza perché 67 docenti glielo impediscono, «Dagospia» sì. Qualcosa non quadra.

È il kretinismo della sinistra, con la kappa, che fa confusione tra spirito religioso e posizioni politiche della Chiesa. Io sono fortunato, perché ho sempre avuto la fede. Il caso di un prete pedofilo non mi tocca. A Roma abbiamo avuto papa Borgia, figurarsi. (more…)

L’Innominato ha un nome: Alessandro Manzoni

maggio 24, 2010

Stefano Andrini per “Avvenire

«L’Innominato sono io». Parola di Alessandro Manzoni. La rivelazione, inedita, è stata lanciata dall’italianista Ezio Raimondi nel corso delle Giornate dell’Osservanza organizzate a Bologna per ricordare il centenario della conversione dell’autore dei Promessi sposi avvenuta nel 1810. Un’occasione per affrontare il tema della metanoia e della conversione sia sotto il profilo filosofico (Massimo Cacciari) e linguistico (il rettore dell’Università Ivano Dionigi). 

Raimondi ha ricordato che Manzoni non amava parlare della sua caduta da cavallo avvenuta il 2 aprile 1810, quando in mezzo alla folla la moglie svenne e lui si ritrovò in una chiesa dove fu investito da una nuova epifania. «Non c’è da meravigliarsi – ha affermato l’italianista – di questo suo pudore. Qui pesa l’umiltà dello scrittore: preferiva i temi romantici, dire “noi” piuttosto che “io”, non aveva neanche come il cardinale Newman il riferimento malizioso agli scrittori. Eppure introduce nel romanzo ben due conversioni: quelle di fra Cristoforo e dell’Innominato».  (more…)

Gramsci contro Pirandello

maggio 24, 2010

Tornano gli scritti teatrali dell’intellettuale comunista: grandi intuizioni, feroci stroncature e qualche abbaglio

Osvaldo Guerrieri per “La Stampa

Che senso ha riproporre al lettore odierno gli scritti teatrali di Antonio Gramsci? Se dovessimo ragionare con la testa dell’industria editoriale, probabilmente nessuno. E difatti, per trent’anni dall’ultima edizione Einaudi, il formidabile lavoro critico e polemico sviluppato da Gramsci sulle pagine torinesi dell’Avanti! è stato accantonato senza rimorso. Ma se, al contrario, ragioniamo tenendo d’occhio il flusso della storia, le ragioni dell’arte teatrale e la sua portata sociale, allora diventa difficile comprendere i motivi di questo lungo silenzio. Poiché Gramsci, comunque lo si veda, non solo ha contribuito a distruggere quanto di equivoco e di superficialmente mondano si annidava nell’attività teatrale degli anni intorno alla Prima Guerra, ma si è battuto, pur fra errori di valutazione e contraddizioni, per un teatro nazionalpopolare fruibile da tutti, si è scagliato contro la degenerazione trombonesca del «grande attore», ha massacrato le «ditte» che per ragioni commerciali puntavano al ribasso qualitativo dell’offerta. Insomma, tutto il bene e tutto il male del teatro che oggi frequentiamo è già contenuto in quegli articoli eleganti e severi: noi siamo già lì e, spesso, siamo ancora lì. (more…)

“Intrigo internazionale”, l’indicibile dell’Italia

maggio 24, 2010

Un libro-intervista di Giovanni Fasanella e Rosario Priore sui grandi misteri del nostro Paese. Per raccontare quelle “verità” che non è mai stato possibile provare sul piano giudiziario

Silvana Mazzocchi per “La Repubblica

In Italia i misteri non finiscono mai. E, delle stragi che insanguinarono il nostro paese  dal 1969 in poi,  della strategia della tensione, del terrorismo che, con l’assassinio di Aldo Moro, toccò il suo acme per poi discendere senza mai  esaurirsi,  conosciamo esclusivamente “le ovvietà”. Perché la verità giudiziaria è stata necessariamente parziale e i processi hanno colpito quasi sempre solo la manovalanza, senza mai arrivare alle complicità “interne e straniere”. E’ l’amara analisi da cui parte Intrigo internazionale, firmato da Giovanni Fasanella,  giornalista-scrittore che più volte ha raccontato quelle buie stagioni, e il magistrato Rosario Priore che, per decenni, ha seguito le inchieste collegate ai più importanti episodi eversivi: dall’eccidio di via Fani all’attentato a papa Giovanni Paolo II, alla strage di Ustica. (more…)

Le libraie Monnier e Beach, bisbetiche madrine di Joyce

maggio 23, 2010

Stenio Solinas per “Il Giornale

A differenza di Adrienne Monnier, che aveva fisico robusto da contadina, voce tonante da montanara e vestiva come una madonna del Rinascimento, Sylvia Beach possedeva una bellezza moderna, androgina e nervosa. Una foto di Berenice Abbott del ’26 inquadra un volto dal profilo marcato con taglio di capelli allagarçonne. Indossa un soprabito che è una via di mezzo fra una cerata da baleniere e un impermeabile in pelle: ha 36 anni e per il pubblico americano della Abbott è «l’americana di Parigi». Quattro anni prima ha stampato l’Ulysses, trasformando la sua libreria di rue de l’Odeon, la «Shakespeare and Company», nella casa editrice omonima e ora, in quel ’26, negli Stati Uniti cominciano ad apparire edizioni pirata dell’opera. Proibito dalla censura, non protetto dacopyright, l’Ulisse, che gode fama di libro pornografico e scandaloso, è una manna per qualsiasi editore spregiudicato. Viene venduto di contrabbando, al libraio costa 5 dollari a copia, ed è rivenduto al doppio. Con 250 dollari al mese a Parigi si vive da signori, ma da anni Joyce campa di crediti e donazioni, ha moglie e due figli da mantenere, non ha il senso del risparmio. «Spende come un marinaio ubriaco» si dice di lui.
Anche per questo Sylvia Beach è partita all’arrembaggio contro la pirateria made in Usa, ma l’unica sua arma è un manifesto di protesta con in calce i nomi della cultura dell’epoca. Fra quando viene stilato e quando viene pubblicato, alcuni dei firmatari hanno fatto in tempo a defungere: di qui la controaccusa che «quella bisbetica virago che fa da segretaria a James Joyce» fa firmare i morti… Tra le personalità illustri, molti membri dell’Académie Française, compreso Hemingway, che ha firmato, ma naturalmente non è accademico. Tra i refusi e Sylvia Beach c’è una corrispondenza di amorosi sensi: la prima edizione dell’Ulisse, 732 pagine, ne conteneva a migliaia e contribuirà alla formazione di una generazione di esegeti. (more…)

