Archive for giugno 2010

Pierre-Auguste Renoir, 1881, Ragazze in nero, Museo Puškin, Mosca

giugno 30, 2010

Luiss, parte l’assalto a 50 mln di euro

giugno 30, 2010

Guerra tra Marcegaglia e Montezemolo per lo scrigno dell’ateneo

Nell’articolo: Nel composito business della società ci sono anche le locazioni immobiliari (che nel 2009 hanno fatturato 136.650 euro), la locazione dei campi sportivi (89.910 euro) e la vendita dei libri Luiss University Press (43.920 euro)

Stefano Sansonetti per “ItaliaOggi

La posta in palio è elevata, per una serie infinita di motivi. Non ultimo quello economico. La Luiss, l’università di Confindustria, custodisce al suo interno uno scrigno che vale la bellezza di 50 milioni di euro. Una parte, circa 37 milioni, è costituita da titoli e partecipazioni varie, il resto, più o meno 12,5 milioni, è rappresentato da liquidità in cassa. Questo ennesimo tesoretto, che si aggiunge ai 232 milioni di partecipazioni in pancia a viale dell’Astronomia (vedi ItaliaOggi del 16 giugno scorso), permette di capire ancora meglio l’entità dello scontro che sta andando in scena tra il numero uno degli industriali, Emma Marcegaglia, e il suo predecessore, Luca Cordero di Montezemolo. Quest’ultimo, almeno per il momento, siede ancora sulla poltrona di presidente del consiglio di amministrazione della Libera università internazionale degli studi sociali Guido Carli. Ma sullo stesso scranno, secondo una consolidata tradizione confindustriale, vorrebbe andare a sedersi l’attuale presidente di viale dell’Astronomia, la Marcegaglia stessa. Un attrito sfibrante, che qualche tempo fa aveva addirittura prodotto un tentativo di compromesso. Si tratta del cosiddetto «lodo Abete-Regina». In pratica Luigi Abete, ex numero uno degli industriali e consigliere di amministrazione della Luiss, in compagnia di Aurelio Regina, oggi presidente degli industriali di Roma ma candidato forte alla successione della Marcegaglia, avevano messo sul piatto una proposta: consentire al past president di viale dell’Astronomia di occupare la presidenza dell’Ateneo confindustriale, in una sorta di alternanza. Proposta che evidentemente non piace molto alla Marcegaglia, intenzionata a far valere la tradizione (senza contare che Regina e Abete sono più vicini a Montezemolo). (more…)

«Tutto il sesso (segreto) sotto l’ombra del Vaticano»

giugno 30, 2010

Nell’articolo: E c’è poi la storia di Maronzia, una senatrice romana che fu figlia di papi, amante di quattro papi, madre, nonna e bisnonna di pontefici. Possiamo considerarla una vera e propria papessa»

Luciana Cimino per “L’Unità”

Diciassette papi pedofili, dieci incestuosi, dieci ruffiani, nove stupratori. E poi ancora pontefici sposati, omosessuali, travestiti, concubinari, sadici, masochisti, voyer. Nei giorni in cui la Corte Suprema Usa stabilisce che i preti possono essere processati per i reati di pedofilia e non si placano le polemiche per le perquisizione predisposte dalla magistratura belga nelle sedi episcopale del paese (definite da benedetto XVI «deplorevoli») esce in Italia per le edizioni Ponte alle Grazie il nuovo libro di Eric Frattini, giornalista, professore universitario a Madrid, autore di saggi sui sistemi spionistici tradotti in tutto il mondo. Frattini, originario di Lima, torna a occuparsi della chiesa cattolica con il documentatissimo “I papi e il sesso”. (more…)

Argentina ’78: la tragedia a pochi passi dai campi di calcio

giugno 30, 2010

Mentre il Paese vive con trasporto i mondiali di calcio, si consuma l’Auschwitz argentino. Militari, calcio e legittimazione internazionale. Testimonianze di una pagina dolorosa per la storia dell’umanità

Nell’articolo: Nel 1976, un colpo di Stato militare rovesciò il governo di Isabel Martínez de Perón, alla guida del paese dopo la morte del marito Juan Domingo Perón tornato trionfalmente dall’esilio tre anni prima. Una volta assunto il potere, i generali affermarono di aver salvato la nazione dalla «dissoluzione e dall’anarchia» e di aver assunto la conduzione dello Stato in ottemperanza delle loro «obbligazioni permanenti»

Raffaele Nocera per “Limes

Strani tipi sotto casa (Firenze, Le Lettere, 2002, pp. 109) è il titolo del racconto dell’argentino Antonio dal Masetto, suggeritomi da un collega, Loris Tassi, docente di Letteratura ispanoamericana all’Orientale di Napoli. Il libro narra la storia di Pablo, giornalista solitario e un po’ scontroso, ed è ambientato a Buenos Aires, in Argentina. Siamo nel giugno del 1978 e il paese vive con grande trasporto il mondiale di calcio. Il giorno prima della finale tra la squadra di casa e l’Olanda (finita 3-1 per gli argentini) Pablo si accorge che, appunto, degli strani tipi sono sotto casa sua. Non sa se sono lì per lui, per spiarlo e tenerlo sotto controllo, o più semplicemente per sorvegliare il quartiere affinché “l’ordine e la disciplina” regnino sovrane in una città – e in una nazione – allora al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale.

In realtà, non sa nemmeno chi siano e che cosa ci facciano all’angolo del palazzo in cui vive. Ma ciò basta a mandarlo nel panico, a costringerlo a dubitare di sé e della vita che conduce, a rovinargli l’esistenza. Attorno a lui si crea il vuoto, i suoi più cari amici lo abbandonano, preoccupati di essere immischiati in una vicenda che può costare loro molto caro. Al suo fianco rimane solo Ana, amica e amante, che con Pablo condivide anche le paure e il senso di scoramento e frustrazione per una violenza silenziosa e orribile che senza avvisarti e senza che tu abbia fatto alcunché un bel giorno può abbattersi su di te e spazzarti via come una mosca. (more…)

Legalizzare la cocaina?

giugno 30, 2010

In America un libro prova ad aprire il delicato dibattito e affrontare il fallimento delle strategie attuate finora. Il ragionamento si basa su due punti: la guerra alla droga ha sempre fallito, e il traffico rafforza la criminalità

Nell’articolo: Sulle controindicazioni della legalizzazione, come il possibile monopolio delle case farmaceutiche e quindi l’insufficiente controllo da parte dello Stato, Feiling si dice fiducioso che le nazioni abbiano imparato dall’esperienza tabacco: secondo lui, se si tornasse indietro nel tempo i governi non darebbero di nuovo in mano ad aziende private l’industria delle sigarette.

da “ilpost

Negli Stati Uniti il dibattito sulla legalizzazione della marijuana è sempre più vivo e l’opinione dei cittadini americani sta pian piano cambiando, mentre in Gran Bretagna è stato recentemente approvato l’uso della cannabis per scopi terapeutici e la campagna è guidata da anni dal settimanale Economist, non sospettabile di estremismo fricchettone. In nessuna delle due nazioni, però, la legalizzazione della cocaina è per il momento nemmeno pensabile.

Tom Feiling, giornalista inglese, cerca di far crescere la discussione con il libro che ha da poco pubblicato negli Stati Uniti, Cocaine Nation: How the white trade took over the world, in cui espone le conclusioni a cui è arrivato dopo mesi di ricerche e studi del problema. Conclusioni che si sintetizzano così: per risolvere i problemi legati al commercio della droga bisogna legalizzare la cocaina.

Feiling ha parlato con produttori, spacciatori e consumatori di cocaina. È stato in Colombia — un posto che conosce bene, in cui ha girato Resistencia: Hip-Hop in Colombia, film vincitore di diversi premi — per studiarne la coltivazione e l’uso, seguendo i traffici di cocaina fino alle strade di New York. Come tiene a far notare nell’intervista a Salon, la sua non è una provocazione ma una proposta concreta. (more…)

Così i camalli affondarono la democrazia dell’alternanaza

giugno 30, 2010

Il 30 giugno di cinquant’anni fa i portuali misero a ferro e fuoco Genova. Le violenze minarono il governo di centrodestra e il possibile cambiamento

Nell’articolo: L’Msi ebbe l’infelice idea di celebrare il suo congresso a Genova, città antifascista con un forte movimento sindacale e comunista. Di fronte alle minacce della sinistra, il Prefetto di Genova aveva saggiamente proposto di spostare il congresso missino a Nervi. Ma social-comunisti, Anpi, Cgil e portuali non accettarono il compromesso; volevano cogliere il pretesto del congresso missino per abbattere il governo di centro-destra. Sarà proprio Sandro Pertini (che perfino il suo compagno di partito Pietro Nenni considerava un violento) ad accendere il fuoco della rivolta con il «discorso del brichettu» (il fiammifero) del 28 giugno

Marcello Veneziani per “Il Giornale

Se cercate la scatola nera della sinistra italiana, potrete trovarla nel porto di Genova. Là, esattamente cinquant’anni fa, in un giugno più caldo del presente, la sinistra sfregiò la democrazia e fece cadere un governo legittimamente uscito dalle urne con un moto violento di piazza. Sto parlando dei ganci di Genova, come furono chiamati in gergo missino i micidiali ganci usati dai portuali comunisti, i feroci camalli che scesero in piazza per impedire lo svolgersi di un regolare congresso nazionale del Msi. Oggi tv e giornali ricordano i fatti di Genova con un sottinteso epico, quasi a celebrare un’epopea partigiana di giustizia e libertà. Affiorano rievocazioni nostalgiche di quel clima, in cui perfino le auto bruciate e le magliette a strisce dei portuali sono ricordate con tono elegiaco da commosso amarcord. E invece quell’evento che Aldo Moro definì «il più grave e minaccioso per le istituzioni» dalla nascita della Repubblica italiana, fu un vero e proprio golpe di piazza che tardò la nascita di una democrazia matura fondata sull’alternanza, resuscitò gli spettri della guerra civile e alimentò nella destra frustrata rigurgiti di neofascismo e sogni di golpe. Il principale testimonial e istigatore di quell’evento, con Umberto Terracini, fu Sandro Pertini, che ritrovò in quella mobilitazione lo spirito bellicoso della lotta partigiana, non accorgendosi che si trattava di una mobilitazione violenta contro un pacifico congresso ed un legittimo governo liberal-democratico. Era l’epoca del governo Tambroni, il primo governo di centro-destra che godeva dell’appoggio esterno dell’Msi. Il Paese viveva il boom economico, ormai pacificato, la violenta contrapposizione tra fascismo e antifascismo si era spenta, e anche la guerra fredda, con l’avvento di Krusciov e Kennedy si era intiepidita (salvo poi riaggravarsi a Cuba), assopendo l’antitesi comunismo-anticomunismo. Non era ancora stato eretto il Muro di Berlino. (more…)

Niente pasticci in salsa greca

giugno 30, 2010

Nell’articolo: Quando per tenere a galla un paese si usano soldi pubblici, quei fortunati investitori i cui crediti sono prossimi a maturare spesso se la cavano senza scotto alcuno da pagare, giacché gli aiuti di Fmi o Ue consentono di pagarli in toto. Quando però subentra un eventuale default, le perdite per i creditori rimasti sono molto più gravi, perché i creditori pubblici si prendono la prima fetta di ciò che rimane. In parole povere, quindi, le ristrutturazioni ben pianificate e strutturate – come si sono viste in Pakistan e in Ucraina nel 1999 e in Uruguay nel 2002 – sono per la maggior parte dei creditori privati, per la nazione debitrice e per le istituzioni multilaterali molto meglio di un raffazzonato salvataggio in extremis

di Nouriel Roubini per “Il Sole 24 Ore”,

(Traduzione di Anna Bissanti)
© THE FINANCIAL TIMES

È giunto il momento di ammettere che la Grecia non sta soffrendo soltanto di una crisi di liquidità: sta per affrontare per di più una crisi di insolvenza. Le agenzie di rating hanno iniziato a declassare il suo debito pubblico a livello di spazzatura, mentre la settimana scorsa gli spread sui bond sovrani greci hanno raggiunto nuove vette. Il piano di salvataggio in extremis da 110 miliardi di euro approvato a maggio dall’Unione Europea e dal Fondo monetario internazionale posticipa soltanto l’inevitabile default.

