Egitto: alla ricerca di un’alternativa a Mubarak

Il figlio Gamal, i Fratelli musulmani, El Baradei. La lunga strada verso le elezioni del 2011. L’Egitto è da anni in pieno fermento. Può esplodere come l’Iran nel 1979

Nell’articolo: “Grazie alle pressioni americane di democratizzare le dinamiche politiche interne, nel 2005 Mubarak ha permesso alla Fratellanza di partecipare alle elezioni legislative e questa si è aggiudicata ben 88 dei 160 seggi in palio. L’imprevisto successo ottenuto da questo movimento ha spaventato in primis gli Stati Uniti che hanno quindi immediatamente smesso di insistere sulla democratizzazione egiziana, consentendo al raìs di escludere questo movimento dalle elezioni legislative del 2007”

Azzurra Meringolo per “Limes

A partire dal 1 giugno scorso e per i prossimi 18 mesi, per ben tre volte i cittadini egiziani si recheranno alle urne. Alla vigilia del primo dei tre appuntamenti elettorali, Adam Shatz aveva affermato sulla London Review of Book che, da qualche anno a questa parte, l’Egitto vive una fase molto simile a quella vissuta dall’Iran pre rivoluzionario, quando il governo dello scià stava per essere rovesciato dalla rivoluzione khomeinista. Come avvenne nel 1979 a Teheran, secondo Shatz la legittimità dello stato egiziano è messa totalmente in discussione, mentre si fa strada, s’intensifica un combinato di fervore islamico e di malcontento popolare.

Che qualcosa nel paese delle piramidi sia in fermento è evidente almeno dal 2005. Da allora il movimento per il cambiamento – più conosciuto con il nome di Kifaya – avendone letteramente abbastanza del regime – kifaya in arabo vuol dire abbastanza – è sceso più volte in piazza al Cairo, prendendo di mira il presidente Hosni Mubarak, in carica ormai dal 1981, accusato di ostruire la strada al ricambio generazionale. In questi anni, centinaia di migliaia di egiziani hanno dato vita a manifestazioni, spesso duramente represse dal regime: islamisti che chiedono la fine dello stato di emergenza in vigore da trent’anni e appena proragato per altri due, lavoratori che rivendicano salari più elevati e magistrati che contestano gli emendamenti costituzionali degli ultimi anni tesi a sottrarre alla loro competenza l’attività di supervisione nei processi elettorali. Saranno questi i primi sintomi di una rivoluzione che sembra bussare alle porte? 

Gli avversari interni che il presidente egiziano Hosni Mubarak teme di più sono i fratelli mussulmani, il maggior gruppo di opposizione al regime che da anni chiede una maggior giustizia sociale e un governo che si fondi sulla legge islamica. Imparando dagli errori dei suoi predecessori, il raìs non ha cercato di fare tabula rasa di questo movimento, preferendo convivere con gli avversari visto il loro grande appeal sulla società egiziana. Grazie alle pressioni americane di democratizzare le dinamiche politiche interne, nel 2005 Mubarak ha permesso alla Fratellanza di partecipare alle elezioni legislative e questa si è aggiudicata ben 88 dei 160 seggi in palio. L’imprevisto successo ottenuto da questo movimento ha spaventato in primis gli Stati Uniti che hanno quindi immediatamente smesso di insistere sulla democratizzazione egiziana, consentendo al raìs di escludere questo movimento dalle elezioni legislative del 2007. Il primo giugno si sono tenute le elezioni della Shura -la camera alta del Parlamento egiziano- e tra le 490 candidature approvate dal governa figuravano soltato 12 membri della fratellanza. Questi, che non si sono mai aggiudicati un seggio nella Shura, sperano di ottenere risultati migliori il prossimo autunno un occasione delle elezioni dell’Assemblea del Popolo, la camera bassa del parlamento.

A fare discutere sono soprattutto le elezioni previste per il 2011, quando scadrà ilsesto mandato presidenziale del longevo faraone. Nel corso del suo lungo regno, Mubarak ha reso l’Egitto un sistema apparentemente impermeabile al cambiamento, infrangibile e invulnerabile, impassibile a qualsiasi sfida politica. Ciononostante, anche se il suo regime è riuscito ad adattarsi continuamente alle pressioni ricevute tanto dall’interno che dall’esterno del paese, negli ultimi mesi una serie di iniziative e di prese di posizione ha smosso le acque della politica egiziana, con l’obiettivo di sparigliare le carte di Mubarak e condizionarne la successione.

Da anni ormai si parla designazione di Gamal, figlio di Hosni, come probabileerede del raìs. E parallelamente cresce nell’opinione pubblica egiziana l’opposizione al tawrith al sulta – la successione dinastica della carica presidenziale – ritenendola offensiva per il paese che nel 1952 – l’anno in cui Gamal Abd el-Nasser rovesciò la monarchia di re Farouk –si proclamò repubblica presidenziale. Inoltre, come fa notare Osama al Ghazali Harb, membro del Partito Nazional-democratico del presidente Mubarak, Gamal non è molto stimato nelle forze armate dove i suoi sostenitori sono piuttosto scarsi.