Ma per Falcone era un falso problema

maggio 23, 2010

Affrontare la questione delle carriere separate «accantonando lo spauracchio della dipendenza dei pm»

Marco Galluzzo per “Il Corrierre della Sera

 La dipendenza del pubblico ministero dall’esecutivo? Un falso problema, «uno spauracchio». Una politica giudiziaria nazionale? Qualcosa da auspicare, come avviene negli Stati Uniti. La separazione delle carriere? Ovvero la «faticosa consapevolezza che la regolamentazione della carriera dei magistrati del pubblico ministero non può essere più identica a quella dei magistrati giudicanti». Come ogni anno si celebra l’anniversario della morte del magistrato siciliano, ma se ne dimentica in parte il pensiero giuridico. Un pensiero che scalfiva tabù, attuale come non mai, che resta a dimostrare come Giovanni Falcone non fosse soltanto un eccellente investigatore, ma anche un cultore del diritto, amante dell’analisi comparata con altri sistemi, in primo luogo quello americano, che aveva conosciuto direttamente per aver a lungo lavorato al fianco degli inquirenti degli Stati Uniti. Quelli che seguono sono soltanto alcuni estratti di un corpo di riflessioni poco conosciuto, certamente scomodo, spesso rimosso prima ancora che dimenticato. E’ disponibile quasi interamente in un volume ormai introvabile, Giovanni Falcone, Interventi e proposte, 1982-1992, edito da Sansoni insieme alla Fondazione Falcone. Eccone alcuni passi, sui temi di maggiore attualità.

CARRIERE – Ovvero «la faticosa consapevolezza che la regolamentazione della carriera dei magistrati del pubblico ministero non può più essere identica a quella dei magistrati giudicanti, diverse essendo le funzioni e, quindi, le attitudini, l’habitus mentale, le capacità professionali richieste: investigatore il pm, arbitro della controversia il giudice». Tema da affrontare senza paure, «accantonando la spauracchio della dipendenza del pm dall’ esecutivo e della discrezionalità dell’ azione penale, puntualmente sbandierati quando si parla di differenziazione delle carriere». (more…)

Intervista ad Amartya Sen

maggio 23, 2010

Vittorio Macioce per “Il Giornale

Chi è Amartya Sen? Questo signore indiano che sfiora gli ottanta anni non è soltanto un Nobel dell’economia. Lo ascolti come si fa con gli ultimi filosofi, uno che da una vita sta riscrivendo lo sguardo sul mondo. E dietro quella voce morbida, di una gentilezza antica, noti qualcosa di ruvido, duro, testardo, come chi sta ridisegnando le mappe slabbrate e accartocciate di questa epoca dove nessuno ha più il coraggio o la voglia di costruire cattedrali. L’idea di giustizia(Mondadori, pagg.458, euro 22) è questo, un essay monumentale, che chiude forse il lavoro di una vita e sta lì come una testimonianza, come una roccaforte, un punto fermo, con cui prima o poi devi fare i conti. Ammettiamolo. È qualcosa di strano in giorni come questi. Nella filosofia di Sen non ci sono più i vecchi confini, Oriente e Occidente cambiano posto, si intersecano, muovono la geografia, dialogano, si misurano. Puoi non condividere molte radici o conclusioni, ma sai che non puoi ignorarlo. La cattedrale c’è.
Quando tanti anni fa ridisegnò la misura della povertà rischiò di passare per terzomondista. Non lo è e non lo è mai stato. Disse, allora, che la povertà non è solo mancanza di soldi, di benessere, ma è qualcosa di più profondo: la povertà limita la vita. Era l’inizio di un percorso. Cos’è la povertà? L’ultima tappa è qui, in queste cinquecento pagine che ruotano intorno a una sola domanda.
Cosa è la giustizia?
«In una manciata di parole?» (more…)

Grillo: ‘Noi non ci fermiamo’

maggio 23, 2010

Ferruccio Sansa per “Il Fatto

Cresce il fronte dell’obiezione civile contro la legge bavaglio. Il blogger genovese sul ddl intercettazioni: “Pronto a non rispettarlo. Governo e Parlamento non rappresentano nessuno”.

GENOVA “Possono fare tutte le leggi che vogliono, ma se io non ci credo non le rispetto. Io sono già al di fuori. Se imbrigliano la stampa, non mi fermo e nemmeno la gente della Rete. Poi ci saranno conseguenze per me, ma anche per chi fa queste leggi. Lo dico senza rabbia, con serenità. Se pago le tasse, se rispetto la legge, non è perché mi obbligano o per paura. Lo faccio perché mi sembra moralmente giusto. Mettiamola così… e se introducessero le leggi razziali, voi che cosa fareste?”. 

Grillo disobbedirà alla legge bavaglio? 