Al contrario, ciò che serve assolutamente e adesso è una ristrutturazione ben strutturata del debito pubblico della Grecia.
Le misure di austerity che la Grecia ha acconsentito a firmare per ottenere il salvataggio in extremis impongono un drastico aggiustamento fiscale del 10% del Pil. Ciò protrae la recessione del paese, lasciandola con un rapporto tra indebitamento pubblico e Pil pari al 148% entro il 2016. A questi livelli, è alquanto probabile che basti anche una scossa minima per innescare un’ulteriore crisi debitoria. Per stabilizzare il rapporto debito-Pil entro il 2016 nelle economie più avanzate saranno anche necessari misure e accorgimenti improntati al rigore – come concordato dal G-20 lo scorso week end – ma nel caso della Grecia questa “stabilizzazione” di fatto sarebbe insostenibile.
Si mettano a confronto la Grecia odierna e l’Argentina del periodo 1998-2001, contrassegnato da una crisi che culminò in un default molto sregolato. Il deficit fiscale dell’Argentina all’inizio era pari al 3% del Pil, mentre quello della Grecia è del 13,6 per cento. Il debito pubblico argentino era pari al 50% del Pil, mentre quello greco è del 115% e continua a crescere. Infine, l’Argentina aveva un deficit delle partite correnti pari al 2% del Pil, mentre quello della Grecia è del 10 per cento. Se l’Argentina è stata insolvente, la Grecia lo sarà due volte o perfino tre volte tanto.
Quanti sostengono che la Grecia possa evitare una ristrutturazione del debito rammentano i precedenti ingenti tagli fiscali ordinati da paesi quali Belgio, Irlanda e Svezia negli anni Novanta. Simili esempi, tuttavia, sono irrilevanti, giacché quelle ristrutturazioni ebbero luogo su periodi più lunghi e in periodi di crescita economica. (more…)

L’anello di congiunzione

giugno 30, 2010

Nell’articolo: Intrattiene rapporti continuativi con l’associazione per delinquere tramite numerosi esponenti di rilievo del sodalizio criminale, tra i quali Stefano Bontate, Girolamo Teresi, Ignazio Pullarà, Giovanbattista Pullarà, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà, Giuseppe Di Napoli, Pietro Di Napoli, Raffaele Ganci, Salvatore Riina

Giuseppe D’avanzo per “La Repubblica

UNA sentenza ripete per la seconda volta, in appello, una verità tragica: Marcello Dell’Utri, l’uomo che ha accompagnato passo dopo passo, curva dopo curva, tutt’intera l’avventura imprenditoriale di Silvio Berlusconi è stato un amico dei mafiosi, l’anello di un sistema criminale, il facilitatore a Milano degli affari e delle pretese delle “famiglie” di Palermo, prima del 1980. Dei Corleonesi, almeno fino al 1992 quando cadono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Se sarà confermata dal giudizio della Cassazione, è una “verità” tragica perché ricorda quanto le fortune del Cavaliere abbiano incrociato e si siano sovrapposte agli interessi mafiosi e rammenta come – ancora oggi – possa essere vigoroso il potere di ricatto di Cosa Nostra su chi governa, sui soci di Berlusconi, forse sullo stesso capo del governo. È stupefacente, alla luce di queste osservazioni, il vivamaria che minimizza, ridimensiona, sdrammatizza l’esito della sentenza di Palermo. Come naufraghi al legno, ci si aggrappa – uno per tutti, lo spudorato Minzolini retribuito con pubblico denaro – alla riduzione della pena di due anni. Dai nove del primo grado ai sette anni di oggi, contro gli undici chiesti dall’accusa in appello. La decisione della corte conclude infatti che “dal 1992 ad oggi, il fatto (il soccorso offerto da Dell’Utri a Cosa Nostra) non sussiste”. Prima di affrontare ciò che la sentenza esclude, è un obbligo esaminare ciò che i giudici confermano.

Per farlo, è utile riproporre, liberato dal groviglio di gerundi, il capo di imputazione che la sentenza approva e punisce. Sono parole così chiare e aspre che saranno accantonate per prime dal dibattito pubblico e dai ministri del culto di Arcore. (more…)

Forza Italia masfiosa? Una bufala

giugno 30, 2010

La corte d’Appello di Palermo abbatte i falsi teoremi montati dai professionisti dell’antimafia. Altro che mandanti occulti o politica collusa: Dell’Utri è estraneo alle trattative con i boss

Nell’articolo: Dell’Utri non ha avu­to niente a che fare con Pro­venzano, come sosteneva In­groia nell’aula di Giustizia e ripeteva in televisione anche recentemente il ventriloquo Massimo Ciancimino, rac­contando che l’aveva saputo da quel sant’uomo del padre defunto; e non ha avuto nien­te a che fare con i fratelli Gra­viano, come questi hanno raccontato a Gaspare Spatuz­za a un tavolino del bar Do­ney a via Veneto a Roma. Del­l’Utri non ha mai “trattato” con Cosa nostra, né coi “mo­derati”, né con gli “stragisti”, né per conto di Silvio Berlusconi, né all’insaputa di Ber­lusconi, il Cavaliere “incon­sapevole”, per fare un parti­to che conquistasse il Paese e lo consegnasse “nelle ma­ni” della mafia

Lino Jannuzzi per “Il Giornale

C’è un pubblico ministero a Palermo che non merita le reprimenda che Silvio Berlusco­ni di solito fa ai magistrati poli­ticizzati. Si chiama Antonino Gatto ed è il procuratore gene­rale che al processo d’appello contro Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado per concorso esterno in asso­ciazione mafiosa, ha chiesto non solo di confermagli la con­danna, ma di aumentargli la pena da nove anni ad undici. E tuttavia l’ha fatto senza mai nascondere qual era il vero obiettivo della procura.

Fino all’ultimo, quando, concludendo e ri­volgendosi ai giudici che sta­vano per entrare in camera di consiglio, ha detto: “Dove­te prendere una decisione storica, non solo dal punto di vista giudiziario, ma per il no­stro Paese. Voi potete contri­buire alla costruzione di un gradino salito il quale, forse, si potranno percorrere altri scalini che potranno fare ac­certare le responsabilità che hanno insanguinato il no­stro Paese… C’è un dovere che attiene al modo di essere giudici. Non ci si può ferma­re al rapinatore che fa la pic­cola rapina. Qui è il potere che viene processato, un po­tere che ha tentato di condi­zionare e di sfuggire al pro­cesso”.

Con grande sincerità, o se si vuole con eccessivo cando­re, il procuratore Gatto ha svelato pubblicamente che a Palermo stanno processan­do Dell’Utri da tredici anni non per i suoi presunti rap­po­rti con qualche mafioso ti­po Vittorio Mangano, lo “stal­liere di Arcore”, come si può processare “un rapinatore che fa una piccola rapina” ­ma come occasione e prete­sto per processare il “pote­re”, e un potere responsabile delle stragi “che hanno in­sanguinato il Paese”, cioè per processare Berlusconi e il suo partito, colpevoli di aver trattato con la mafia e averle dato mandato di fare le stragi per aprirsi la strada per il governo e il potere: la condanna chiesta per Del­l’Utri doveva essere solo un “gradino” per poi salire gli “altri scalini” per inchiodare alle loro responsabilità Ber­lusconi e i suoi accoliti. (more…)

«Sono stata una spia Cia» Juanita Castro si racconta cinquant’anni dopo

giugno 29, 2010

In libreria l’autobiografia della sorella di Fidel e Raúl. Nel ’64 lasciò Cuba per gli Usa

Nell’articolo: “Coesistenza pacifica e Contenimento”, gennaio 1969. Usa e Urss inaugurano un nuovo corso, «puntualissimi vennero da me due agenti della Cia. Si presentarono semplicemente come l’Agente A e l’Agente B». Senza preamboli e nessuna «delicatezza», le dicono questo: che il confronto tra il governo Usa e Cuba ha preso un’altra piega e quindi lei deve piantarla e anzi fare dichiarazioni consone al clima della “distensione” in atto e magari giurare che il comunismo non minaccia affatto l’America latina…

Maria R. Calderoni per “Liberazione
«Signore e signori, un cordiale buonasera. Permettetemi di presentarvi la signorina Juanita Castro Ruiz, sorella di Fidel Castro, primo ministro del governo cubano, e di Raùl Castro, capo dell’esercito di quel paese. La signorina Castro ha delle dichiarazioni da fare». E’ la sera del 29 giugno 1964, Città del Messico, conferenza stampa convocata «per tutti i mezzi di informazione nazionali ed esteri» e mandata in onda sui canali 4 e 5 della Tv messicana, moderatore «l’importante» giornalista Guillermo Vela. E alla Tv messicana c’è proprio lei in persona, la sorella di Castro, «centinaia di flashes lampeggiarono verso di me», racconta lei stessa in questo inimmaginabile libro firmato da lei medesima – I miei fratelli Fidel e Raùl. La storia segreta , Fazi editore, pp. 453, euro 19,50 -. Una “amena” autobiografia spuntata fresca fresca cinquant’anni dopo, in cui lei, la signorina Castro-sorella-di-Castro, racconta ilare e leggera come e perché fu a lungo una spia a libro paga Cia. Come e perché, cinquant’anni dopo «non mi pento. E se dovessi scegliere oggi lo rifarei». (more…)

Tutte le guerre del Congo

giugno 29, 2010

In cinquant’anni dall’Indipendenza, celebrati domani, il paese non ha mai conosciuto una pace stabile