Secondo al Ghazali Harb, l’instancabile faraone continuerà quindi a esercitare i suoi poteri fino alla fine dei suoi giorni, quando si aprirà un periodo transitorio gestito dall’esercito che si concluderà con l’approvazione di un nuovo documento costituzionale. Sarà Omar Suleiman – sostiene ancora al Ghazali Harb – l’uomo di potere in questo periodo di passaggio.

Il nome di Suleiman, classe 1935, è nell’aria da tempo. Generale dell’esercito e capo dell’intelligence egiziana, è considerato da molti come l’uomo più potente del paese dopo il presidente. Ciononostante le sue intenzioni di prendere il posto del raìs sono tutt’altro che chiare. 

Ma c’è una data che segna lo spartiacque nel conflitto ormai non più latente nei palazzi del potere cairota: il 19 febbraio scorso quando circa mille persone hanno accolto all’aeroporto del Cairo Mohammed el Baredei, l’ex segretario generale dell’agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) che, dopo dodici anni di assenza dal paese, è comparso sul palcoscenico politico egiziano dichiarandosi pronto a partecipare alla corsa presidenziale, a condizione che il governo approvi una nuova costituzione che garantisca una competizione leale e onesta.

Mille persone possono sembrare poche, ma in un paese dove lo stato di emergenza è in vigore da quasi trent’anni, un raduno così è di per sé un avvenimento. A festeggiarlo durante quello che molti già chiamano il B-day, c’erano anche la moglie di Ayman Nour, lo sfidante di Mubarak alle elezioni del 2005 finito in carcere dopo aver ottenuto il 7 % dei voti, alcuni membri di kifaya e numerosi cibernauti dissidenti che hanno sostenuto sin dall’inizio la sua candidatura. A fine marzo il gruppo che su Facebook sostiene la candidatura di El Baradei registrava quasi 85 mila adesioni, un numero enorme se paragonato ai 6 mila internauti che, sullo stesso social network, sostengono Gamal. Dunque, anche se Hosni Mubarak continua a negarlo, sono molti gli egiziani che cercano un nuovo eroe e che sperano che El Baradei possa essere l’uomo in grado di riformare la democrazia egiziana. 

Se da una parte El Baradei sa che per espandere la sua popolarità deveconquistare l’agorà cibernetica, dall’altra è consapevole che il numero di amicizie su Facebook conta ancora poco nella politica reale. E’ anche per questo che, dopo aver dichiarato la nascita dell’associazione nazionale per il cambiamento, lo scorso mese ha deciso di volare negli Stati Uniti per chiedere alla Casa Bianca di fare sentire la sua voce al fine di garantire la democraticità del processo elettorale egiziano. “Gli Stati Uniti non possono continuare a denunciare le violazioni dei diritti umani che avvengono in tutto il mondo senza guardare a quello che accade in Egitto”, ha dichiarato El Baradei a latere di una conferenza sulla questione nucleare tenuta all’università di Harvard. Inoltre l’ex segretario generale dell’Aiea ha chiesto alla comunità egiziana locale di adoperarsi per il futuro democratico del paese. In realtà gli egiziani statunitensi si stavano mobilitando ancor prima della visita di El Baradei, come testimonia “Egyptians in the US for change” un gruppo di utenti di Facebook, egiziani statunitensi, che rivendica il diritto degli espatriati di partecipare alle prossime elezioni presidenziali. Ecco perché il primo maggio scorso numerosi egiziani sono accorsi davanti alla loro ambasciata a Washingthon con il pretesto di votare per delle finte elezioni che erano state organizzate dalla filiale americana dell’Associazione egiziana per il cambiamento. 

Oltre a El Baradei, anche alcuni autorevoli esperti statunitensi delle relazioniinternazionali hanno fatto pressioni sulla Casa Bianca, scrivendo una lettera al segretario di stato Hillary Clinton affinché si occupi delle libertà nel colosso arabo. Tra le varie richieste presentate a Washington c’è quella di premere sul governo egiziano affinché riformi la costituzione per facilitare la candidatura di quanti vogliano sfidare l’intramontabile raìs alle prossime elezioni. 

Anche se non tutti condividono la previsione rivoluzionaria di Adam Shatz, èevidente che qualcosa, all’interno dell’Egitto, si sta muovendo. Ad accorgersene sono stati gli stessi dirigenti governativi cairoti che, da quando l’attenzione internazionale attorno ad El Baradei è cresciuta, hanno deciso di sguinzagliare la stampa di regime per contenere il fattore B e screditare quello che sembra essere il più temibile sfidante dell’attuale raìs. Ufficialmente però il governo continua a ignorare i sintomi del cambiamento, come ha dimostrato lo stesso Mubarak nel corso dell’ultimo vertice italo-egiziano tenutosi il 19 maggio scorso. A chi a Roma gli ha chiesto chi vedrebbe in futuro al suo posto, l’eterno faraone ha risposto che chi sarà il nuovo presidente “lo sa solo Dio”, non il popolo o il parlamento che nei paesi democratici sono evocati come i titolari di questa decisione.

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