“Bondi, Matteoli, Lunardi… la gente che fa le leggi non rappresenta più nessuno. Lo Stato resiste perché ci sono questi medium che fanno da intermediari con l’aldilà. Ma io non faccio parte del loro Stato. Ma ci pensate? In America Obama sta facendo la riforma della finanza e noi abbiamo ancora Ligresti, Colaninno, Tronchetti Provera che siedono in dieci società contemporaneamente. Sono come Wil Coyote, il personaggio dei fumetti che cammina nel vuoto e non si accorge che gli è finita la terra sotto i piedi”. Beppe Grillo prima lancia un messaggio ai suoi amici della Rete: non ci faremo mettere il bavaglio. Poi sfiora toni catastrofici: “Il virus italiano si sta diffondendo”. Poi lancia una sfida continentale: “Metteremo in piedi una rete dei blog europei”. Grillo è appena tornato da Londra, sta lanciando il nuovo dvd (“Un grillo mannaro a Londra”) che racconta gli incontri con politici, economisti, professori universitari d’Oltremanica. E sprizza entusiasmo da tutti i pori, come un adolescente che ha scoperto la città dalle mille luci. “Ma vi rendete conto: abbiamo fatto i nostri incontri nei parchi. Così si fa: la città è di tutti. Ci sedevamo lì e parlavamo. Più di cento persone… che spettacolo Londra… genti diverse, culture che si incontrano, poi colori, profumi. Altro che da noi”. (more…)

Gli Stati Uniti finanziano il piano di apartheid stradale di Israele

maggio 23, 2010

Original Version: US Funds Israel’s Apartheid Roads Plan

L’agenzia del governo americano USAid sta contribuendo alla costruzione di una rete di strade “separate” per i palestinesi in Cisgiordania, mentre ai coloni israeliani resta l’uso esclusivo delle superstrade e delle strade di rapido scorrimento; in questo modo si crea un sistema di “apartheid stradale” che favorisce le colonie ed è in contrasto con l’obiettivo di creare uno stato palestinese – scrive il giornalista Jonathan Cook,  scrittore e giornalista free lance inglese che vive a Nazareth, in Israele; i suoi ultimi libri sono “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” (Pluto Press) e “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” (Zed Books), da “Medarabnews

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La costruzione di alcune sezioni di una controversa rete stradale separata in Cisgiordania, progettata da Israele per i palestinesi – lasciando le strade principali per l’uso esclusivo dei coloni – è finanziata dall’agenzia di aiuti del governo americano. Lo rivela una mappa preparata da ricercatori palestinesi.

Si dice che USAid, che finanzia progetti di sviluppo nelle aree palestinesi, abbia contribuito a costruire 114 chilometri di strade proposte dagli israeliani, nonostante la promessa fatta da Washington sei anni fa secondo cui gli USA non avrebbero fornito aiuti nell’attuazione di quello che è stato diffusamente descritto come il piano di “apartheid stradale” di Israele.
 
Ad oggi, l’agenzia ha finanziato la costruzione di quasi un quarto della rete stradale segregata proposta da Israele nel 2004, secondo quanto affermato dall’Applied Research Institute of Jerusalem (ARIJ).
 
Le strade intendono fornire percorsi alternativi per collegare le comunità palestinesi, spesso riqualificando contorti sentieri o costruendo gallerie al di sotto delle strade già esistenti. (more…)

Il testo integrale del Piano P2 e l’elenco degli iscritti

maggio 23, 2010

da “L’Unità

Licio Gelli, P2, Piano di Rinascita Democratica, il documento
Il Piano di Rinascita Democratica della Loggia P2, fu sequestrato alla figlia di Licio Gelli
nell’estate del 1982. Era, giova ricordarlo, la forma con la quale reduci della Repubblica di Salò e spezzoni della classe dirigente conservatrice volevano instaurare un dittatura soft nel paese.
Ogni giorno che passa, dalla costituzione di un sistema bipartitico, al controllo dei media (anche attraverso l’abolizione dei contributi pubblici), alla divisione delle carriere dei magistrati, all’abolizione del valore legale del titolo di studio, diventa più attuale.
In coincidenza con l’inopinato ritorno in tivù del Gran Maestro Venerabile della Loggia Massonica P2, Licio Gelli, con il programma “Venerabile Italia” in onda lunedì su Odeon Tv, riproponiamo per i lettori di Giornalismo partecipativo l’intero documento.

PIANO DI RINASCITA DEMOCRATICA DELLA LOGGIA P2
PREMESSA
1) L’aggettivo democratico sta a significare che sono esclusi dal presente piano ogni movente od
intenzione anche occulta di rovesciamento del sistema.
2) Il piano tende invece a rivitalizzare il sistema attraverso la sollecitazione di tutti gli istituti che la
Costituzione prevede e disciplina, dagli organi dello Stato ai partiti politici, alla stampa, ai sindacati,
ai cittadini elettori.
3) Il piano si articola in una sommaria indicazione di obiettivi, nella elaborazione di procedimenti –
anche alternativi – di attuazione ed infine nella elencazione di programmi a breve, medio e lungo
termine.
4) Va anche rilevato, per chiarezza, che i programmi a medio e lungo termine prevedono alcuni
ritocchi alla Costituzione – successivi al restauro del libero gioco delle istituzioni fondamentali –
che, senza intaccarne l’armonico disegno originario, le consentano di funzionare per garantire alla
nazione ed ai suoi cittadini libertà e progresso civile in un contesto interno e internazionale ormai
molto diverso da quello del 1946. (more…)

Ariani? No, lillipuziani

maggio 23, 2010

di Marco Impagliazzo per “Avvenire

Il 1938 fu un anno di scontro tra Chiesa e fascismo. L’avvicinamento dell’Italia alla Germania nazista e l’adozione di una legislazione antisemita provocarono quella che Andrea Riccardi ha definito una «disaffezione» dei cattolici verso il fascismo. In quell’anno terribile per l’ebraismo europeo, con il varo di leggi razziali in Italia, Ungheria, Romania e Austria annessa al Terzo Reich, vi fu una contrapposizione prolungata tra Pio XI e Mussolini. Il primo intenzionato a non cedere sulle questioni di principio, quali l’unità del genere umano e il rifiuto del razzismo; il secondo irritato da quella che considerava un’ingerenza della Chiesa in questioni politiche. 