Nell’articolo: Nel giugno del 1960 il Belgio decise di concedere la totale indipendenza al Congo per evitare insurrezioni e violenze come già era avvenuto in altri paesi africani negli anni precedenti

da “ilpost

L’ultimo secolo della storia del Congo è stato condizionato da guerre sanguinarie, carestie ed efferate razzie compiute contro la popolazione. Per capire le ragioni di una guerra infinita occorre tornare indietro nel tempo di un bel pezzo. Leopoldo II, il re del Belgio, conquistò il controllo del Regno del Congo verso la fine dell’Ottocento facendone uno stato indipendente di sua proprietà personale e dandogli il nome di Stato Libero del Congo. La criminalità nella colonia, sfruttata principalmente per la raccolta del caucciù, aumentò progressivamente e nel 1908 Leopoldo II decise di trattare il paese come una colonia vera e propria, rinunciando alla proprietà personale. (more…)

Guantanamo non si può chiudere. Ora se n’è accorto anche Obama

giugno 29, 2010

Nell’articolo: L’Amministrazione ha provato diverse vie per chiudere il carcere, e tutti i fallimenti sono stati coperti con problemi tecnici e varie versioni del “ci stiamo lavorando”

Mattia Ferraresi per “Il Foglio

La chiusura del carcere speciale di Guantanamo sta scivolando sempre più in basso nell’agenda di Obama, tanto che il New York Times, sempre molto in linea con l’Amministrazione, sostiene sia “improbabile che il presidente Obama mantenga la sua promessa di chiuderlo entro la fine del suo mandato, nel 2013”. Dalla fanfara del primo giorno di servizio, quello in cui Obama aveva firmato l’ordine esecutivo per la chiusura di Guantanamo entro un anno, sono passati sedici mesi in cui il presidente ha rimandato, ha fatto nuovi propositi, ha licenziato il consigliere della Casa Bianca a cui aveva affidato il caso, per poi essere costretto ad ammettere che – come qui si sospettava – lo spazio politico e strategico per la chiusura di Guantanamo non c’è. (more…)

Ma è ancora riformabile la mia Sicilia?

giugno 29, 2010

Pubblichiamo il testo della lectio magistralis pronunciata ieri da Emanuele Macaluso all’università di Catania in occasione della consegna della laura honoris causa in storia contemporanea

Nell’articolo: Il 5 agosto del 1941, Mussolini spediva a tutti i Ministri il seguente telegramma: “Negli uffici della Sicilia debbono essere, entro breve termini, allontanati tutti i funzionari nativi dell’Isola. Provvedere in conformità assicurandomi”. Ad essere allontanati o destituiti furono anche i segretari federali fascisti siciliani.

Emanuele Macaluso per “Il Riformista”

Sono almeno vent’anni che, in Italia, nel dibattito pubblico, si pone il problema della crisi della politica e di un connesso deficit di classi dirigenti. Una crisi che colpisce soprattutto i soggetti più deboli del corpo sociale, e svantaggia le zone più svantaggiate: il Mezzogiorno e in modo particolare la Sicilia. L’idea che i problemi aperti nel Paese si possano risolvere senza affrontare questo nodo e per altre vie, spegnendo il conflitto politico e facendo spazio a governi tecnici, è fallace, e senza fondamento appare l’ipotesi di improbabili ricorsi a un personale estraneo alla politica…

Non è compito di questa mia “lectio” analizzare le ragioni di questa realtà ed esaminare i comportamenti delle forze politiche dopo la crisi dei primi anni novanta. Questa sommaria ricostruzione mi serve per dire che c’è una sofferenza nella vita della democrazia italiana, nel senso che a una vecchia anomalia sistemica se ne è sostituita un’altra: il partito personale, i parlamentari non eletti ma nominati dai leader, l’assenza di dibattito e confronto politico in tutti i partiti, l’indebolimento della cultura politica di massa. Si va determinando un pericoloso squilibrio tra l’assetto politico e quello costituzionale, il cui esito è un’incognita che deve farci riflettere. E avverto che nel Mezzogiorno, e particolarmente qui in Sicilia, la politica, la democrazia, la partecipazione popolare alla vita delle istituzioni attraversano una crisi più profonda che al Nord.

Lo sottolineo perché nella vita della Repubblica non è stato sempre così: la battaglia per superare il divario economico e sociale tra Nord e Sud, tra la Sicilia e il Nord, ha conosciuto momenti importanti di partecipazione popolare, di vitalizzazione delle istituzioni, di ricca vita politica. Più che al Nord. La questione meridionale è stata all’ordine del giorno sino a quando in questo Paese c’è stata lotta politica e competizione per un’egemonia politico-culturale. (more…)

Questo è un uomo nonostante il gulag

giugno 29, 2010

Esce Visera, terribile preludio ai Racconti della Kolyma. Lo scrittore forzato Varlam Salamov racconta la nascita dei lager sovietici. Saviano: “Editori vicini al partito comunista lo ritennero reazionario e favolistico”

Nell’artcolo: Šalamov dimostra che si può essere fedeli a se stessi, alla propria coscienza, che si può evitare di cadere nella disperazione

Giuseppe Ghini per “Il Giornale

C’è una letteratura che spesso si preferisce dimenticare, rimuovere. Šalamov, l’autore dei Racconti della Kolyma, appartiene a questa letteratura. Non per ragioni ideologiche, almeno non noi. Per ragioni ideologiche l’ha rifiutato l’Einaudi degli anni Settanta, l’ha rimosso l’intelligencija di sinistra, quella che si dimetteva pur di non presiedere la Biennale del dissenso del 1977, quella che ancor oggi si scandalizza del revisionismo relativo ai Lager nazisti e che ha sulla coscienza un peccato identico di negazionismo per quanto riguarda i GULag sovietici.

No, non è (solo) per questo che viene rimosso e accantonato uno scrittore eccelso come Šalamov. Il fatto è che i suoi scritti ci ricordano implacabilmente di quali abissi di male è capace l’uomo, anzi gli uomini concreti. Di quali abissi di male siamo capaci noi. E questo proprio non siamo disposti ad ammetterlo, a ricordarlo.
Non solo. Šalamov ci ricorda anche qual è il prezzo che dobbiamo affrontare per rimanere uomini. E non nell’Unione Sovietica di Stalin, ma ora, qui, sempre. Per questo è uno scrittore scomodo; per questo, però, è uno scrittore eterno. (more…)

L’avvocato del diavolo

giugno 29, 2010

Jeff Anderson ha dedicato la vita a difendere i minori da preti molesti. Il suo Codacons in versione anticattolica ha passato le carte di padre Murphy al NYT e lui, “ex ateo” non devoto, sogna di denunciare il Papa

Nell’articolo: In ventisette anni di carriera, Anderson ha vinto più di 250 cause, portando nelle casse dei suoi clienti (e di rimbalzo nelle sue) indennizzi per un totale di 60 milioni di dollari. Ma di procedimenti intentati da questa Codacons della religione se ne contano a migliaia, con un’enorme visibilità pubblica che l’ufficio stampa di Anderson (gestito in maniera casalinga) non si stanca di accrescere in tutti i modi

Mattia Ferraresi per “Il Foglio

Jeffrey R. Anderson è un avvocato più incline all’accusa che alla difesa. Dal 1983 i suoi occhialetti mughiniani fanno capolino in ogni angolo d’America in cui si mormori che un chierico – preferibilmente cattolico, quindi celibe e represso, secondo la convinzione comune – adesca e molesta laici minorenni. Dal Minnesota rurale ai palazzi di Washington, Anderson si aggira con faldoni vecchia maniera colmi di prove inconfutabili contro preti, monaci, catechisti, chierichetti, sagrestani, organisti, frati e fraticelli sospettati di violenze di vario genere. Assieme ad altri quattro avvocati agguerriti almeno quanto lui ha fondato a St. Paul, nel Minnesota, la Jeff Anderson & Associates, un “potente e aggressivo studio legale”, secondo la definizione del sito web, dedicato esclusivamente alla protezione dei minori. Sulla homepage campeggiano compiaciuti titoli a nove colonne: “Lui incute timore alla chiesa, c’è speranza per le vittime”, “Vescovi accusati di complicità negli abusi”, “Un’inchiesta svela un complotto per coprire gli abusi” e molti altri stralci di questo tenore. (more…)

Mr. Swatch il camaleonte

giugno 29, 2010
Nell’articolo: Il tocco magico era quello della Factory svizzera: una tecnologia strabiliante, quasi perfetta, oltre ad un design quasi classico, come dimostra il primo modello: cassa tonda, cinturino, spigoli arrotondati (E. Morteo)

MARCO BELPOLITI per “La Stampa

Negli Anni Settanta, come gran parte dell’industria europea, anche i produttori svizzeri di orologi furono messi in crisi dall’arrivo dei nuovi prodotti giapponesi, nella fattispecie i cronometri da polso di metallo. La loro risposta fu duplice: giapponese da un lato, americana dall’altro.

All’inizio degli Anni Ottanta smontarono gli orologi dei concorrenti e stabilirono che, invece dei 150 pezzi con cui erano fatti, potevano arrivare a 51; un’impresa non da poco, con sei o sette brevetti ce la fecero. Dall’altro lato, fecero tesoro della Pop Art americana e di Warhol in particolare: l’orologio come oggetto di moda; oggetto altamente impulsivo, da cambiare secondo i momenti del giorno, le occasioni, le volizioni, le compagnie. L’impennata dei consumi, all’inizio di quel decennio, aiutò il Gruppo Swatch, fondato in origine da vari rappresentati svizzeri del settore col nome di Corporazione dei settori della Microelettonica e della Orologeria. (more…)

Chi si prende i soldi dei legionari di Cristo

giugno 28, 2010

La congregazione travolta dagli scandali vede i suoi finanziatori ritirarsi in cerca di alternative: la più immediata è l’Opus Dei. La Legione gestisce scuole private cattoliche e organizzazioni benefiche in ventidue paesi attraverso il suo network di 800 sacerdoti e 2.600 seminaristi

Nell’articolo: L’ordine dirigeva scuole che avevano l’obiettivo esplicito di crescere uomini e donne “consacrati”, pronti a dedicarsi alla vita monastica. Gli allievi seguivano una forma di disciplina militare, facevano voto di silenzio, giuravano che si sarebbero astenuti dai contatti fisici e che avrebbero limitato le visite di amici e parenti.

da “ilpost

I Legionari di Cristo sono una congregazione religiosa maschile di diritto pontificio, fondata nel 1941 dal sacerdote messicano Marcial Maciel Degollado. È uno degli ordini più discussi per il notevole patrimonio accumulato in settant’anni di attività grazie alle donazioni e per la gestione spesso definita spregiudicata dei beni di proprietà della congregazione. Pare ora, però, che i donatori su cui contava la Legione abbiano deciso di smettere di finanziarla, in seguito agli scandali in cui sono stati coinvolti alcuni membri condannati per abusi su minori, e soprattutto a causa delle notizie emerse in merito al fondatore della congregazione.

