Una scia tra macchie e bolle

Kenneth Rogoff da “Il Sole 24 Ore“, (traduzione di Fabio Galimberti)

Mentre la piattaforma petrolifera della Bp continua a sputare milioni di litri di greggio nelle profondità del Golfo del Messico, la sfida immediata consiste nell’attenuare gli effetti di una catastrofe ambientale di proporzioni sempre più ampie. Si può soltanto sperare che riescano a bloccare in tempi rapidi lo sversamento in mare, e che gli scenari sempre più cupi che si stanno delineando non si materializzino.

Ma il disastro in corso mette anche le società moderne di fronte a una sfida di maggior spessore, che riguarda il modo di regolamentare tecnologie complesse. La velocità sempre più sostenuta dell’innovazione rende vani gli sforzi dei regolatori, che non riescono né a gestire i rischi né tanto meno a prevederli.

I parallelismi tra lo sversamento di petrolio e la recente crisi finanziaria sono fin troppo evidenti: la promessa d’innovazione, l’insondabile complessità e la mancanza di trasparenza (secondo i calcoli degli scienziati, conosciamo solo una piccola frazione di quello che succede nelle profondità oceaniche). Lobby ricche e politicamente potenti mettono fortemente sotto pressione perfino le strutture di governance più solide. L’amministrazione Obama è in grande imbarazzo perché poco prima della catastrofe del Golfo del Messico aveva proposto (sotto la pressione dell’opposizione repubblicana) una forte espansione delle trivellazioni petrolifere offshore.

La storiella della tecnologia petrolifera, come quella dei nuovi strumenti finanziari, era molto convincente e allettante. I manager del settore si vantavano di essere in grado di trivellare a due chilometri di profondità e poi in orizzontale per un altro chilometro, raggiungendo il giacimento con un’approssimazione di pochi metri. Improvvisamente, invece del famoso “picco del petrolio”, con un costante prosciugamento delle risorse, la tecnologia offriva la promessa di estendere l’offerta di petrolio un’altra generazione.

Un’altra ragione di inquietudine per i governi occidentali è costituita dalla stabilità degli approvvigionamenti dal Medio Oriente, che rappresenta una grossa fetta delle riserve petrolifere attestate nel mondo. Alcuni paesi in via di sviluppo, in particolare il Brasile, hanno scoperto al largo delle proprie coste enormi giacimenti potenziali.

Ora tutte le carte si sono rimescolate. Negli Stati Uniti, le trivellazioni offshore sembrano destinate a seguire la strada dell’energia nucleare, con i nuovi progetti che rimangono nel cassetto per decenni. E come spesso succede, una crisi in un paese può diventare globale: molti altri paesi sceglieranno di fare marcia indietro su progetti di sfruttamento in mare e troppo arrischiati. Il Brasile sceglierà davvero di mettere in pericolo la sua spettacolare linea costiera per estrarre petrolio, ora che tutti hanno visto che cosa può succedere? E la Nigeria, dove altri tipi di rischi sono amplificati dai disordini interni?

Gli esperti del settore sostengono che i giacimenti offshore non hanno mai avuto potenzialità tali da poter sperare di rappresentare più di una piccola quota dell’offerta mondiale. Ma ora anche le trivellazioni in profondità in qualsiasi ambiente sensibile suscitano allarme. E il problema non è legato soltanto al petrolio. La grande novità nel settore dell’energia è la rivoluzione tecnologica per l’estrazione di gas dalle sabbie bituminose. Ci sono riserve importanti collocate in prossimità di aree popolate, e i governi dovranno moderare il loro entusiasmo e tenere in considerazione l’equilibrio fra rischi e benefici.

Il problema della complessità, della tecnologia e della regolamentazione si estende a molti altri ambiti della vita moderna. La nanotecnologia e l’innovazione nello sviluppo di organismi artificiali presentano enormi benefici potenziali per il genere umano, con lo sviluppo di medicine, tecniche sanitarie e materiali nuovi. Ma pur con tutte queste entusiasmanti tecnologie, è estremamente difficile trovare un equilibrio fra la gestione dei tail risks (un rischio ridottissimo di un disastro vastissimo) e il sostegno all’innovazione.
Le crisi finanziarie, al confronto, sono quasi rassicuranti. Le bolle speculative e le crisi bancarie sono una presenza costante del panorama economico da decenni. Per drammatiche che possano essere, le società riescono a sopravvivere. Certo, quelli che pensavano «questa volta è diverso» prima di questa Grande Recessione si sbagliavano. Ma se è vero che non facciamo nessun progresso nella gestione delle crisi finanziarie, è vero anche che non andiamo a marcia indietro.

Forse i leader del G20 non sono stati bravi come credono a tappare la falla del sistema finanziario. I problemi di debito pubblico esplosi nell’Europa continentale, e che stanno covando sotto la cenere in America, in Giappone e altrove sono una prova sufficiente in tal senso. Ma a fronte degli sforzi della Bp per tappare la falla nel giacimento in fondo al mare, i leader del G20 sembrano onnipotenti.

La macchia nera nel Golfo del Messico ci appare come un clamoroso segnale d’allarme: la società occidentale deve ripensare la sua dipendenza da un’innovazione sempre più veloce finalizzata a un consumo di combustibile sempre più ampio. Anche la Cina, con la sua strategia del «prima il boom, poi pensiamo all’ambiente», farebbe meglio a guardare con attenzione a quello che è successo nel Golfo del Messico.

L’economia ci insegna che quando c’è una fortissima incertezza legata a rischi catastrofici, è pericoloso fare un eccessivo affidamento sul meccanismo dei prezzi per fissare i giusti incentivi. Purtroppo gli economisti ne sanno molto meno quando si tratta di adattare nel tempo la regolamentazione a sistemi complessi con rischi in costante evoluzione, per non parlare di come creare enti di regolamentazione solidi. Fino a quando non arriveremo a comprendere meglio tali problemi, saremo condannati a un mondo di regolamentazione regolarmente sovradimensionata o sottodimensionata per gli scopi che si propone.

Il settore finanziario già lancia l’allarme su un eccesso di regolamentazione, sostenendo che potrebbe produrre l’effetto non voluto di limitare fortemente la crescita. Timori analoghi potrebbero sorgere per quanto riguarda la politica energetica.

Considerando le enormi somme in gioco, raggiungere un consenso globale sarà difficile, come ha dimostrato il fiasco di Copenaghen. I paesi avanzati, che si possono permettere più degli altri di limitare la crescita sul lungo periodo, dovrebbero dare l’esempio. Trovare un equilibrio fra tecnologia, complessità e regolamentazione rappresenta una delle sfide più grandi che il mondo dovrà affrontare nel XXI secolo. Non possiamo permetterci di continuare a sbagliare risposta.

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