Proprio il 1938 è il fulcro delle vicende narrate nel recente volume di Valerio De Cesaris Vaticano, fascismo e questione razziale (Guerini, pp. 288, euro 23,50). Il libro, che si basa su lunga ricerca d’archivio, descrive sia le reazioni del mondo cattolico italiano alla campagna antisemita del fascismo, sia il confronto diplomatico tra governo e Santa Sede sulla questione razziale. Ne emerge un quadro ampio, in cui le prese di posizione contro l’antisemitismo non furono poche e isolate come si potrebbe credere.  (more…)

“Confindustria, la vera casta, riesce a far rimpiangere il partito comunista cinese…”

maggio 23, 2010

Filippo Astone: “È un apparato da ministero degli Esteri che difende i grandi con i soldi dei piccoli”. E gli imprenditori veneti stufi di versare 150 euro per dipendente si schierano con lui

Stefano Lorenzetto per “Il Giornale

Predica contro la politica politicante, ma è il più vecchio e il più influente partito italiano, 142.000 iscritti che danno lavoro a 4,9 milioni di persone, ramificato come nessun altro sul territorio. Predica contro la burocrazia, ma si avvale di un apparato faraonico di 4.000 dipendenti, paragonabile per dimensioni soltanto a quello che consente al ministero degli Esteri di operare nei cinque continenti. Predica contro gli sprechi, ma preleva ogni anno dalle tasche dei propri associati qualcosa come 506 milioni di euro, poco meno di 1.000 miliardi di lire, per tenere in piedi una sede romana, 18 strutture regionali, 102 provinciali, 21 federazioni di settore e 258 organizzazioni associate. Predica contro la casta, ma è un organismo piramidale, dominato dal nepotismo, che procede dal padre e dal figlio come lo Spirito Santo nel Credo.
A questo punto sembrerebbe calzante la similitudine con cui Filippo Astone introduce nelle prime tre righe Il partito dei padroni (Longanesi), in libreria da giovedì scorso: «In Italia il cuore del potere pulsa con il ritmo di due grandi partiti che non si presentano direttamente alle elezioni: la Confindustria e la Chiesa cattolica». Con l’unica differenza che, mentre il battito della seconda è costantemente monitorato nelle piazze, sui giornali, in televisione, al cinema, nella saggistica, quello della prima è talmente flebile da risultare impercettibile.
Ad auscultarlo in profondità, con uno stetoscopio lungo 384 pagine, provvede ora Astone, 38 anni, torinese, da 10 redattore del settimanale economico Il Mondo, un cronista che viene dalla gavetta e, con tutta evidenza, non pare aver paura di ritornarci. «Mio padre morì quando avevo 14 anni. Appena laureato in scienze politiche, ho dovuto mantenermi da solo. Ho cominciato come abusivo nel 1992 a Roma, a Paese Sera, raccomandato da Adele Faccio, che mi ospitava a casa sua. Giravo in tram e, quando non avevo i soldi, non pagavo il biglietto. L’anno dopo ho vinto una borsa di studio al gruppo Class: Campus, Mf, Italia Oggi. Fino al 2000 ho collaborato a 25 diverse testate, incluso Il Giornale. Il primo anno a Milano eravamo in tre in una camera, poi in due, poi da solo, poi mi sono fatto il monolocale, poi il bilocale, poi la casa, dove ora vivo con Katarzyna, polacca, che nel 2000 rimase vedova all’improvviso, a 24 anni, con una bimba di 6 mesi. Ci siamo sposati a gennaio. Il mio istinto di orfano mi ha portato a prendermi cura di lei e di Camilla, che per me è più d’una figlia».
Sul giornalismo Astone ha le idee chiare: «Penso che il nostro mestiere consista nel raccontare ciò che i lettori non sanno e nello spiegare ciò che sanno». Con l’editore Longanesi aveva pubblicato lo scorso anno Gli affari di famiglia, nel quale faceva a pezzi alcuni celebri rampolli, accusati, bilanci alla mano, di non essersi rivelati all’altezza dei padri, inclusi Maurizio e Piergiorgio Romiti, figli di Cesare, presidente onorario della casa editrice per cui Astone lavora.
Stavolta la faccenda è assai diversa, molto meno personalistica e assai più politica, perché Il partito dei padroni ha trovato prim’ancora d’uscire parecchi sponsor proprio all’interno di Confindustria, soprattutto nel Nordest, dove il crescente malcontento per la gestione romanocentrica dell’elefantiaca organizzazione è palpabile da un decennio. Di sicuro almeno dal 2004, da quando il trevigiano Nicola Tognana fu costretto, nonostante fosse sponsorizzato dal presidente uscente Antonio D’Amato e da Silvio Berlusconi, a ritirarsi dalla corsa per la presidenza di Confindustria, avendo i poteri forti puntato su Luca Cordero di Montezemolo. Non a caso il libro di Astone domani alle 18.30 non sarà presentato ufficialmente né a Roma né a Milano, bensì a Venezia, nell’aula magna dell’Ateneo veneto in Campo San Fantin. Al fianco dell’autore, tre imprenditori che nel volume occupano parecchie pagine: Enrico Marchi, presidente della Save; Franco Moscetti, amministratore delegato dell’Amplifon; Ettore Riello, presidente della Riello group. (more…)

Dal caso Marta Russo a Stefano Cucchi, le intercettazioni che aiutano le inchieste

maggio 23, 2010

Daniele Mastrogiacomo per “La Repubblica

L’assurda morte di Stefano Cucchi, l’aggressione a Stefano Gugliotta. Ma anche il coinvolgimento di Gabriella Alletto nel caso Marta Russo che diede una svolta decisiva alle indagini. Le decine e decine di indagini sul traffico di droga, sulle truffe grandi e piccole, sugli scandali della mala sanità, sulla corruzione. Per non parlare dell’omicidio di Massimo D’Antona. “Senza le intercettazioni telefoniche”, chiarisce Luca Petrucci, avvocato, parte civile in numerosi procedimenti degli ultimi dieci anni, “molti casi sarebbero rimasti sepolti, non avrebbero mai ottenuto una verità processuale, nessuno avrebbe saputo nulla”.