Ne parlano Mica Rosenberg e Anahi Rama di Reuters:

Dopo quasi mezzo secolo di assoluto e pieno sostegno da parte del Vaticano, la Legione è caduta in disgrazia in seguito alle rivelazioni del 1 maggio 2010 sul fondatore della Legione, padre Maciel Degollado, che era stato sospeso a divinis il 19 maggio 2006 dalla Congregazione per la dottrina della fede per gli atti di pedofilia compiuti su seminaristi della sua congregazione e per averne successivamente assolti alcuni in confessione, delitto punito dal diritto canonico con la scomunica. (more…)

Il soldato Shalit è un ostaggio non un prigioniero di guerra

giugno 28, 2010

Nell’articolo: Per essere precisi, come mai il suo ritratto non è stato affisso, vicino a quello dell’eroina colombiana, sulla facciata del Municipio di Parigi? E come spiegare che, nel parco di un quartiere di Parigi dove alla fine è stata esposta, la sua immagine sia stata regolarmente e impunemente soggetta ad atti di vandalismo? Shalit, il simbolo. Shalit, come uno specchio

Bernard-Henri Lévy per “Il Corriere della Sera”

Perché tanta emozione a proposito del soldato Shalit? Non è forse destino delle guerre produrre prigionieri di guerra? E il giovane caporale carrista, rapito nel giugno del 2006, non è un prigioniero come un altro? Ebbene no. Intanto, esistono convenzioni internazionali che regolano lo status dei prigionieri di guerra, e il solo fatto che questo soldato sia tenuto nascosto da quattro anni, che la Croce Rossa, abituata a visitare regolarmente i palestinesi nelle prigioni israeliane, non abbia mai potuto farlo con Shalit, è una violazione flagrante del diritto della guerra. Soprattutto, non bisogna stancarsi di ripetere che Shalit non fu catturato nel corso di una battaglia, ma di un raid, effettuato in Israele e mentre Israele, che aveva evacuato Gaza, era in pace con il proprio vicino. Parlare di prigioniero di guerra, in altri termini, significa ritenere che, se Israele occupa un territorio o se pone fine a tale occupazione, il fatto non cambia in alcun modo l’odio che si crede di dovergli destinare; significa accettare l’idea secondo cui Israele è in guerra anche quando è in pace o che si debba fare la guerra a Israele perché è Israele. Se invece questo non si accetta, se si rifiuta la logica stessa di Hamas che, ammesso che le parole abbiano un senso, è una logica di guerra totale, allora bisogna cominciare con il mutare completamente retorica e lessico. Shalit non è un prigioniero di guerra ma un ostaggio. La sua sorte è simmetrica a quella di chi è sequestrato in cambio di un riscatto, non a quella di un prigioniero palestinese. Bisogna quindi difenderlo come vengono difesi gli ostaggi delle Farc, dei libici, degli iraniani: con la stessa energia impiegata, per esempio, per difendere Clotilde Reiss o Ingrid Betancourt. (more…)

«Gassman e i suoi colloqui con Dio»

giugno 28, 2010

Nell’articolo: Non voleva che si sapesse, ma mi confidò che assieme ad altri attori di grido si era impegnato per la sussistenza di una missione in Brasile in un villaggio sostenendo tutti i costi, dalle scuole alle fognature, alla parrocchia. Ovviamente la condizione di questo suo aiuto era che tutto rimanesse nell’anonimato

Filippo Rizzi per “Avvenire

Ma perché credi? Come mai credi? Da dove è venuta la tua fede?». Erano gli interrogativi principali su cui si poggiava la ventennale amicizia, incominciata nei primi anni Ottanta, tra Vittorio Gassman e il monaco camaldolese, biblista, don Innocenzo Gargano. Dal monastero di San Gregorio al Celio a Roma, il luogo dove alcuni giorni dopo la morte di Gassman, il 29 giugno di dieci anni fa, furono celebrati i funerali del grande «mattatore», tornano alla mente del benedettino aneddoti, i lunghi colloqui sull’esistenza di Dio, l’importanza di Gesù nella storia e la passione per la Parola di Dio, attraverso la Lectio divina. «Fu proprio la passione per la Bibbia a farci incontrare – rivela il monaco – grazie a comuni amici, l’attore Franco Giacobini e il gesuita Louis Alonso Schökel. Nacque lo spunto con Vittorio di approfondire la lettura del testo biblico e di recuperare la tradizione giudaico cristiana nella Sacra Scrittura, partendo da ciò che comunicava e ispirava all’uomo di oggi».

Com’era, in veste di allievo, di questi seminari biblici Vittorio Gassman?
Era intuitivo come sul palco, riusciva a catturare l’attenzione di tutti. Bastava vedere come leggeva un testo. Non so come facesse ma ne dava sempre un’interpretazione giusta. Quasi ogni sabato veniva per questi incontri. Un anno lo convinsi a partecipare a una veglia pasquale, lui che si annoiava alle Messe. Lesse la prima lettura sulla Creazione e impressionò tutti l’interpretazione profonda che solo lui era in grado di dare. (more…)

Il lato comico della dissidenza sovietica

giugno 28, 2010

A vent’anni dalla morte, un piano di nuove traduzioni celebra il romanziere russo fuggito dall’Urss di Breznev. Così inclassificabile, sarcastico e tagliente da essere malvisto perfino dai colleghi d’esilio

Nell’articolo: In Noialtri, romanzo sulla storia della sua famiglia, metà armena della Georgia e metà ebrea, Dovlatov dice che l’unico spazio di verità nei giornali sovietici era il refuso

Antonio Armano per “Il Giornale

Le malelingue dicono che Sergej Dovlatov sia morto in compagnia di due finte bionde e piuttosto avanti con i lavori alcolici il 24 agosto del ’90 a New York. Aveva 49 anni. Quel che è certo è la data e la città e il fatto che bevesse parecchio. I suoi straordinari libri sono pieni di alcol: birra pietroburghese dalla schiuma grigia (La valigia), cognac quando va di lusso, vino stinto e perfino lozioni cosmetiche (Regime speciale) trangugiate con caramelle al rabarbaro per cancellare il gusto abominevole. E naturalmente, trattandosi d’uno scrittore russo, molta vodka, soprattutto Stolicnaja. Ne Il giornale invisibile, dove racconta l’arrivo a New York nel ’79 e la fondazione del giornale per emigrati russi Novyj Amerikanec (Il nuovo americano), si stupisce che gli americani la bevano in bicchierini piccoli come tappi.
I romanzi di Dovlatov sono brevi, tersi. Con frasi fulminanti alla Flaiano. Di un surrealismo viscerale che ricorda il Bianciardi di La vita agra, e un umorismo stile Hunter S. Thompson, stile Le cronache del rum. O se vogliamo il John Fante di Il mio cane stupido. E c’è poi il gusto dell’instancabile story-teller e la grazia narrativa d’un Gian Carlo Fusco… Tutto questo talentuoso armamentario applicato all’assurdo mondo dell’Urss di Breznev crea un cocktail potentissimo che dà dipendenza. I riferimenti letterari potrebbero sembrare troppi ma in breve: siamo nel filone picaresco, autobiografico e con un protagonista che si arrabatta in cerca della gloria letteraria ed è un giornalista sfigato o giù di lì. Un romanzo dove l’avventura è la disavventura e il senso è la mancanza di senso.

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La propaganda fidei di Wojtyla

giugno 28, 2010

Crisi curiale, gossip e iconoclastia: ma ci vuol altro per un Papa Magno

Nell’articolo: Anche Ratzinger, che con Wojtyla ha piena sintonia di vedute e di linea e che su nessun terreno gli è stato avversario, alla vigilia del Giubileo confida ai giornalisti di essere “un po’ tra quelle persone che hanno difficoltà a trovarsi in una struttura celebrativa permanente”

Paolo Rodari per “Il Foglio

Prima le accuse di copertura dei peccati carnali del clero mosse contro gran parte dell’establishment della curia romana sotto il pontificato precedente a quello di Benedetto XVI. Poi un importante cardinale italiano, amico fedelissimo della casa pontificia di Giovanni Paolo II, indagato per corruzione dalla magistratura italiana: Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, tra i più capaci factotum del pontificato wojtyliano, dal 2001 al 2006 “Papa rosso” e cioè prefetto di Propaganda fide. Sono dei flashback tra il chiaro e l’oscuro che, da diverse settimane, arrivano a condizionare il giudizio su un protagonista indiscusso della fine del Novecento: Giovanni Paolo II, al secolo Karol Wojtyla, il cardinale polacco che sale al soglio di Pietro una sera di ottobre del 1978 dopo lo choc della fine repentina (33 giorni appena) del primo Giovanni Paolo, l’italiano Albino Luciani. Wojtyla, l’uomo che il popolo vuole “santo subito” il giorno delle esequie in piazza San Pietro (8 aprile 2005). Alla cerimonia partecipa un parterre mai visto prima di capi di stato e re e autorità religiose mondiali. L’attuale decano del collegio cardinalizio, il cardinale Angelo Sodano, definisce Giovanni Paolo, nelle ore successive alla sua morte, “Papa Magno”. Sul sagrato di San Pietro Ratzinger, il decano di allora e futuro Papa, accenna alla presenza celeste dell’anima del Papa defunto, mentre il vento scompiglia le cotte porpora dei cardinali e le pagine del Vangelo posto sulla bara. Ora, più o meno tra le righe, incomincia un esercizio dissacratorio: è l’intero quarto di secolo in cui quel gigante è stato al timone della chiesa che viene rivisitato da fuori, ma anche da dentro le sacre mura, con un ritratto pieno di ombre.

