PANSA MIA, FATTI DE BENEDETTI

“L’INGEGNERE È UN SIGNORE ANZIANO (76 ANNI A NOVEMBRE, UNO PIÙ DI ME), INVECCHIATO, FRUSTRATO E ACIDO. LUI NON HA POLTRONE DA CONQUISTARE, POICHÉ SI È SEDUTO SU TUTTE QUELLE POSSIBILI. QUALCHE VOLTA CADENDO A TERRA IN MALO MODO, VEDI FIAT, OLIVETTI E BANCO AMBROSIANO. CE N’È SOLTANTO UNA CHE GLI È RIMASTA NEL GOZZO, UN FRUTTO CHE NON È RIUSCITO A COGLIERE. È LA POLTRONA DEL DIRETTORE DI “REPUBBLICA” – AVEVA RAGIONE LA MIA MITICA NONNA: NON SONO I SOLDI A FARE DI UNO SCIOCCO UN FURBO”…

IL PENSIONATO FURIOSO CHE GIOCA ANCORA A FARE LA RIVOLUZIONE CARLO DE BENEDETTI PUNTA SULLO SFASCIO DEL PAESE MA NELLA GUERRA DI REPUBBLICA È SOLO UNA COMPARSA

Nell’articolo: “Sotto la direzione di Ezio Mauro, “Repubblica” è diventato un giornale-guerriglia. Pronto all’assalto di chiunque non condivida le sue campagne, la sua idea di società, la sua voglia di potere. Non credo che tra le ambizioni di Mauro ci sia ancora la guida della sinistra italiana, ormai un fantasma. La pensa così l’Ingegnere che, al convegno di Letta, ha definito il Partito Democratico «una balena arenata sulla spiaggia»”

 Giampaolo Pansa per “Libero”

Se fossi Enrico Letta non mi farei sponsorizzare da Carlo De Benedetti. Letta è il giovane vicesegretario del Partito Democratico che vuole la poltrona di Pierluigi Bersani. Invece l’Ingegnere è un signore anziano (76 anni a novembre, uno più di me), invecchiato, frustrato e acido. Lui non ha poltrone da conquistare, poiché si è seduto su tutte quelle possibili. Qualche volta cadendo a terra in malo modo, vedi Fiat, Olivetti e Banco Ambrosiano. Ce n’è soltanto una che gli è rimasta nel gozzo, un frutto che non è riuscito a cogliere. È la poltrona del direttore di “Repubblica”.

All’Ingegnere sarebbe piaciuto un mondo sedersi anche su quella. Ma non è elegante che il padrone di un giornale ne diventi anche il direttore. Tuttavia la voglia deve essergli rimasta. E non essendo riuscito a soddisfarla, in questi ultimi tempi ha moltiplicato le esternazioni, pur di finire sui media. Concionando a destra e a sinistra, rilasciando interviste chilometriche, partecipando a convention dove parla a ruota libera di tutto e di tutti. Ha fatto così venerdì scorso a Lazise, nel convegno “Nord Camp 2010”, organizzato da Letta.

Qui l’Ingegnere, sfruculiato da un intervistatore intelligente come Antonello Piroso, il direttore del Tg della 7, ha ciacolato sull’universo mondo. Spaziando dal cavalier Berlusconi a soggetti ben più modesti, compreso il sottoscritto. Com’era fatale, “Repubblica” gli ha riservato una lunga cronaca dell’inviato Goffredo De Marchis. Ma neppure in questo servizio ho trovato un cenno al ventaccio politico che soffia sull’Italia. Una bufera malvagia iniziata da un contrasto, assolutamente legittimo, sulla legge che dovrebbe regolare le intercettazioni telefoniche.

E oggi arrivata a un punto di non ritorno che fa tremare. Un punto che bisogna avere la franchezza di chiamare con il suo nome: un clima da pre-guerra civile. Sugli stessi giornali dove appariva il bla bla dell’Ingegnere, i lettori hanno trovato una notizia da non trascurare.

Maurizio Gasparri, capogruppo del PdL al Senato, ha denunciato ai carabinieri di ricevere minacce continue e pesanti, sempre a proposito della legge sulle intercettazioni. Un’escalation, cito il “Corriere della sera”, che ha raggiunto il picco nelle ore del voto di fiducia a Palazzo Madama su quella legge.

Conosco abbastanza Gasparri per poter dire che è il contrario del pavido. Da collaudato missino, ne ha viste, fatte e patite di tutti i colori. Di solito, è un signore di umore allegro, ottimista e indifferente alla violenza verbale. Per questo, di certo non può essersi fatto intimidire da qualche e-mail o da un po’ di telefonate minatorie. Ci deve essere qualcosa di più. Forse una brutta sensazione che si respira nell’aria. La stessa che avvertiamo in tanti.