Parlare di intercettazioni, oggi, è come toccare un ferro rovente. Investigatori, inquirenti, legali, ex magistrati ormai con ruoli inseriti nel contesto politico, evitano di ustionarsi. Di dire – e non solo pensare – perfino le cose più banali, l’ovvio. Quello che tutti percepiscono in modo chiaro: se passa questo provvedimento è la morte delle indagini, la fine di una realtà investigativa che smaschera l’illegalità diffusa nel nostro paese. La ragnatela degli Anemone, con i suoi contatti, i suoi coinvolgimenti, i rapporti diretti e indiretti, ha finito per toccare molti. L’imbarazzo suggerisce il silenzio. (more…)

Metànoia e tradizione, per Vian sono la vera riforma di B-XVI

maggio 22, 2010

Intervista al direttore dell’Osservatore Romano

Andrea Monda per “Il Foglio

La parola chiave è “metànoia”, conversione, la prima parola di Cristo che risuona nel Vangelo di Marco. Per Gian Maria Vian tutta questa discussione sulla “riforma della chiesa” rischia di essere mal condotta se si inseguono facili stereotipi come invece non ha fatto Chesterton, il più brillante apologeta cattolico del Novecento, il quale afferma provocatoriamente che “il marchio della fede non è la tradizione: è la conversione. E’ il miracolo in virtù del quale gli uomini scoprono la verità nonostante la tradizione, e spesso troncando tutte le radici dell’umanità”.

Benedetto XVI non è un Papa tradizionalista ma un cristiano che lotta per il rinnovamento, spiega al Foglio il direttore dell’Osservatore Romano: “Tenere uniti conversione e tradizione, questo è il punto. La provocazione di Chesterton mi appare ben incarnata nella predicazione dell’attuale Pontefice che anche di recente ha invitato i cristiani a lottare contro il peccato, questo male radicale, questo “agente oscuro e nemico” verrebbe da dire, citando Montini”. Paolo VI è un passaggio obbligato e continuo nella riflessione di Vian, così come la cura filologica con cui soppesa le proprie parole e analizza quelle altrui. “Ecclesia semper reformanda è un’antica espressione che, vedo con sorpresa, viene trattata da Adriano Prosperi con sufficienza. Non capisco come si possa bollare questa espressione latina come apologetica, con l’intento evidente di squalificarla. Ma perché poi l’apologetica dovrebbe essere qualcosa di negativo? Non facciamo tutti apologetica? Anche Prosperi la fa. Tra l’altro mi colpisce la contrapposizione, apologetica, tra un Wojtyla-pastore e un Ratzinger-curiale. La dicotomia di Prosperi mi sembra del tutto infondata storicamente. Questo Papa è certo un intellettuale e un docente, cioè un uomo immerso nella storia, che fa da ponte tra i suoi maestri e i suoi allievi, che dà vitalità e imprime una direzione alla tradizione, con apertura verso il futuro. Il problema dell’apologetica è allora il fatto che l’unica non ammissibile sarebbe quella cattolica. Oggi anche nei seminari e nelle università pontificie il termine non c’è più, ma l’insegnamento della materia è rimasto sotto il nome di teologia fondamentale, particolarmente cara a Joseph Ratzinger, che spiega i fondamenti della fede alle donne e agli uomini del nostro tempo, che ‘rende ragione’, come vuole san Pietro, della speranza del cristiano”. (more…)

Una vita per il medioevo latino

maggio 22, 2010

di Francesco Santi per “L’Osservatore Romano
Università di Cassino
La mattina di venerdì 21 maggio, a Firenze, nella sede della Certosa del Galluzzo, Claudio Leonardi ha aperto come tante altre volte la riunione del Comitato dei Garanti della Fondazione Ezio Franceschini; ha condotto la riunione con la consueta lucidità, e la solita prontezza a lanciare e ad accogliere nuove idee. Dopo il pranzo ha salutato gli amici, è tornato a casa, e nell’atrio della sua casa, con la fermezza e la calma dell’uomo vissuto nello Spirito, si è piegato per morire, all’improvviso, lavorando sino alla fine, come Beda descritto da Cuthbert. “Magister dilecte, restat adhuc una sententia non descripta”. At ille dixit:  “Scribe”. Et post modicum dixit puer:  “Modo descripta est”. At ille “Bene – inquit – consummatum est”.
Leonardi ha dato allo studio della letteratura latina del medioevo un impulso straordinario. Era nato il 17 aprile del 1926 a Sacco di Rovereto e si era laureato con Ezio Franceschini all’Università Cattolica del Sacro Cuore; aveva poi studiato con Gianfranco Contini a Friburgo e aveva lavorato come scriptor nella Biblioteca Apostolica Vaticana. A Roma aveva costruito un sodalizio intellettuale con Gustavo Vinay, ereditandone la direzione di “Studi Medievali” (tenuta dal 1970 al 2002). Aveva cominciato ad insegnare nell’università relativamente tardi, nel 1968:  a Lecce, Perugia, Siena (nella sede di Arezzo) e infine a Firenze, lasciando in ogni luogo una traccia. (more…)

Marx, fordismo, egemonia… Ecco il “Dizionario gramsciano”

maggio 22, 2010

Mille pagine, seicento voci per una critica dell’autore dei “Quaderni del carcere” più attenta «al testo»