Dall’elezione di Luciani all’apparizione sulla loggia centrale della basilica vaticana di un Papa inatteso che sorride a Roma e dice in un italiano stentato “se sbaglio mi corrigerete”, c’è il lasso di tempo di un respiro. Wojtyla cerca da subito la comprensione del popolo e in particolare l’affetto di Roma. Dirà don Stanislaw Dziwisz, suo segretario particolare: “Un attimo prima che i cerimonieri aprissero le ante della loggia della benedizione, la sera del 16 ottobre 1978, Wojtyla chiede: ‘Come mi accoglieranno i romani, cosa diranno di un Papa venuto da un paese lontano?’”. Inizialmente non dicono nulla, i romani. Si guardano increduli cercando di decifrare quel cognome tanto strano. Ma poi, già alle prime balbettate parole, piovono applausi. E sorrisi: è un feeling da subito indissolubile quello tra Wojtyla e Roma, tra il Papa e l’Italia. Dopo quasi mezzo millennio – dal tempo cioè di Adriano VI (1522-1523) – il collegio dei cardinali torna a scegliere come vescovo di Roma un ecclesiastico straniero. Per la prima volta a divenire Pontefice romano è uno slavo. “Da un paese lontano” scrive Gian Maria Vian sull’Osservatore Romano il 16 ottobre del 2008, “furono le parole che Wojtyla disse subito alla città che amava sin dal tempo dei suoi studi e a quel mondo che presto avrebbe cominciato a percorrere da Papa”. E ancora: “Con la passione di un mistico immerso nel suo tempo e il vigore di un’età relativamente giovane (e alla quale i conclavi non erano più abituati dal 1846, quando venne eletto il cinquantaquattrenne Giovanni Maria Mastai Ferretti). (more…)

Francia 1943 gli invasori italiani salvano gli ebrei

giugno 28, 2010

Mentre in tutta Europa i ghetti bruciavano, un villaggio delle Alpi Marittime era divenuto la terra promessa

Nell’articolo: Ma la memoria degli anni di Vichy, dei piccoli Giuda che lavorarono con l’invasore, in Francia ancora oggi è questione ingarbugliata e invelenita. Così la storia degli ebrei dei dipartimenti del Sud è omessa, per i francesi non esiste. E ora che un romanzo l’ha portata alla luce c’è chi mette in dubbio l’onestà e gli scopi di quegli italiani

Domenico Quirico per “La Stampa

CORRISPONDENTE DA PARIGI
Primavera-estate del 1943: i ghetti in tutta Europa bruciano, treni riempiti fino all’orlo dai meticolosi burocrati della Soluzione finale trasportano verso le tenebre dei campi migliaia di ebrei, il terrore tutto depositato negli occhi dall’oscura intensità. Si mormorano parole che hanno sangue nelle sillabe. Ma c’è un luogo, nell’Europa unificata dal Nuovo ordine hitleriano, dove tutto ciò sembra un incubo da cui in ogni momento ci si può destare. Il luogo e la sua storia riemergono in questi giorni in Francia sulla scorta di un romanzo denso e commosso, La réfugiée de Saint-Martin, scritto da Jacqueline Dana e ambientato appunto in quell’estate.

A Saint-Martin-Vésubie, nelle Alpi Marittime francesi, scorrono giorni sereni: gli ebrei passeggiano per le strade di quel paesino di villeggiatura che sembra un presepe. Incrociano i poliziotti di Vichy, li guardano con aria di sfida e quelli scantonano. Nei prati squadre si sfidano in accanite partite di calcio. Ma a suscitare entusiasmo sono soprattutto gli incontri di boxe: tra i profughi ebrei c’è un ex professionista che ha addestrato alcuni ragazzi alla «nobile arte». I soldati dell’armata italiana di occupazione hanno accettato la sfida, ci si batte con accanimento e cavalleria. La sinagoga è fitta di gente come la scuola ebraica. Tra i giovani, ebrei, francesi e italiani, nascono amori gelosie tradimenti. (more…)

Il ministro impresentabile

giugno 28, 2010

Nell’articolo: Ma Brancher, che non vuole dimettersi, non è un cialtrone, non è pittoresco e si capisce benissimo che la combriccola che lo vuole ministro a tutti i costi ha più ragioni di temerlo che di premiarlo

Francesco Merlo per “La Repubblica

L’ULTIMA mutazione genetica del berlusconismo: il Bertoldo di Stato, lo stralunato compare, il finto tonto perfetto, il furbissimo sciocco che si nasconde dietro una disperante inadeguatezza e una imbranataggine comica, insomma il falso scemo che ci prende per scemi veri.

Ieri, per esempio, proprio quando era stato smascherato come simulatore dal capo dello Stato, si è meravigliato perché i cronisti insistevano a ficcare il naso nelle sue vicende, e ha detto al Tg3 che non è educato disturbare un brav’uomo la domenica, che forse è il giorno riservato alla contabilità delle mazzette e non certo alle domande dei giornalisti.

E ha aggiunto di non capire, il povero Brancher, perché non sfruculiano Lippi, che se le merita davvero, invece di importunare il povero neoministro di non si sa che cosa. Con un’aria da furfante gentiluomo che non sente rimorsi né prova vergogna ha sostenuto che gli italiani sfogano su di lui la rabbia per l’eliminazione dai Mondiali, che è una genialità da imbonitore, la “mossa” dello scugnizzo di Belluno. (more…)

La Cia sul mistero Bin Laden: “Da dieci anni non abbiamo sue notizie”

giugno 28, 2010

Parla Panetta. “La guerra informatica è una minaccia reale, può mettere in crisi un intero Paese. In Afghanistan facciamo progressi, ma la guerra è più lunga e difficile delle previsioni”

Nell’articolo “Siamo in un mondo in cui la cyberguerra è realtà. Potrebbe minaccaire il nostro sistema elettrico. Il nostro sistema finanziario. Potrebbe paralizzare il paese. Queta è l’area a cui dobbiamo prestare più attenzione”

Jake Tapper per “La Repubblica

L’Iran avrà l’atomica entro due anni, Israele sarebbe già pronto a colpire ma gli americani sperano di avere il tempo di agire diplomaticamente. Ma in Afghanistan gli Usa stanno perdendo e di Bin Laden non ci sono più tracce da tempo. In una clamorosa intervista alla Abc il capo della Cia Leon Panetta di confessa. E parla anche di Blackwater e dei dubbi che non lo fanno dormire.

Stiamo vincendo in Afghanistan? E i Taliban sono più forti o più indeboliti?
“Siamo impegnati in una battaglia molto dura. Ci sono problemi seri. Abbiamo a che fare con una società tribale. Abbiamo a che fare con un paese che ha problemi di governabilità, corruzione, narcotraffico, l’insurrezione dei Taliban. Stiamo facendo progressi? Stiamo facendo progressi. E’ più dura, più lenta di quello che chiunque avrebbe potuto pensare. Ma allo stesso tempo stiamo assistendo a un incremento della violenza, particolarmente nelle regioni di Kandahar e dell’Helmand. La strategia è quella giusta? Penso di sì. Ma la chiave fondamentale del successo o del fallimento sta nella capacità degli afgani di agire responsabilmente: nella loro capacità di far funzionare l’esercito e la polizia per mantenere la stabilità”.

Crede ce la faranno?
“Io penso di sì. Ma è dura. Non sarà facile”. (more…)

Dalle file dossettiane all’abbraccio con i neofascisti

giugno 28, 2010

In un libro Annibale Paloscia ricostruisce gli anni violenti di Tambroni

Nell’articolo: Fautore della polizia forte, cultore della repressione di ogni «attività antinazionale» (scioperi e simili), nel 1956, mentre è lui ministro dell’Interno, la Celere spara in Lucania contro i braccianti che hanno occupato un campo, è ucciso Rocco Girasole, 20 anni; l’anno dopo a Brindisi, per disperdere una manifestazione di contadini, i carabinieri sparano e uccidono tre braccianti (alla Camera è lui in persona, Ferdinando Tambroni, a difendere il «giusto» operato delle forze dell’ordine)

Maria R. Calderoni per “Liberazione
«I poliziotti erano chiamati “scelbini”. I reparti mobili e la Celere erano normalmente dotati nel 1950 di autoblindo, mortai, mitragliatrici, bombe a mano. Le tecniche di intervento e i programmi di formazione erano modellati su quelli pianificati dallo Stato Maggiore della Difesa per difendere il Paese da eventuali attacchi di guerriglia comunista».
Non era poi così normale, nemmeno allora. «Nel 1947 il fatto che la forza pubblica intervenisse in piazza con moschetti e pistola aveva molto sorpreso un alto ufficiale inglese, il colonnello E. J. Bye, mandato in Italia per osservare come procedesse la ricostituzione della polizia. Il colonnello suggeriva di sostituire il moschetto con uno sfollagente, “molto più efficace per disperdere un assembramento”. Il ministro Scelba tenne conto in modo singolare delle considerazioni dell’ufficiale inglese: a partire dal 1949 dette ai poliziotti il manganello, senza togliere moschetto, pistola, bombe fumogene e tutto il resto: mitra, mitragliatrici pesanti, bombe a mano e perfino mortai». Quanto ai carabinieri, invitati dal ministro dell’Interno a dotarsi pure loro di manganello, rifiutarono, «preferivano continuare a picchiare con il calcio del fucile». (more…)

La patria prima della patria da Dante a Mazzini

giugno 27, 2010

Nell’articolo: L’altro protagonista con Alfieri, Mazzini e Garibaldi, delle pagine di Biondi è Carducci tessitore di una pedagogia nazionale, il vate della poesia civile che divenne anche la coscienza critica degli ideali risorgimentali.

Gennaro Sangiuliano per “Il Giornale

Agli inizi del Novecento lo storico Gioacchino Volpe fu protagonista di una garbata quanto rilevante polemica che lo contrappose a Benedetto Croce sulla nascita della nazione italiana. L’identità italiana, affermava Volpe, non coincide con l’atto di nascita dello Stato unitario ma lo precede di alcuni secoli configurandosi come spirito italiano pre-politico e linguistico che affonda le radici nella romanità e nel Medioevo. Fondamentali le due opere in cui Volpe descrive questo percorso storico Origine e primo svolgimento dell’Italia longobarda e L’Italia in cammino, all’interno delle quali è chiara la configurazione dell’unità nazionale italiana soprattutto come dimensione spirituale, linguistica e culturale prima ancora che politica e statuale. In questo quadro, il Risorgimento non crea l’Italia ma la fa solo rinascere, ri-sorgere. In verità lo stesso Croce riconosce a piene mani il valore dell’unità linguistica e culturale, rivelatrice dello spirito italiano e fondamenta dello Stato unitario. Mentre toccherà a Giovanni Gentile giungere a una sintesi concentrata nella nozione di «unità dantesca» e nell’idea di Risorgimento come categoria filosofica. Il tema è anche quello della trasposizione politica chiara in Giuseppe Prezzolini che inL’aristocrazia dei briganti, un celebre articolo apparso nel 1903 su Il Regno afferma: «Io vorrei brevemente mostrare l’italianità del nostro pensiero. Dobbiamo preferire le idee scaturite da cervelli italiani, e nutrita delle osservazioni delle cose latine… Noi non abbiamo bisogno di vivere a pigione delle idee francesi o inglesi…». (more…)

La questione curda in Turchia: linguaggio di guerra, linguaggio di pace

giugno 27, 2010

Original Version: Language of war, language of peace

Dopo anni di relativa tranquillità, le autorità turche si trovano di fronte alla rinnovata violenza del Partito dei Lavoratori del Kurdistan; ma quante opportunità politiche sono state sprecate in questi anni? – si chiede la giornalista svizzera Nicole Pope che risiede a Istanbul dal 1987; è stata per 15 anni corrispondente dalla Turchia per il quotidiano francese Le Monde; è coautrice di “”Turkey Unveiled: A History of Modern Turkey”

Nell’articolo: La tesa situazione nel sud-est del paese è stata certamente sfruttata da potenze straniere nell’ultimo quarto di secolo, ma le origini del problema sono profondamente radicate qui in Turchia, ed è in questo paese che devono essere affrontate prima di tutto

da “Medarabnews

***

Con il tragico ritorno della violenza nelle strade della Turchia, si assiste al riemergere di un familiare discorso bellicoso che può solo alimentare un’ulteriore escalation.