Molti anni fa, il 1° settembre 1939, Hitler si impadronì della città di Danzica e l’annesse al Reich. Fu allora che si diffuse una domanda, proposta da chi temeva un conflitto mondiale. Diceva: “Dobbiamo morire per Danzica?”.

L’interrogativo si sciolse da solo perché la guerra cominciò. Allo stesso modo, oggi mi chiedo: dobbiamo sfasciare tutto per una legge che regola gli ascolti telefonici e la loro pubblicazione sui giornali? Per le testate principali dell’Ingegnere, la risposta è una sola: sì. “Repubblica” ne ha fatto un caso di vita e di morte. E da settimane, tutti i giorni, batte sullo stesso chiodo.

Dicendo che la nuova legge conferma che in Italia la democrazia è morta, Berlusconi è il nuovo Mussolini e il popolo italiano deve difendere la propria libertà. Conosco i meccanismi che regolano la vita dei grandi giornali. Li conosco perché ho lavorato in tutte le primarie testate. Compresa “Repubblica” dove sono stato quattordici anni.

La loro missione è una sola: vendere più copie possibili e, in questo modo, acquisire più inserzioni pubblicitarie possibili. Ma alla “Repubblica” di oggi questo obiettivo non basta più. Diciamo sempre che è un giornale-partito, con lo scopo di guidare la sinistra italiana. Però questa immagine adesso è riduttiva.

Sotto la direzione di Ezio Mauro, “Repubblica” è diventato un giornale-guerriglia. Pronto all’assalto di chiunque non condivida le sue campagne, la sua idea di società, la sua voglia di potere. Non credo che tra le ambizioni di Mauro ci sia ancora la guida della sinistra italiana, ormai un fantasma. La pensa così l’Ingegnere che, al convegno di Letta, ha definito il Partito Democratico «una balena arenata sulla spiaggia».

Rivelando altresì che il direttore del suo giornale «non si chiede mai che cosa farà il segretario del Pd, perché teme di non ricevere risposta». Le conclusioni che possiamo trarre sono, per il momento, le seguenti. La prima è che l’Ircocervo formato dalla simbiosi Mauro-De Benedetti è il vero competitore di Berlusconi. L’anomalia italiana sta anche in questo. Da una parte c’è un premier votato da milioni di elettori. Se si muova bene o male, è una faccenda che non riguarda quanto vado dicendo.

Dall’altra c’è un giornale guerrigliero in grado di combattere senza regole, come succede in tutte le guerre civili. E che può farlo senza rispondere a nessuno. Sino a oggi, in questo corpo a corpo è sempre stata “Repubblica” ad avere la meglio. Non conosco come stia a copie vendute e a pubblicità incassata. Ma l’aria è di un giornale massiccio, forte di un potere che influenza altre testate, senza dissensi interni. Dunque è facile prevedere che Mauro continuerà nell’offensiva a testa bassa.

Che ha due sole alternative: la vittoria di “Repubblica” o quella di Berlusconi. Come andrà a finire non lo sa nessuno. Ma c’è un dato di fatto che conosciamo già: il clima politico del paese diventerà sempre peggiore. Ed è qui che sorge un problema per l’Ingegnere. Si è mai domandato, il grande Cdb, che cosa potrebbe accadere all’Italia quando dalla guerra civile di parole stampate e gridate si passasse a una guerra combattuta con altri mezzi? Si è mai chiesto, sempre Cdb, che cosa accadrebbe ai padroni come lui? Non avverte il peso terribile di puntare sullo sfascio del Paese?

Spero di sbagliarmi, ma ho l’impressione che a De Benedetti queste domande non interessino. Come tutti i signori anziani e frustrati, non sa vedere al di là del proprio naso. Gli preme soltanto di non sparire dietro il profilo roccioso del direttore di “Re – pubblica”. Mauro non è anziano né frustrato.

Per di più, vuole passare alla storia come il nuovo liberatore dal nuovo Mussolini. Per questo, a Ezio non frega nulla delle esternazioni del suo editore. L’Ingegnere dica e scriva ciò che gli pare. Nell’Ircocervo la metà decisiva è quella di Topolino, come veniva chiamato Mauro nei suoi esordi professionali.

Ezio è un testardo, ha una marmorea fiducia in se stesso, non mollerà di un millimetro nella battaglia. Stando così le cose, Cdb resterà sempre poco più di una comparsa nel dramma che potrebbe andare in scena. Mauro spara parole. De Benedetti borbotta paroline. È così ingenuo da pensare che le mie critiche al suo impero di carta nascano dalla delusione di non aver potuto dirigere “L’Espresso”. Mi sono messo a ridere. Poi ho pensato che i padroni come lui hanno sempre in mente poltrone da distribuire o da negare. Aveva ragione la mia mitica nonna: non sono i soldi a fare di uno sciocco un furbo.

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