Tonino Bucci per “Liberazione
Un dizionario è un dizionario. Non è un libro come tutti gli altri, non si legge dall’inizio alla fine lungo un’unica direzione. Un dizionario è una raccolta di parole, ciascuna definita per mezzo di altre parole che a loro volta sono definite per mezzo di altre parole ancora e così via praticamente all’infinito, attraverso sequenze e combinazioni imprevedibili. Finora, però, non s’era mai visto un dizionario che servisse a leggere un altro libro, eccezion fatta per la “Divina Commedia” dantesca o la “Scienza della logica” di Hegel e qualche altro raro caso. Il “Dizionario gramsciano 1926-1937” a cura di Guido Liguori e Pasquale Voza (edizione Carocci, pp. 918, euro 85) – presentato l’altro ieri a Roma con Maria Luisa Boccia, Alberto Burgio, Giuseppe Vacca, Tullio De Mauro e i curatori – «si pone l’obiettivo di ricostruire e presentare al lettore – in termini il più possibile accessibili – il significato dei lemmi, delle espressioni, dei concetti gramsciani, limitatamente al periodo della riflessione carceraria consegnata ai “Quaderni del carcere” e alle “Lettere dal carcere”». (more…)

Santoro: ‘E’ il momento di fare da soli’

maggio 22, 2010

Marco Travaglio per “Il Fatto

I nemici, gli amici, i conti in tasca e la tv: il conduttore a tutto campo

“Scusa, Marco, ma tu pensi davvero che, se la Rai mi offriva di dirigere una rete o un tg, o se soltanto mi chiedeva di continuare Annozero senza più guerre, io me ne sarei andato a fare un salto nel buio?”.

Michele, è un’ipotetica del terzo tipo: alla Rai comanda Berlusconi.

Certo, ma il Pd ha tre consiglieri, tra cui il presidente. A me sarebbe bastato che un pezzo del Cda facesse una battaglia per noi. Invece, appena ricevuta la proposta diMasi sulla transazione per farmi uscire dall’azienda, anche i consiglieri del Pd si sono affrettati a votarla. La prova che non considerano Annozero una risorsa strategica per la Rai.

Secondo te perché?

Prima del 2002,a ogni tornata di nomine Rai, si faceva il mio nome per dirigere tg e reti. Nel ’94 la presidente Letizia Moratti (Forza Italia) mi voleva direttore del Tg3. Dall’editto bulgaro in poi, il mio nome è scomparso anche dalle rose di nomi, anche del centrosinistra. La verità è che l’editto bulgaro vige tutt’oggi, per giunta condiviso dal centrosinistra. La pregiudiziale contro di noi è unanime, anche molto in alto…

Quanto in alto?

Lasciamo perdere, per carità di patria. (more…)

La nuova battaglia dei repubblicani: salviamo gli Stati Uniti e non la Grecia

maggio 22, 2010

di Paul Krugman, © 2010 NYT – distribuito da The NYT Syndicate
(Traduzione di Fabio Galimberti), da “Il Sole 24 Ore

La piattaforma politica del partito repubblicano non è propriamente creativa, ma gli esponenti del partito di tanto in tanto riescono a venir fuori con qualche trovata imprevista (di solito accolta da sconcerto). L’ultima mossa del partito dell’elefantino – arruolare parlamentari repubblicani per dichiarare pubblicamente la propria contrarietà a una partecipazione Usa al salvataggio della Grecia – è interessante per due aspetti: il primo è che gli Stati Uniti non sono impegnati nel salvataggio della Grecia; il secondo, e forse il più importante, è che nessun paese e nessuna organizzazione ci ha chiesto di farlo.

Come dice Ezra Klein del Washington Post, la tesi che l’America stia aiutando la Grecia è fondata su «un gioco di sponda». I repubblicani chiamano in causa l’appartenenza degli Stati Uniti al Fondo monetario internazionale, che ha accettato di mettere a disposizione fondi per coprire una parte del pacchetto di salvataggio.
Secondo i deputati Cathy McMorris Rodgers e Mike Pence, la quota del pacchetto di aiuti a carico degli Stati Uniti equivale a un salvataggio finanziato dagli Usa. Come loro e altri colleghi di partito hanno scritto in una lettera al segretario al Tesoro Timothy Geithnerdel 29 aprile, «probabilmente la Grecia non sarà l’ultima nazione importante dell’Unione Europea a richiedere l’assistenza del Fmi in un prossimo futuro. Le economie più importanti dell’Unione Europea si sono impegnate ad aiutare la Grecia, stabilendo un precedente per salvataggi di altri Paesi oberati dal debito. Quali sono i criteri per stabilire se gli Stati Uniti sono obbligati a prendere parte a questi sforzi di salvataggio?». (more…)

CHIAMATE L’ESORCITA A PROPAGANDA FIDE, LA CONGREGAZIONE DA 9 MILIARDI DI EURO DI PATRIMONIO CHE DÀ IMMOBILI DI PREGIO AL CENTRO DI ROMA

maggio 22, 2010

Marco Damilano e Denise Pardo per “l’Espresso

Questa volta, si teme nelle sacre stanze del Pontefice, non basterà la Provvidenza. Bisognerà passare a qualcosa di più terreno, per esempio a un commissariamento per riportare sotto controllo l’allegra e disordinata, a esser buoni, gestione della Sacra Congregatio. Eppure era andata di lusso mica per poco, per quasi quattro secoli ad evangelizzare fino ai confini della Terra, con missioni, donazioni, patrimoni immobiliari, chiese, tutto era filato liscio come l’olio.

Poi, più che il diavolo, potè un Angelo. Nel senso di Balducci, presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, l’uomo capace di trascinare in uno scandalo intrecciato di sacro e di mondano, San Pietro e Salaria Sport Village, faccendieri e missionari, elemosine e conti segreti, tonache e grembiulini, nell’affaire Cricca, Protezione civile, Anemonegate e altre amene inchieste, quello che viene chiamato Oltretevere “l’unico ministero con portafoglio”.