Un anno fa, il governo aveva diagnosticato correttamente il problema curdo, ammettendo che le errate politiche statali del passato avevano ampiamente contribuito ad inasprire il conflitto, e promettendo un approccio diverso. Ma nonostante la sua valutazione sincera e coraggiosa, il primo ministro, di fronte agli scettici all’interno del suo stesso partito e alle urla di sdegno da parte dell’opposizione, ha esitato e non è riuscito a dar seguito ad una tabella di marcia concreta.

Oggi, il problema è ancora una volta percepito come un problema di terrorismo, di sicurezza e di controllo delle frontiere. A meno che non venga adottata rapidamente una seria azione politica per evitare che il rumore delle armi sovrasti definitivamente gli appelli al dialogo politico, la disperazione e la frustrazione creata dalle promesse non mantenute rischia di andare fuori controllo. (more…)

«Nixon? Un teppista di strada contro le vecchie oligarchie»

giugno 27, 2010

BOTTE Pesca d’altura, boxe e football diventano irresistibili avventure picaresche. C’è anche Ali

Nell’articolo: Dopo aver corso abbastanza rischi insensati da finire in prigione per almeno cinque anni, il nostro bottino ammontava a 135$ a testa, e quasi la metà se n’era andata in benzina, cibo, birra e whisky; il whisky ci costava il doppio perché, troppo giovani per poterlo comprare personalmente, dovevamo ricorrere agli ubriaconi che pretendevano una bottiglia di liquore in cambio del favore

da “Il Giornale

Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo uno stralcio di «Paure, deliri e la grande pesca dello squalo» (B.C.Dalai editore, pagg. 284, euro 18,5, in libreria dal 29 giugno) di Hunter S. Thompson. L’autore qui ricorda il suo breve passato di giovane delinquente per tracciare un ritratto spietato (ma in fondo carico di simpatia) del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon

Andammo in centro e gironzolammo per un po’ bevendo birra calda, poi rapinammo un negozio di liquori affollato sulla Main Street cominciando a litigare con i commessi e quindi ripulendo il registratore di cassa mentre questi cercavano di difendersi. Da quel colpo ricavammo meno di 200$ – praticamente la stessa cifra racimolata durante le tre rapine alla stazione di servizio – e mentre lasciavamo la città ricordo di aver pensato che forse nella mia vita potevo fare qualcosa di meglio che rapinare stazioni di servizio e negozi di liquori. (more…)

Dalla galleria fotografica di Francesca Woodman (1958-1981)

giugno 26, 2010

Mi chiamo Parente e ce l’ho con tutti (a sinistra)

giugno 26, 2010

Così la «firma più provocatoria de Il Giornale» strapazza i «radicalchic»

Nell’articolo: Ce l’ha con tutti, Parente Massimiliano.  Ma a lui, chi gliel’ha data la patente?

Maria R. Calderoni per “Liberazione
Beh, uno si fa due risatine, a leggere questo libro; qualche verità c’è, qualche “vizietto” (e anche più di uno), qualche piaga; e lui si diverte a metterci il dito dentro. Ragazzaccio, carognetta, “scorretto”. A volte ci azzecca. Roba tipo, «il nuovo radicalchic spesso sta a sinistra perché a sinistra si possono fare pensieri di destra senza sentirsi cattivi». O come: «Radicalchic in televisione, La Penisola dei Famosi», il luogo che «ha azzerato le differenze di valore, basta esserci e si è. Andare in televisione è una professione ormai sganciata dal perché ci vai. Se ci vai ci sei». Quindi, logica conseguenza, «se non andate in televisione non potete essere riconosciuti dal vivo, quindi non siete vivi» (ma si potrebbe obiettare che la “logica conseguenza” non riguarda affatto i soli radicalchic…). (more…)

Siria, in cella l’avvocato dei dissidenti

giugno 26, 2010

Nell’articolo: Secondo la Sohr insieme al proprio leader sarebbero stati condannati alla superpena di 12 anni altri 5 attivisti (Mahmoud Azizi, Yahia Hindawi, Rabii Duba, Abdelmalek Hammuda, Omar Osman) rei di aver costituito «un’associazione segreta con il proposito di sovvertire il carattere sociale e politico del Paese».

Francesca Paci per “La Stampa”

A maggio, quando gli è stato simbolicamente assegnato «in contumacia» il premio internazionale Martin Ennals, sorta di Nobel per i diritti umani intitolato al primo segretario di Amnesty International, Muhanad al-Hassani aveva già trascorso oltre dieci mesi nel carcere di Adra, 20 chilometri a Nord-Est di Damasco, in attesa d’essere processato con l’accusa di vilipendio dello Stato. Mercoledì è arrivato il giudizio lapidario della corte: tre anni di reclusione per «indebolimento del sentimento nazionale», una formula utilizzata spesso per etichettare chi sfida frontalmente il regime siriano. (more…)

Ombra Vietnam sull’Afghanistan

giugno 26, 2010

Henry Kissinger per “Il Sole 24 Ore“, © 2010 TRIBUNE MEDIA SERVICES, INC.

Nell’articolo: L’Afghanistan è una nazione, non uno stato nel senso convenzionale del termine. Il potere del governo afghano si estende verosimilmente su Kabul e dintorni: sul resto del paese il controllo è disomogeneo. A livello nazionale si può portare avanti qualche progetto di soft power, ma per il resto il risultato realistico probabilmente è una confederazione di regioni feudali semiautonome prevalentemente a base etnica, che interagiscono fra di loro attraverso intese tacite o esplicite

Ho sostenuto la decisione del presidente Barack Obama di raddoppiare il contingente americano in Afghanistan e continuo ad approvare gli obiettivi che ha fissato. Il problema è che la realizzazione di questi obiettivi forse si basa su premesse che non rispecchiano la realtà afghana, almeno sul piano delle scadenze fissate.
La premessa di fondo è che gli Stati Uniti, appena possibile, riescano a trasferire le responsabilità sulla sicurezza a un governo e a un esercito afghano capace di controllare l’intero paese. Il trasferimento dei poteri dovrebbe cominciare la prossima estate.

Non sono realistiche né la premessa né la scadenza.
Da un lato, l’Afghanistan non è mai stato pacificato dalle forze straniere. La difficoltà del territorio e il fiero sentimento di autonomia della popolazione storicamente hanno reso vano qualunque tentativo di creare un governo centrale trasparente. Le forti differenze etniche e geografiche hanno prodotto entità feudali semiautonome che occasionalmente si alleano per respingere gli invasori; di rado, forse mai, queste entità hanno portato avanti un programma congiunto. (more…)

L’Entità è il coltello buono per sventrare Dell’Utri

giugno 26, 2010

Le ragioni della strana staffetta tra don Masino Buscetta e il dottor Piero Grasso. Dopo Falcone cominciò il ballo infido sui legami tra mafia e stato. La diffusione del sospetto sulle stragi e il rinfocolamento alla vigilia della sentenza d’Appello

Nell’articolo: Il 16 novembre Buscetta compare dinanzi alla commissione e subito dichiara: “Dovrei dire delle cose che possibilmente creerebbero panico”. Sommerge i commissari con un delirio di grandezza, esaltando la sua storia di mafioso e: “Io ero l’astro nascente, il personaggio nuovo, il mio nome era cubitale, troppo eclatante, io ho suggerito agli altri, le mie riflessioni sono gravi, qui andiamo a fare la storia, posso suggerire alla commissione…”

Lino Jannuzzi per “Il Foglio

Il primo a parlare dell’Entità fu Tommaso Buscetta. Dello storico pentito non si sentiva parlare da molto tempo. Giovanni Falcone, dopo averlo spremuto a dovere per varare e portare a compimento il maxiprocesso, l’aveva spedito negli Stati Uniti, affidandolo alla protezione dei marshal. In Italia non c’era ancora la legge per i pentiti e bisognava in qualche modo tutelarlo dai pericoli e insieme tenerlo lontano dalle tentazioni. Bisognava soprattutto trovare il modo per graziarlo, condonandogli i crimini, e per pagarlo, mantenendo lui e la sua famiglia. Così Falcone aveva detto agli americani: prendetevelo voi, che una legge sui pentiti già l’avete, e Buscetta, come è stato utile a noi, vi potrà aiutare nell’inchiesta sulla “pizza connection”. Gli americani per un certo periodo l’avevano nascosto e pagato. Ma alla fine l’avevano scaricato per scarso rendimento: Buscetta, anche se si faceva chiamare “il boss dei due mondi”, aveva dimostrato di sapere molto poco dei traffici d’oltreoceano. Al processo per la “pizza connection”, quando si era trattato di parlare del suo vecchio amico Gaetano Badalamenti, aveva persino sostenuto che l’ex capo di Cosa Nostra non aveva mai trafficato in stupefacenti. “Non mi risulta”, aveva dichiarato, provocando le ire del prosecutor, che aveva malamente investito i marshal: avete portato qui, aveva domandato, un teste per l’accusa o per la difesa? (more…)

Una lady fuoriserie, come la sua vita

giugno 26, 2010

Nell’articolo:  Nel ’44, fu protagonista dell’«Operazione Farnese»: grazie alle sue amicizie di alto rango, organizzò segretamente l’incontro tra papa Pio XII e il generale Karl Wolff, Comandante supremo delle SS in Italia, che portò i nazisti ad abbandonare Roma senza ulteriori combattimenti e distruzioni

Luigi Mascheroni per “Il Giornale

Di miti, in famiglia, ne basta uno. Forse è per questo che Gianni Agnelli non parlava mai pubblicamente della madre, e fece tutto quanto era in suo potere, che era tantissimo, perché fuori dalle mura dinastiche non la ricordasse nessuno. Ci riuscì. E così, oggi, pochi conoscono la storia scandalosa e drammatica della nobildonna Virginia Bourbon Del Monte Agnelli, madre dell’Avvocato e di altri sei agnellini: Clara, Susanna, Maria Sole, Cristiana, Giorgio e Umberto. Ed ecco perché un’altra nobildonna dalla vita scandalosa e accidentata, Marina Ripa Di Meana, ha deciso con l’aiuto della giornalista Gabriella Mecucci di raccontarne l’epopea segreta nella biografia Virginia Agnelli. Madre e farfalla (Minerva edizioni, pagg. 288, euro 19). Farfalla perché fragile e frivola, madre perché capace di difendere come una tigre i suoi figli, sempre.
Misteriosamente bella, naturalmente anticonformista, istintivamente trasgressiva, Virginia era figlia di un principe della nobiltà nera, Carlo Bourbon del Monte Principe di San Faustino, titolo concesso dal Papa nel 1861, e dell’americana Jane Allen Campbell, chiamata dai sette nipoti Agnelli «Princess Jane», una coppia da cui ereditò – e a sua volta lasciò in dote all’Avvocato – nonchalance aristocratica e indipendenza di spirito. Oltre a un certo senso dell’edonismo e uno charme fuori dal comune. (more…)

