Lanital, salpa e rayon, la guerra degli italiani

La nostra vita quotidiana tra divieti e tessuti autarchici

Antonio Carioti per “Il Corriere della Sera

Nessuno che si tenga minimamente informato può dirsi colto di sorpresa, quando nel primo pomeriggio del 10 giugno 1940, sotto un sole ormai estivo (31 gradi a Milano, 26 nella più temperata Roma), i megafoni agli angoli delle strade annunciano che «alle ore 18, dal balcone di Palazzo Venezia, Benito Mussolini parlerà al popolo italiano». In tutto il Paese, anche nei centri minori, carri radiofonici e camion di camicie nere percorrono le vie, esortando la popolazione a concentrarsi nelle piazze e davanti alle sedi del Partito nazionale fascista.

La guerra è nell’aria. Gli italiani l’hanno sentita avvicinarsi man mano che i giornali si riempivano di titoloni inneggianti alla trionfale avanzata tedesca in Francia. Le scuole hanno chiuso prima del tempo, il 31 maggio, e le strade sono piene di bambini e ragazzi: molti si apprestano a partire per le colonie di villeggiatura, fiore all’occhiello del regime. Il 4 giugno il governo ha rinviato l’Esposizione universale del 1942, per la quale è stato realizzato il nuovo quartiere romano dell’Eur. Si lavora per trasferire al sicuro le più importanti opere d’arte esposte nelle gallerie: anche le grandi vetrate del Duomo di Milano sono state rimosse.

Inoltre i prefetti hanno impartito direttive per lo sfollamento e l’oscuramento notturno. Severi limiti sono stati posti alla circolazione degli autoveicoli. Il carburante è stato razionato: 25 litri di benzina al mese per chi ha una moto; 50 litri per i motofurgoncini; da 100 a 150 per le automobili, dipende dalla potenza; fino a 300 litri per gli autocarri più grossi. Da 175 a 300 litri per i taxi, a seconda della grandezza della città. D’altronde ben pochi italiani possiedono un veicolo a motore, mentre circolano per la penisola sei milioni di biciclette.

Intanto la stampa, ligia alle direttive del regime, trabocca di comunicati in cui l’allusione all’intervento in guerra è trasparente. I 16 mila studenti milanesi fanno sapere al Duce che «uniti in un sol cuore e in sol braccio, non attendono che un suo ordine per lanciarsi, con il loro giovanile impeto, al raggiungimento di ogni più alta meta». Gli squadristi dell’Istituto nazionale di assicurazioni, «consapevoli dei grandi interessi della Patria», si proclamano pronti a «combattere per le immancabili fortune dell’Impero». Pullulano ovviamente i richiami all’italianità di Nizza (francese dal 1860) e di Malta (possedimento britannico).

Ciò nonostante, tra la popolazione non si respira un’atmosfera bellicosa. I rapporti della polizia politica registrano piuttosto un clima di preoccupata rassegnazione. Scarsissimi i segnali di opposizione al regime, ma pressoché assenti anche le manifestazioni spontanee, non sollecitate dall’alto, in favore dell’intervento. C’è soprattutto voglia di distrarsi. Per esempio con gli spettacoli teatrali di Totò, di scena al Brancaccio di Roma con Quando meno te l’aspetti, e dei fratelli De Filippo, anche loro nella capitale con A che servono questi quattrini. E poi al cinema, dove furoreggiano dive come Doris Duranti, protagonista della commedia Ricchezza senza domani, mentre la sua rivale Clara Calamai, altrettanto bella, interpreta Le sorprese del vagone letto.