Propaganda Fide, patrimonio stimato intorno ai 9 miliardi di euro, la sola congregazione vaticana con il privilegio di un bilancio autonomo dal controllo della Santa Sede. E che bilancio! Per anni, però, affidato a un consultore laico, il suddetto Balducci, battezzato da un ruolo davvero centrale per elargire, amministrare, far fruttare quel ben di Dio, altro che gentiluomo di Sua Santità, carica perlopiù utile per far prendere aria al vecchio frac. (more…)

Shoah, quei treni si potevano fermare?

maggio 22, 2010

Paolo Sorbi per “Avvenire

«È un errore supporre che il problema di evitare un’altra guerra non solo europea ma, con ogni probabilità mondiale, dipenda, per la maggior parte, dalla risposta che Hitler ha indirizzato alle potenze di Locarno. Bisogna, io credo, fermare ora la valanga!» Così Winston Churchill sull’Evening Standard del 3 aprile 1936. Come sappiamo le potenze democratiche fecero orecchie da mercante. Continuarono inutili conversazioni col tiranno tedesco e pochi anni dopo scoppiò la tremenda Seconda guerra mondiale. Se non inquadriamo “l’abbandono ebraico” in questo scenario di politica internazionale di metà, fine degli anni Trenta non possiamo intendere perché poi nessuno poté più salvare l’ebraismo europeo. Allora, nell’inizio del ’36, con una decisione di attacco alla Germania nazista, sarebbe stato possibile. Ma questo non ci fu.

L’impossibilità di agire durante la guerra, mentre si doveva agire prima, lo sottolinea correttamente Claude Lanzmann, attuale direttore di Temps Modernes e grande regista di Shoah, in un lungo servizio uscito di recente sul Nouvel Observateur. Le democrazie furono culturalmente innanzitutto, e poi anche politicamente, “bloccate” dall’insidiosa tattica hitleriana, accettarono la linea delle continue mediazioni con Hitler dell’allora primo ministro inglese Chamberlain. Anche perché, ribadisce sempre Lanzmann, la percezione dell’importanza culturale e spirituale dell’Ebraismo nella millenaria storia europea non era affatto centrale nell’opinione diffusa degli europei, sia nelle élites che nelle popolazioni.  (more…)

Il sindaco Bandiera, vessillo della politica maneggiona

maggio 22, 2010

Arrogante, inossidabile ai cambi di regime, avido. In un racconto, inedito dal ’56, lo scrittore descrive il prototipo del capataz di partito

Leonardo Sciascia da “Il Giornale

Per tutto un anno venne a scuola con un pantalone di velluto verde a coste (allora non era di moda il verde né il velluto), la giacca turchina, un maglione rosso a greche nere; e si ebbe il soprannome di Bandiera, ché alla distanza di un miglio, e sempre agitato e saltellante com’era, dove c’era lui pareva ci fosse la sbandierata. A scuola, quando c’era da fare il tema, implorava che io gli dettassi il principio e la conclusione «mi basta l’avvio» diceva «e poi quattro belle parole per concludere». E poiché glielo dettavo intero, si rifaceva all’adunata del sabato, era cadetto e gli davano da comandare la nostra squadra, ci faceva marciare nel cortile e ogni tanto mi chiamava per nome con voce vibrante di collera e aggiungeva «il passo sbagli, cambialo, hai proprio la testa dura». Sapeva incazzarsi in un modo, alle adunate, che poi a scuola gli dicevo «se vinciamo la guerra, perlomeno federale diventi» lo dicevo con convinzione, e anche lui ci credeva: socchiudeva gli occhi e come dall’alto mi guardava. Era sempre primo nelle manifestazioni; e tra il colore del vestito e quello della bandiera che sempre riusciva ad agguantare, pareva il campionario del super-iride. (more…)

Scene e pitture (Füssli e altri)

maggio 22, 2010

Memorie lontane da una magnifica mostra e da palcoscenici d’antan

Alberto Arbasino per “Il Foglio

Ahi, che dispiacere, non aver potuto partecipare alla magnifica mostra “De la Scène au Tableau”, riunita da Guy Cogeval al Musée Cantini di Marsiglia, ora al Mart di Rovereto, e in seguito a Toronto. Mancanza di tempo serio, naturalmente. Ma soprattutto, limitazioni temporali – dalla fine del Settecento con David e Füssli all’alba del Novecento con Appia e Gordon Craig – che escludono ogni esperienza teatrale e visuale diretta, da raccontare. Un peccato, per chi nei giovani anni potè ammirare le scene e i costumi di De Chirico, Castrati, Cassinari, Cagli, Sironi, Clerici, i due Benois, Lila De Nobili, Léonor Fini, Eugene Berman, Salvatore Fiume, Foujita, Sciltian, Sassu, e Picasso, nonché Zeffirelli, Zuffi, Tosi, Pizzi, Ratto, Coltellacci, Damiani, Colonnello…

Ma le mie più lontane memorie del Neoclassicismo teatrale, purtroppo, risalgono ai memorabili colpi di calcagno e coturno di Maria Callas nella Medea alla Scala, e di Jean Marais nel Britannicus alla Comédie Française, per la risistemazione delle pieghe del manto pesante dopo la discesa di ciascun gradino. Senza la souplesse delle discese di Wanda Osiris cantando giù per scale ben più impegnative. Mentre la gestualità da statuaria greca tipica si ritrovava smandrappata fra centurioni scalcinati e legionari decrepiti – Pierre Dux e Pierre Fresnay, Bruti e Catoni e Pompei e Lentuli con gambe varicose, occhi bistrati, braccini molli, rughe frananti da vecchi setter, chiusura-lampo sulla corazza di plastica tipo sedile d’auto – nella Guerre civile di Montherlant che invece di liberarci dai Greci e dai Romani si ispira alla Farsaglia di Lucano (poeta chiamato da Marziale “l’Unico Cordovese”, come un torero). E sempre di Montherlant, sempre alla Comédie Française, tre ore senza intervallo di Port-Royal, alti portamenti e birignao di signore della scena, già “cameos” nei film Scalera e Itala e Invicta degli anni Quaranta, con le loro permanentine quasi albine, le alopecie da vecchi volpini, il riverbero del riflettore cheap nella doppia lacrimetta di glicerina: Germaine Kerjean, Annie Ducaux, Renée Faure, Berthe Bovy, Denise Noël. Ma suprema, l’eccelsa birbona Marie Bell, talvolta sublime Phèdre di Racine e talvolta birbantissima Voleuse de Londres in impiccagioni ottocentesche con un vecchio prefetto di polizia in preda a sconvenienti pâmoisons su “ces belles petites mains de voleuse”, sotto il patibolo. Ma (come con Edwige Feuillère), quale allure! (more…)