L’uomo che studiava il cinema

giugno 25, 2010

Il 26 giugno 2009 moriva Mario Verdone

Nell’articolo: La giovane sposa non rivedrà mai più suo marito. Mario non conoscerà suo padre. Dal finestrino del treno l’ufficiale Oreste dice alla moglie:  “Se non torno fallo studiare”. (Cinema ante litteram 1:  Mario “filmerà” questa scena, fondamentale della sua vita, narratagli dalla madre, in un splendido racconto, La stazione di Pisa)

di Eusebio Ciccotti per “L’Osservatore Romano
Un anno fa moriva Mario Verdone, l’uomo che attraversò quasi tutto il Novecento. Ci lasciava in punta di piedi, quasi al rallenty, come i protagonisti di Entr’acte del quale il suo amico René Clair gli aveva donato in copia 16 millimetri. E che lui proiettava a noi, studenti ventenni, dagli occhi spalancati e assetati di immagini di un mondo sconosciuto, in un interno di via Magenta 2, nello stesso stabile del neonato quotidiano “La Repubblica”. Era la fine degli anni Settanta, gli indiani metropolitani, negli androni e nelle aule universitarie occupate, sembravano scrivere la “Nuova Storia”, invece, la Storia vera, era, ed è, tutta in quel corto dadaista. Se ne andò senza far rumore. Come era nel suo stile di artista segreto, di modesto uomo colto. Simpatico, estroverso, piacevole e profondo nella conversazione, ma anche amante del silenzio. Il padre di Carlo, Luca e Silvia era l’ultimo studioso del Novecento ancora contattato da insigni ricercatori, autori di libri, laureandi, registi teatrali, documentaristi, curatori di mostre. La sua morte è stata la logica conclusione di una vita onesta e, perché no, come scrisse Gianfranco Bettetini, “fortunata”. Ma anche, aggiungerei, attraversata da una fede autentica, tutta interiore, non gridata. (more…)

Cosa succede all’Unità?

giugno 25, 2010

La redazione e Soru si scambiano comunicati di fuoco sulle pagine del giornale. Si torna a parlare di cessione della testata da Soru alla famiglia Angelucci

Nell’articolo;  Soru dice di essere consapevole delle conseguenze dello stato di crisi ma scrive che secondo lui “la stessa sensibilità non ci sia da parte di chi assume comportamenti che creano allarmi privi di presupposti e alimentano inutili e dannose contrapposizioni”

da “ilpost

Non tira una bella aria all’Unità, almeno stando allo scambio di comunicati tra redazione ed editore che si sono letti negli ultimi giorni. Sul giornale del 16 giugno appare un comunicato del Cdr, il comitato di redazione, che minaccia scioperi e critica duramente lo stato delle cose all’interno del giornale, ormai da due anni in stato di crisi e reduce da una forte ristrutturazione. Rispetto alle mobilitazioni del recente passato, c’è una novità: oltre a lamentarsi degli effetti della cassaintegrazione sulle condizioni del lavoro, i rappresentanti dei giornalisti parlano esplicitamente della necessità di mettere in discussione il progetto editoriale.

Mancano nuovi investimenti, mentre le sfide del mercato si fanno sempre più dure. L’appeal iniziale si sta affievolendo. È ormai inderogabile una riflessione sul prodotto, che ragioni sull’identità della testata, sul suo target, sui suoi mondi di riferimento. (more…)

Quotidiani e iPad l’unione farà la forza

giugno 25, 2010

Nell’articolo: Microsoft e Hp hanno rinunciato a sviluppare Courier e iSlate, i loro annunciatissimi tablet; finisce in amministrazione controllata iRex, l’azienda olandese giudicata la più attrezzata a conquistare il mercato mondiale degli e-reader, i dispositivi con la carta elettronica. Inutile e frustrante, per loro, combattere sullo stesso terreno di Apple, tanto è lo svantaggio competitivo incassato

Carlo De Benedetti per “Il Sole 24 Ore

Dice il primo: «Siamo sulla stessa barca, noi e voi editori. Personalmente sono convinto che la sopravvivenza del giornalismo di alta qualità sia essenziale per il funzionamento di una moderna democrazia». Il secondo: «Una delle mie certezze è che ogni democrazia si fonda su una stampa libera e in salute. Io non intendo dipendere da una nazione di blogger. Ora più che mai abbiamo bisogno di giornalismo professionale».
Eric Schmidt, Ceo e stratega di Google, e Steve Jobs, fondatore e presidente di Apple, condividono dunque quei principi che in Italia si vorrebbero liquidare una volta per tutte.

E se li condividono, significa che si stanno per alleare stabilmente con editori e giornalisti? I quali dovranno presto ringraziarli per averli tirati fuori da una crisi che appariva senza vie d’uscita? Prima di rispondere, vediamo come stanno le cose.

All’estero, in effetti, la stampa guarda al futuro con qualche ansia in meno rispetto a pochi mesi fa, quando l’International Herald Tribune scriveva che i giornalisti sono come i lavoratori dell’acciaio negli anni Settanta: destinati a scomparire, anche se non lo sanno. Invece la richiesta di contenuti professionali è in ripresa, nell’ultimo mese le pagine web dei giornali americani hanno richiamato il 57% dell’utenza (fonte comScore) con un significativo aumento sul 2009, i conti del New York Times tornano in attivo grazie alle maggiori entrate pubblicitarie online. In Europa l’emorragia di copie sembra tamponata, le aziende si stanno ristrutturando, gli editori hanno capito che bisogna costringere Google a considerarli compagni di strada e d’affari, non mucche da mungere. Le azioni legali volte a ottenere l’equo compenso dei contenuti informativi che attraggono utenti sul motore di ricerca di Brin e Page stanno influenzando non poco, limandone l’arroganza, l’atteggiamento di Google nei confronti dei giornali. (more…)

Il caso Papini, ribelle dimenticato

giugno 25, 2010

Nell’articolo: i difetti sono gl’ingredienti di cui è fatta una personalità singolarissima e tutta italiana con l’ansia di trovare, scoprire, distruggere e rinnovare», con due temi che segnano il suo tormento e la sua meditazione: Dio e il Male
Fulvio Panzeri per “Avvenire”

L’irregolarità e l’unicità dei percorsi letterari in Italia non è per niente amata e la sorte degli scrittori che hanno scelto, anche in forme discutibili ed eccessive, un proprio percorso completamente indipendente rispetto alla società letteraria e alle temperie ideologiche dei suoi tempi, è segnata. L’accesso al “canone” letterario per loro è difficile, pena la dimenticanza. Tra i più dimenticati, l’autore di Un uomo finito e Storia di Cristo, due tra i libri più importanti del Primo Novecento italiano, Giovanni Papini. 

E a sostenere questo errore tipicamente italiano c’è stato uno scrittore del calibro di Jorge Luis Borges che aveva detto: «Sospetto che Papini sia stato immeritatamente dimenticato». Un sospetto che, in questi anni, ha dimostrato la sua implacabile verità, perché il “ritorno” di Papini è sempre stato rimandato, a differenza di altri “irregolari” che invece hanno suscitato un curioso interesse, come nel caso di Malaparte. Speriamo, ora che arriva, edito nella meritoria collana dei “classici cristiani” di Cantagalli, finalmente in libreria, la ristampa di un libro-cardine nella sua esperienza di scrittore,Sant’Agostino (pagine 254, euro 18,00), che ci si disponga finalmente a riaprire il “caso” Papini, prima dissacratore, ateo, ribelle poi convertito al cristianesimo (nel 1921), in una dimensione tutta sua, quasi controcorrente.  (more…)

Il predone

giugno 25, 2010

Nell’articolo: Il pool di Milano documenta nel 1993 che Brancher elargisce 300 milioni di lire al Psi e 300 al segretario del ministro della Sanità liberale (Francesco De Lorenzo) per arraffare a vantaggio della Fininvest un piano pubblicitario dello Stato

Giuseppe D’avanzo per “La Repubblica

PENSIAMO ogni volta di aver conosciuto di Berlusconi il volto peggiore, l’intenzione più maligna, la mossa più fraudolenta. Bisogna convincersene, quell’uomo sarà sempre in grado di mostrare un’intenzione ancora più maligna, una mossa ancora più fraudolenta, un volto ancora peggiore. Sappiamo che cosa è e rappresenta la cosa pubblica per il signore di Arcore, non dobbiamo scoprirlo oggi. È l’opportunità di ignorare e distruggere le inchieste giudiziarie che hanno ricostruito con quali metodi e complici e violenze Silvio Berlusconi ha messo insieme il suo impero. Non scopriamo adesso che il signore di Arcore si è fatto Cesare per evitare la galera (lo ha detto in pubblico senza vergogna il suo amico Fedele Confalonieri). E tuttavia, pur consapevoli che il potere berlusconiano sia esercitato in modo esplicito a protezione dei suoi interessi privati, lascia di stucco l’affaire Brancher.  (more…)

WikiLeaks, il giornale più ricercato

giugno 24, 2010

Intervista a Julian Assange, fondatore di WikiLeaks inseguito dai servizi segreti di mezzo mondo (e soprattutto americani) per le verità scomode da lui rivelate. Ultimo caso, il video che mostra i marines Usa uccidere degli innocui civili a Baghdad sparando da un elicottero

Nell’articolo: Chiunque è al potere, di qualunque partito sia, si mescola con l’apparato burocratico, militare o dell’intelligence e questo è quello che accade negli Stati Uniti