Grande il seguito popolare anche per lo sport. Il giorno prima, domenica 9 giugno, si è concluso il Giro d’Italia, con la vittoria di un giovane sconosciuto che farà parlare molto di sé, Fausto Coppi. Maglia rosa dal 29 maggio, ha staccato di 2 minuti e 40 secondi il diretto inseguitore Enrico Mollo, mentre Gino Bartali, vittima di una brutta caduta, è nono, con un ritardo di tre quarti d’ora. Nel calcio, la stessa domenica, le semifinali di Coppa Italia hanno visto il Genoa prevalere sul Bari e la Fiorentina battere la Juventus: il trofeo andrà ai viola, vincitori per 1-0 nella finale del 15 giugno. Il campionato si è concluso invece il 2 giugno con il successo dell’Inter, che gareggia sotto le autarchiche spoglie dell’Ambrosiana.

Autarchici sono divenuti del resto molti aspetti della vita quotidiana, a cominciare dai tessuti con cui si veste la gente comune. Al posto della lana c’è il lanital, ricavato dalla caseina, al posto della seta il rayon, al posto del cotone il cafioc. Per le scarpe, invece del cuoio, la salpa. Da qualche tempo è stata introdotta la tessera annonaria per lo zucchero e il caffè, mentre nei bar non si trovano più liquori stranieri, almeno ufficialmente. Razionamento anche per il sapone da bucato: la quota individuale è di 200 grammi mensili.

Sono disagi che suscitano un certo malcontento, ancora ben lontano dal trasformarsi in dissenso aperto, che trova innocui sfoghi nei giornali umoristici come «Marc’Aurelio» e «Bertoldo». Ma sulla carta il Pnf è fortissimo, ha una presa capillare sulla società: gli iscritti ai Fasci di combattimento sono due milioni e 600 mila, ma bisogna aggiungere gli otto milioni di bambini e adolescenti inquadrati nella Gioventù italiana del littorio, i quasi quattro milioni del Dopolavoro, un milione e mezzo di massaie rurali, senza contare ferrovieri, insegnanti, postelegrafonici, invalidi e mutilati. In tutto oltre 21 milioni di italiani, su una popolazione di circa 45 milioni, sono membri di una qualche organizzazione legata al partito. Ma si tratta di un apparato pigro e burocratizzato, dominato dal conformismo di facciata.

Ci sono anche i 100 mila giovani dei Gruppi universitari fascisti, teoricamente la futura élite del regime. Mussolini ha appena premiato, in una rapida cerimonia, i vincitori dei Littoriali 1940, gare di cultura, arte e sport riservate agli studenti dei Guf. Il primo classificato per la dottrina fascista è Luigi Meneghello, poi partigiano. Teresio Olivelli, terzo nel concorso sul tema sulla razza, sarà un martire della Resistenza, così come Giaime Pintor, terzo in letteratura. Poi ci sono i futuri ministri democristiani Paolo Emilio Taviani e Luigi Gui, i futuri comunisti Mario Spinella e Antonello Trombadori, i giornalisti Sandro Paternostro, Giorgio Bocca e Jader Jacobelli, lo storico Luigi Firpo.

Quando Mussolini si affaccia, alle sei di sera, la dichiarazione di guerra «è già stata consegnata » (come dice lui stesso) agli ambasciatori francese e britannico, un’ora e mezzo prima, da suo genero Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri e contrario all’intervento. Le piazze di tutta Italia sono gremite, chi è rimasto a casa ascolta la radio (oltre un milione sono gli abbonati all’Eiar). Il Duce si scaglia contro le «democrazie plutocratiche e reazionarie» e proclama che la sua coscienza è «assolutamente tranquilla». Rassicura la Grecia e la Jugoslavia, che aggredirà. Conclude lanciando una «categorica» parola d’ordine: «Vincere».

Assordanti le manifestazioni di giubilo. Tuttavia molti testimoni (probabilmente condizionati anche dall’andamento successivo degli eventi) descriveranno la folla come disciplinata ma sgomenta, più che entusiasta. «Da oggi, qualunque cosa accada, il fascismo è finito», annota nel suo diario il giurista Piero Calamandrei, avverso al regime. Forse non ci crede neppure lui, ma è proprio così.

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