Intervista a Luciano Canfora

maggio 21, 2010

«Oriente, quel concetto è solo ideologico»

Vittorio Bonanni per “Liberazione
E’ “Orienti” il tema della sesta edizione del Festival internazionale della storia che da oggi prende il via a Gorizia fino a domenica prossima per iniziativa dell’associazione “èStoria” e a cura di Adriano e Federico Ossola. Un tema appassionante, vastissimo, che ha sempre suscitato nel mondo occidentale i sentimenti più svariati come fascino, paura, demonizzazione, attrazione, voglia di indagare o di immedesimarsi. Tanti gli storici e gli studiosi invitati, italiani e stranieri. Tra questi c’è anche Luciano Canfora. filologo classico, appunto storico, saggista, un intellettuale di levatura internazionale con il quale abbiamo cercato di dipanare questa matassa aggrovigliata che sta intorno al concetto di “Oriente”. 

Professor Canfora, difficile dare una definizione univoca di Oriente. Gli stessi organizzatori del Festival sostengono «l’impossibilità di pensare, individuare o circoscrivere un “Oriente” tout court». Che cosa ne pensa?
La domanda è curiosa. Si tratta di un concetto vago. E a rigore non c’è e non può esserci un atteggiamento unitario nei confronti dell’Oriente. Dal punto di vista geografico poi basta cambiare posizione e l’Oriente cambia. Per esempio la Grecia è stata considerata per tanto tempo Oriente. Però nello stesso tempo è considerata la culla dell’Occidente essendo quel paese la matrice della nostra cultura. La contraddizione appare dunque di immediata evidenza. Sono, quelli che usiamo, termini convenzionali che cambiano continuamente di valore. Tornando alla Grecia questa faceva parte dell’Impero turco fino a che non si liberò nei primi decenni dell’Ottocento. Dopo, comunque, la Turchia e l’Impero ottomano fino alla Prima guerra mondiale con la rivoluzione di Ataturk costituirono un problema, determinando la cosiddetta “questione d’Oriente”. L’Italia pensò di contribuire a risolverla con la forza quando nel 1912 aggredì la Libia, determinando peraltro una spinta non lieve verso la Prima guerra mondiale. La Libia è situata un po’ più a Occidente, e non di meno la si considerava, essendo parte dell’Impero ottomano, un pezzo dell’Oriente. Dopo di che Oriente è anche il Giappone che è il più occidentale dei paesi occidentali. Un paese iperoccidentale ma non soltanto da dopo la guerra. Già dalla seconda metà dell’Ottocento prese la Germania come modello, tanto che la cultura tedesca cominciò ad essere molto presente in Giappone. Werner Sombart, un grande sociologo tedesco, ha lasciato tutta la sua biblioteca all’Università di Tokyo e sta ancora tutta lì. Poi copiò il nazismo, e ancora l’America. Insomma il Giappone ha fatto suoi sempre modelli occidentali. Però a rigore, possiamo dire che il concetto di “Oriente” è inutile e tutto sommato vago. A conferma di questo basti pensare che i francesi hanno sempre considerato i tedeschi, soprattutto i prussiani, dei centro-orientali. Durante la contrapposizione Francia-Germania, con il secondo impero francese di Napoleone III da un lato e il cancellierato di Bismarck dall’altro, i tedeschi erano considerati l’avamposto dell’Oriente. Ma lo stesso cancelliere prussiano considerava se stesso un grande statista dell’Occidente che aveva buoni rapporti con un grande rappresentante del mondo orientale che era lo Zar. Ma se la geografia non ha cambiato natura, la stessa Russia è un pezzo dell’Europa ma nello stesso tempo un grande Stato orientale.  (more…)

Tatuaggi sulla carne e nell’anima

maggio 21, 2010

La corporeità nel pensiero e nell’arte

Il 23 maggio si concluderà a Torino l’ostensione della Sindone. Continua invece fino al 1 ° agosto alla Venaria Reale la mostra – organizzata da Imago Veritatis e curata da Timothy Verdon – “Gesù. Il corpo, il volto nell’arte”. Dal catalogo (Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, 2010, pagine 336, euro 35) pubblichiamo quasi integralmente il saggio scritto dall’Ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede.

di Mordechay Lewy  per “L’Osservatore Romano

La corporeità nell’ebraismo, in contrapposizione alla spiritualità nel cristianesimo, è stata per secoli oggetto di numerose polemiche, conclusesi, a volte, in maniera disastrosa per gli ebrei. Scrivendo questo mio saggio, non è mia intenzione rinfocolare il circolo di polemiche. Al contrario, vorrei far luce su alcuni aspetti che possano ridurre la polarizzazione creatasi nel corso dei secoli. Né il giudaismo né il cristianesimo hanno aderito sempre pienamente alla corporeità o alla spiritualità rispettivamente. Talora troviamo ebrei che elaborano la loro dottrina adottando la filosofia ellenistica, come, per esempio, Filone d’Alessandria, o persino concezioni aristoteliche della vita dopo la morte, come Maimonide. La Qabbalah ebraica ha sviluppato un concetto molto corporeo di Dio, compresa l’idea di reincarnazione dell’anima. La maggior parte dei cristiani hanno inteso Dio quale entità corporea adottando l’idea dell’incarnazione, del Verbo fattosi carne. L’idea della transustanziazione contribuì al culto del Corpus Christi stabilito nel 1264. L’arte cristiana divenne corporea nel momento in cui furono necessari dipinti più naturalistici per diffondere la nuova dottrina. Tuttavia, pur prendendo in prestito gli uni dagli altri, ebrei e cristiani rimasero fedeli ciascuno alla propria verità.  (more…)