Raffaele Mastrolonardo per “Il Manifesto

Non ha cellulare, cambia spesso numero di telefono fisso, usa almeno sei indirizzi email differenti e, quando non viaggia, divide il tempo tra la nativa Australia, il Kenya e l’Islanda. Solitamente difficile da rintracciare, Julian Assange, fondatore di WikiLeaks, sito che permette a chiunque di pubblicare anonimamente documenti riservati, nell’ultimo mese è stato più imprendibile del solito: tra coloro che erano interessati a lui c’era infatti anche il Pentagono, che lo ritiene in possesso di informazioni molto delicate per la sicurezza nazionale.  
Le attenzioni del governo Usa risalgono alla fine di maggio dopo l’arresto da parte dell’esercito americano di Bradley Manning, soldato di stanza in Iraq accusato di essere una “talpa” del sito. Tra i materiali che il militare avrebbe “passato” all’organizzazione di Assange, un video, reso pubblico lo scorso aprile, che mostra un elicottero a stelle e strisce uccidere varie persone a Baghdad, in Iraq, tra cui due impiegati dell’agenzia Reuters. Nelle settimane di eclissi, inoltre, l’ex hacker australiano non ha certo rassicurato il Dipartimento di Stato: via email ha confermato di essere in possesso di un altro video, che documenta l’uccisione di oltre 100 civili (la maggior parte bambini) nel villaggio di Garani in Afganistan durante un attacco delle forze armate americane.  
Assange è riemerso in pubblico lunedì scorso in occasione di un convegno sulla censura organizzato a Bruxelles presso il Parlamento europeo dove il manifesto lo ha raggiunto per un’intervista. In questa chiacchierata si dice preoccupato per il soldato arrestato, conferma che la pubblicazione del nuovo video è imminente e ricorda ai giornalisti italiani preoccupati per la cosiddetta “legge bavaglio” che WikiLeaks è a loro disposizione.  
Perché  sei riapparso? Non hai paura?
Dopo avere analizzato la cosa ho capito che la situazione politica era tale che non sarebbe stato nell’interesse di nessuno interferire con la mia libertà di viaggiare.  (more…)

Religione e sangue

giugno 24, 2010

Gli ebrei convertiti in Spagna tra Quattrocento e Cinquecento

Nell’articolo: Il discorso di Yerushalmi vuole mettere a confronto l’antisemitismo razziale del nazismo con quello di cui furono espressione le leggi di limpieza nella Spagna del Quattrocento

Anna Foa per “L’Osservatore Romano

Molti erano, nella Spagna della prima metà del Quattrocento, gli ebrei che avevano preso il battesimo, alcuni più o meno forzatamente nelle violenze che avevano devastato le comunità nel 1391, altri nei decenni successivi, spinti dal bisogno di integrazione sociale e dalla consapevolezza della crisi in cui ormai versava l’antico e radicato mondo ebraico spagnolo. L’ondata di conversioni era stata accompagnata da un processo di integrazione senza precedenti:  agevolati dal fatto che la loro adesione al cristianesimo comportava anche la fine delle loro secolari disabilità, i conversos dei ceti più alti avevano avuto accesso alle cariche pubbliche ed ecclesiastiche e avevano stretto alleanze matrimoniali con antiche famiglie aristocratiche. Questa grande ondata di integrazione sociale si arrestò alla metà del secolo in seguito alla reazione della società cristiana, preoccupata di perdere ricchezze e potere. (more…)

FERMI TUTTI! ANZI, CORRETE TUTTI IN LIBRERIA, C’È “LA SUBURRA” DI FILIPPO CECCARELLI

giugno 24, 2010

240 PAGINE  PER RACCONTARE, ANALIZZARE E RADIOGRAFARE “DUE ANNI INDECENTI” – DALLE “FARFALLINE” DI BERLUSCONI AI TRANS DI M’ARRAZZO, DA BOLOGNA ALLA SANTA SEDE – CHIOSANDO LA ’RIPASSATA’ DI BERTOLASO DOVE SI EVINCE CHE “IL MEDIUM È IL MASSAGGIO” – LE “FISIOTERAPISTE” MASSAGGIANO LE VANITÀ MA SONO I MEDIA CHE MASSAGGIANO LE PERSONE – (NEL MONDO VATICANO LA SODOMIA È RACCONTATA COME UNA PRATICA CHE SERVE A FAR AVANZARE LA CARRIERA, COME PURE A STRONCARLA, A SECONDA DELLE NECESSITÀ)

Nell’articolo: La direttrice de “l’Unità” Concita De Gregorio fu la prima giornalista a intercettare una di loro: “Eccola, è questa qui,” le disse la ragazza mostrando il bijou. “Ogni tanto incontro una che non conosco con la farfalla al collo e penso: ma guarda, anche lei. Una volta, con una, ce lo siamo anche dette: anche tu?”

Tratto da “La Suburra” di Filippo Ceccarelli (Ed. Feltrinelli)

1- QUELLA ‘FARFALLINA’ DEL FARFALLONE DI HARD CORE (IN ITALIANO, ARCORE)
Senza voler inscrivere quel sant’uomo di don Pippo Dossetti nella mappa creativa del pensiero laterale, occorre altresì rilevare che nell’indotto delle festicciole berlusconiane colpiva anche un particolare tratto distintivo, un gentile contrassegno, un’amabile marcatura di bigiotteria che il sovrano – mediceo o non mediceo che si potesse considerare – devolveva alle sue graziose ospiti in quelle amene circostanze.

Si trattava di una farfallina, un monile dal bordo d’oro e le ali trasparenti tempestate di strass, forse brillantini. Un gioiellino da appendere al collo. Come molte delle cose che lo rappresentano nella sua essenza, sembra che il Cavaliere l’abbia disegnato personalmente e poi fatto produrre in centinaia di copie. Fatto sta che, una volta indossato, era come se le ragazze avessero una specie di bollo, un timbro che segnalava l’appartenenza a un ordine, in qualche modo diventavano loro stesse le farfalline del presidente. (more…)

Perché l’Iran continuerà a bombardare l’Iraq

giugno 24, 2010

Original Version: Why Iran will continue to shell Iraq

Nell’articolo: Le incursioni oltreconfine (compresi i bombardamenti) hanno rappresentato nel tempo un modo conveniente, da parte degli stati vicini, per inviare sottili messaggi agli attori politici iracheni. Ciò include il rammentare loro i limiti del successo che possono ottenere, soprattutto con il ritiro delle truppe americane

La tattica delle incursioni militari oltreconfine permette a paesi vicini dell’Iraq, come l’Iran e la Turchia, di tenere sotto controllo il Kurdistan iracheno e di compromettere i progressi economici di Baghdad senza ricorrere ad una guerra aperta – scrive l’analista Ranj Alaaldin,  analista esperto di questioni di sicurezza e di affari mediorientali presso la London School of Economics and Political Science; nell’ambito dei suoi abituali viaggi in Medio Oriente, si è recato recentemente in Iraq per una serie di missioni di ricerca, da Medarabnews

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Nel corso dell’ultimo mese, l’Iran ha continuamente e instancabilmente bombardato i villaggi al confine con il Kurdistan iracheno, provocando la fuga di migliaia di persone, ferendone molte e perfino uccidendo una quattordicenne.

Il motivo apparente di questi attacchi sarebbe quello di colpire il “Partito per la vita libera del Kurdistan”, un movimento militante curdo-iraniano noto come Pejak. Ad ogni modo, la decisione di mandare al confine unità militari e di stabilire basi (secondo fonti curde) potrebbe far parte di una più ampia strategia iraniana per mantenere una presenza fisica di lunga durata in territorio curdo. Sicuramente rappresenta una provocazione che l’Iran può giustificare sulla base della minaccia posta dal Pejak, ma le ragioni potrebbero andare ben oltre. (more…)

Flores d’Arcais a Di Pietro: “È ora di cambiare”

giugno 24, 2010

di Paolo Flores d’Arcais, da il Fatto Quotidiano, 23 giugno 2010

Nell’articolo: Non può non averti colpito il risultato delle regionali in Emilia-Romagna, ad esempio, dove quattro ragazzi sponsorizzati da Beppe Grillo, senza mezzi, hanno ottenuto pressoché la stessa percentuale del tuo partito. Non illuderti che possa costituire un caso eccezionale, segnala semmai un trend, dimostra che c’è un “elettorato orfano” alla ricerca di una lista che lo possa rappresentare nelle istituzioni, un elettorato esigente, che se vede le parole non mantenute si dirige altrove, o diserta le urne. Come del resto già largamente fa

Caro Antonio, sono sicuro che anche la nuova iscrizione sul registro degli indagati, atto dovuto per via dell’ennesima denuncia di Elio Veltri, finirà come tutte le altre inchieste che su di te si sono susseguite negli anni: in una bolla di sapone, archiviazione o assoluzione.

Non lo dico per aprioristico fideismo, ma per il più fondato e irrefutabile dei motivi, l’empirica attenzione ai precedenti. Che dovrebbe insegnare qualcosa anche ai tuoi antipatizzanti, oltre che ai detrattori professionali. E tuttavia penso che, non già il ripetersi di accuse inconsistenti, ma qualche scricchiolio di incertezza che tu stesso avvertirai anche presso tuoi compagni di partito, potrebbe e dovrebbe essere per te motivo di una più generale riflessione.

Sono infatti convinto che le esitazioni e titubanze che filtrano anche tra chi condivide “toto corde” la tua opposizione intransigente al regime di Berlusconi (e ne lamenta invece il carattere fiacco o inesistente dei dirigenti Pd), non siano dovute alla minore inverosimiglianza delle ultime imputazioni elioveltriane, ma all’orizzonte politicamente opaco in cui esse finiscono per collocarsi, orizzonte del quale – questo sì – tu sei pienamente responsabile.

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Chi taglia il debito cresce

giugno 24, 2010

Nell’articolo: Wolf si preoccupa (giustamente) della fragilità del sistema finanziario soprattutto europeo. In questo momento non c’è nulla che minacci di più la stabilita dei mercati finanziari e delle banche della montagna di debito pubblico in circolazione, che molti cominciano a vedere come non più tanto sicuro. Se i titoli di stato non sono più sicuri, le banche devono ritirare prestiti che erano “garantiti” nel loro bilancio da titoli un tempo sicuri e con una leva molto alta data la loro sicurezza

Alberto Alesina per “Il Sole 24 Ore

In un articolo pubblicato ieri sul Sole 24 Ore e sul Financial Times Martin Wolf definisce non convincenti i risultati di un lavoro di ricerca di Silvia Ardagna e del sottoscritto. In quel saggio abbiamo esaminato in dettaglio la storia di tutte le riduzioni forti di deficit pubblici dal 1970 ai giorni nostri in tutti i paesi Ocse. I nostri risultati sono che: primo, tagli alla spesa pubblica che riducono i deficit non provocano sempre recessioni, anzi spesso sono associati ad aumenti immediati di crescita; secondo, aumenti di imposte sono fortemente recessivi, quindi dovendo ridurre i deficit conviene farlo dal lato della spesa, soprattutto in paesi dove la pressione fiscale viaggia verso la metà del Pil.

Wolf ipotizza che questi risultati non si applichino oggi perché i tassi di interesse sono bassi, la disoccupazione è alta e l’ouput gap negativo. E che quindi il pericolo è che riducendo la spesa si torni alla recessione.

La tesi di Wolf fondamentalmente si basa sul presupposto che l’evidenza empirica ha dimostrato errato, ovvero che la spesa pubblica stimoli molto l’economia e quindi che tagli di spesa siano molto dannosi. Non è vero: in genere l’effetto in entrambe le direzioni è molto basso soprattutto tenendo conto che più spesa significa prima o poi più tasse. Molti studi recenti lo confermano, compresi quelli spesso citati di Roberto Perotti e di Olivier Blanchard, il capo economista del Fondo monetario internazionale. (more…)